Mese: Febbraio 2016

Uno studio californiano, in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, apre la via al riconoscimento dell’ovocita migliore per portare a termine una gravidanza post fecondazione

Selezionare l’ovocita (cellula uovo) migliore per portare a termine, con le maggiori possibilità di successo, una gravidanza avviata a seguito di una fecondazione assistita. Questo l’obiettivo di una ricerca condotta dalla University of California (Usa) in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano: sviluppare test non invasivi che permettano di riconoscere l’ovocita migliore, ovvero quello in grado di portare a termine una gravidanza avvenuta dopo fecondazione assistita.

Riuscire a sviluppare screening non invasivi è infatti fondamentale per assicurare sistemi di fecondazione assistita più sicuri ed efficaci per la salute sia della donna sia degli embrioni.

La selezione dell’ovocita migliore avviene grazie a “molecole segnale”

In pratica, il gruppo di ricercatori dell’Università Statale di Milano, ha dimostrato che la cellula uovo è capace di comunicare con l’ambiente circostante, modificandolo mediante la secrezione di “molecole segnale”. Per esempio, nelle ore immediatamente precedenti all’ovulazione, lo schema di secrezione dell’ovocita muta completamente. Questo cambiamento viene percepito dalle cellule circostanti, la cui azione è determinante perché avvengano ovulazione e fecondazione. Se la cellula uovo è sana e sviluppata, le “molecole segnale” possono essere facilmente individuate eseguendo dei test non invasivi per la cellula uovo e per il futuro embrione. Sfruttando questa proprietà per i medici sarà possibile selezionare l’ovocita migliore per sostenere lo sviluppo dell’embrione.

Difficile da diagnosticare, la sindrome dell’ovaio policistico è quasi sempre associata all’infertilità della donna. Scopriamone i motivi

È senza dubbio la causa più frequente d’infertilità e interessa ben il 5-10% della popolazione femminile. È la sindrome dell’ovaio policistico (PCOS), disturbo difficile da diagnosticare se non quando si cerca un bambino e la donna fatica a rimanere incinta o nel momento in cui si manifestano i conseguenti disturbi estetici. La sindrome dell’ovaio policistico, infatti, può non dare traccia di sé fino a che non si svolge un esame ecografico.

I problemi estetici associati alla sindrome dell’ovaio policistico

La sindrome dell’ovaio policistico è una patologia complessa, caratterizzata da alterazioni del metabolismo e dell’uso periferico dell’insulina, a cui si associano difficoltà ovulatorie e squilibri della stimolazione che portano le ovaie a produrre più ormoni maschili (gli androgeni) del normale. Le conseguenze sono molteplici: innanzitutto tale eccesso di ormoni maschili altera lo sviluppo e il rilascio dell’ovulo; poi si verificano tutta una serie di alterazioni nel corpo della donna.

Più nello specifico, si manifesta un incremento di acne, di peluria e di seborrea. Inoltre, molte donne sono interessate da un consistente e progressivo aumento di peso, nonché da un irrobustimento muscolare del corpo che tende a diventare sempre più mascolino.

L’infertilità è la conseguenza più seria

Il problema principale associato alla sindrome dell’ovaio policistico rimane però la fertilità molto ridotta, per non parlare, nella stragrande maggioranza dei casi, di una vera e propria condizione d’infertilità. In situazioni di normalità, quando l’ovulo giunge a maturazione, il follicolo scoppia e lo rilascia. L’ovulo viene quindi “intercettato” dalla zona terminale della tuba, raccolto dalla fimbria (la sua parte sfrangiata), e portato al proprio interno. La fecondazione, ovvero l’incontro tra l’ovocita e lo spermatozoo, avviene nel terzo esterno della tuba nel caso in cui ci sia stato un rapporto sessuale non protetto da 2-3 giorni fino a poche ore prima dell’ovulazione. Nelle donne affette da sindrome dell’ovaio policistico questo processo si verifica con più difficoltà o non avviene affatto. A ogni ciclo maturano più follicoli senza però che alcuno sia in grado di diventare il leader, mentre quelli non maturi tendono a raggrupparsi in cisti, riconoscibili eseguendo un’ecografia, da cui il nome sindrome dell’ovaio policistico.

Per provare a superare l’ostacolo dell’infertilità si può provare con alcuni coadiuvanti naturali come l’inositolo o ricorrere a una delle diverse tecniche di procreazione medicalmente assistita .

 

Ottimi complementi per la fertilità, inositolo e acido folico favoriscono la gravidanza e la proteggono

L‘inositolo è una molecola fondamentale per il benessere del nostro organismo ed è particolarmente prezioso nel momento in cui si cerca un bimbo. Esso è infatti associato alla fertilità e, pur essendo sintetizzato naturalmente dall’organismo, a volte la sua quantità non è sufficiente e va perciò integrata.

Gli integratori a base di inositolo sono indicati per le donne con problemi di fertilità ( causati principalmente dalla sindrome dell’ovaio policistico (PCOS) che, dati alla mano, è la prima causa d’infertilità femminile. Studi clinici hanno dimostrato nel tempo che un’integrazione di inositolo può aiutare a migliorare la sintomatologia associata alla PCOS che va a inficiare la fecondità.

Alla luce dei risultati della ricerca in questo campo, pare essere confermato che la molecola agisca efficacemente sulle donne con ovaio micropolicistico e che spesso sono affette anche da insulino-resistenza.

In particolare l’inositolo regolarizza il ciclo mestruale rendendo possibile una corretta ovulazione, condizione necessaria per l’avvio di una gravidanza.

Ottima l’associazione di inositolo e acido folico

Benefici particolari sono stati rilevati associando l’inositolo all’acido folico. Quest’ultimo è consigliato già prima del concepimento in quanto protegge il feto dal rischio di sviluppo di difetti del tubo neurale, favorisce la crescita dei tessuti materni in gravidanza e interviene nel processo di divisione cellulare.

Per quanto riguarda poi l’insulino-resistenza nelle donne con PCOS, la supplementazione di acido folico in combinazione a inositolo pare essere capace di ridurre i livelli di omocisteina che, se troppo elevati, si associano al rischio di malattie cardiovascolari e malattie fetali.