Negli ultimi trent’anni, nei Paesi occidentali si osserva una tendenza sempre più diffusa: molte donne scelgono di posticipare la maternità per ragioni personali o professionali. Questo rinvio, però, può scontrarsi con il progressivo calo della fertilità legato all’età, un aspetto spesso sottovalutato che abbiamo già trattato su Progetto Iside.
Per comprendere quanto le giovani donne siano informate su questo tema, alcuni ricercatori dell’Università di Padova hanno condotto uno studio che ha coinvolto 930 studentesse (in medicina, giurisprudenza e professioni sanitarie). Hanno indagato le conoscenze e gli atteggiamenti delle intervistate sul cosiddetto social freezing, cioè il congelamento degli ovociti per motivi non medici.
I risultati principali dello studio
Dai risultati emerge che solo il 34,3% aveva sentito parlare della possibilità di crioconservare gli ovociti in assenza di indicazioni cliniche e conosceva la procedura medica. Solo il 19,5%, si è dichiarata favorevole a questa opzione.
Lo studio ha anche comparato i dati con quelli di altri Paesi occidentali e nel complesso, emerge che le giovani donne italiane risultano meno informate sul declino della fertilità e sulle possibilità offerte dal social freezing rispetto alle loro coetanee di altri Paesi occidentali. Un dato che apre diverse riflessioni, che approfondiamo con la Dottoressa Sara Scandroglio, Specialista in Ginecologia e Ostetricia, Responsabile SS Procreazione Medicalmente Assistita, Ospedale Filippo Del Ponte, ASST Settelaghi Varese.
I dati che emergono dallo studio sono interessanti, perché ci fanno capire come in una società come la nostra, nella quale le informazioni corrono veloci e la modalità con la quale i giovani si accostano agli argomenti principali è prettamente di carattere informatico, in realtà ci sono ancora molte lacune da colmare, anche in merito alla fertilità.
Cos’è la crioconservazione ovocitaria?
La crioconservazione ovocitaria è una tecnica attraverso la quale, passando da una fase di stimolazione ovarica, è possibile prelevare degli ovociti dall’ovaio della donna e crioconservarli in apposite banche in centri autorizzati e altamente specializzati per molti anni, al fine di averli a disposizione nel futuro quando verrà il momento di pianificare una gravidanza.
Perché pensare alla crioconservazione ovocitaria?
La nostra è una società che invecchia, con una forte denatalità e un grosso problema dal punto di vista socioeconomico culturale. Ciò che porta alla denatalità è un insieme di fattori. Innanzitutto, la denatalità origina dagli anni ‘90. Di conseguenza, oggi le donne trentenni, in età potenzialmente fertile e riproduttiva, sono meno di quante non fossero allora. Quindi, in sostanza ci sono meno mamme. In più, queste mamme fanno meno bambini, perché hanno un tempo di concepimento più lungo, legato all’età spesso avanzata nella quale cominciano a pensare ad avere un figlio.
Perché cominciamo a pensare tardi alla maternità?
Perché in molti Stati europei inclusa l’Italia, gli strumenti di supporto alla maternità non sono molti. Le donne hanno la necessità di ultimare gli studi, di cercare un lavoro, di trovare una stabilità economica, un partner adeguato con il quale condividere questo progetto di genitorialità e creare una famiglia. In passato tutto ciò avveniva abbastanza precocemente, negli anni ‘80 l’età media al parto era intorno ai 26-27 anni; oggi, invece, i nostri dati riportano un’età media al parto intorno ai 35-36 anni con età anche molto più avanzate.
Il ruolo chiave del ginecologo e della comunicazione medico-paziente
Sempre più frequentemente mi trovo a dialogare con giovani pazienti che mi chiedono informazioni riguardo alla crioconservazione. Oppure mi riferiscono di aver sentito dalle amiche oppure dai social che esiste la possibilità di conservare gli ovociti. In che modo dare informazioni chiare? Innanzitutto, attraverso uno strumento come Progetto Iside, è necessario trasmettere l’importanza della comunicazione medico-paziente e quindi l’importanza della figura del medico specialista.
Essere consapevoli dell’importanza della comunicazione con il proprio medico specialista di riferimento è essenziale anche per il social freezing e il ginecologo è sicuramente la figura centrale di riferimento per la donna.
Il ginecologo deve approfondire i temi che riguardano la fertilità fin dall’età più giovane, circa ai 20 anni, per arrivare all’età un po’ più avanzata, quando la fertilità va via via riducendosi intorno ai 35-40 anni. L’importanza del ginecologo sta nell’aprire una finestra di dialogo con la paziente accogliendo domande alle quali rispondere in maniera adeguata e facendo altresì delle domande che riguardano le abitudini di vita, le abitudini sessuali, la protezione dalle malattie sessualmente trasmesse, la contraccezione, ma anche il tempo di ricerca della gravidanza.
Quindi, domandare ad una donna se nei suoi progetti c’è la ricerca della gravidanza è assolutamente consono all’interno di una visita ginecologica approfondita. Lo specialista dovrebbe anche favorire degli accertamenti di base: non soltanto la visita ginecologica e l’ecografia transvaginale, ma anche alcuni dosaggi ormonali, tra cui il dosaggio dell’ormone antimulleriano, per conoscere lo stato di fertilità.
A questo proposito è importante sottolineare che l’età migliore per crioconservare degli ovociti è tra i 20 e i 30 anni, quando il valore di ormone antimulleriano è sufficientemente alto da consentire una raccolta di circa 15-20 ovociti, che è considerato un numero ottimale per ottimizzare successivamente la produzione di embrioni e l’eventuale trasferimento di questi al fine dell’ottenimento della gravidanza quando la paziente lo desidererà.
Un dialogo di conoscenza di sé stesse
Il ginecologo curante dovrebbe essere il primo ad informare sull’importanza dell’età e di quanto può incidere sulla probabilità di concepimento, del rischio di aborto e di patologia cromosomica crescenti all’aumentare dell’età della donna.
Quindi ogni domanda deve essere posta, ma lo specialista deve anche avere la capacità di interrogare la paziente facendo cadere quei tabù talvolta legati al passato riguardo alla conservazione degli ovociti relegata a processi di esclusiva cura della fertilità o processi di cura nell’ambito di patologie di carattere oncologico o comunque di gravità maggiore.
Il ruolo dei consultori
Il territorio offre le strutture consultoriali, che a volte sono sottovalutate. Nel passato avevano come obiettivo principale quello di garantire la contraccezione e offrire protezione dalla gravidanza indesiderata; oggi aggiungono una ulteriore competenza, per richiedere informazioni riguardo alla propria fertilità, ai test che possono essere effettuati in maniera semplice, non soltanto in un’ottica di preservazione della fertilità e quindi della conservazione di ovociti, ma anche di prevenzione e cura delle malattie sessualmente trasmissibili, che purtroppo possono talvolta essere causa di infertilità.
Dove rivolgersi per la crioconservazione degli ovociti?
Una donna che voglia informarsi sulla crioconservazione degli ovociti può rivolgersi a più specialisti e le informazioni possono essere fornite anche nell’ambito del sistema sanitario nazionale.
Nel nostro centro di procreazione medicalmente assistita è disponibile un ambulatorio di prime visite nelle quali possono accedere coppie che sono alla ricerca della gravidanza, quindi con problematiche di infertilità, ma anche pazienti che desiderano informazioni riguardo al processo della crioconservazione ovocitaria.
È compito del medico fornire tutte le informazioni alla paziente e fare anche una valutazione che riguarda le caratteristiche di quella paziente e l’opportunità più o meno di carattere medico di procedere alla crioconservazione.
Teniamo presente che secondo il decreto pubblicato recentemente in Gazzetta Ufficiale riguardante le nuove linee guida in termini di procreazione medicalmente assistita, le indicazioni alla crioconservazione degli ovociti e dei gameti maschili sono state notevolmente ampliate, facendo sì che pazienti che si trovano a vivere situazioni di difficoltà e di patologia lieve, non oncologica, ma comunque compromettente la fertilità futura, possano accedere anche tramite sistema sanitario nazionale.
Per quanto riguarda invece il social freezing vero e proprio, ovvero la donna giovane con riserva ovarica ottimale che sceglie volontariamente, in assenza di qualsiasi fattore di rischio, di conservare i propri ovociti, la procedura non potrà essere garantita e dovrà quindi essere svolta in un regime di carattere privato.
Fonti:
Tozzo P, Fassina A, Nespeca P, Spigarolo G, Caenazzo L. Understanding social oocyte freezing in Italy: a scoping survey on university female students’ awareness and attitudes. Life Sci Soc Policy. 2019 May 3;15(1):3. doi: 10.1186/s40504-019-0092-7. PMID: 31049743; PMCID: PMC6498620.