Progetto Iside – fecondazione assistita
Procreazione

È necessario eseguire l’amniocentesi o la villocentesi dopo essersi sottoposte ad ovodonazione?

20 novembre 2017

Molte donne desiderano eseguire la diagnosi prenatale invasiva (villocentesi o amniocentesi) dopo avere eseguito una ovodonazione pensando che per una gravidanza affrontata in età avanzata sia necessario eseguirla. Il rischio di anomalie cromosomiche legate all’età materna non si applica alle gravidanze da ovodonazione.

La villocentesi e l’amniocentesi sono due tecniche di diagnosi prenatale invasiva che permettono di eseguire in epoca prenatale un’analisi su cellule provenienti dalla placenta o dal liquido amniotico per verificare il cariotipo fetale ovvero i cromosomi del bambino. La possibilità che il feto sia affetto da anomalie cromosomiche è legata per lo più all’età materna pertanto le donne di età avanzata, in particolare sopra i 35 anni, hanno un rischio sempre maggiore di avere un bambino affetto da patologie legate ai cromosomi; maggiore è l’età maggiore è il rischio, specie per alcune trisomie.

Esistono poi dei test di screening che permettono di calcolare il rischio di un bambino partendo dall’età materna aggiungendo dei dati che sono forniti da alcuni esami ematici (ormoni dosati nel sangue materno) e da misurazioni ecografiche eseguite durante l’ecografia del primo trimestre (translucenza nucale fetale). Questi test calcolano il rischio paziente specifico di avere trisomia 21 (sindrome di Down), trisomia 13 (sindrome di Pateu) e trisomia 18 (sindrome di Edwards). A differenza dei test invasivi quest’ultimi non danno a certezza che il bambino sia malato ma forniscono soltanto un rischio.

Nelle gravidanze ottenute con ovodonazione il rischio di anomalie cromosomiche è legato all’età della donatrice dell’ovulo quindi se anche la gravidanza sarà affrontata da una donna di 40 anni in realtà il rischio per il bambino sarà basso perché legato alla giovane età della donatrice. Per eseguire i test di screening sarà dunque necessario avere le informazioni anagrafiche della donatrice da fornire al medico ecografista al momento del test.

È proprio per questo motivo che la scelta di eseguire una diagnosi invasiva dovrà essere ben ponderata perché ricordiamo che tale tecniche sono gravate comunque da un rischio di aborto dell’1%.

 

Dott.ssa Laura Badolato