Ricerca: scoperta una nuova arma anti-sterilità? Alcuni ricercatori dell’Università della California a San Diego potrebbero aver scoperto una nuova arma anti-sterilità. E’ quanto emerge dallo studio pubblicato sulla rivista dell’Accademia delle scienze degli Stati Uniti (Pnas). Utilizzando i dati relativi a più di 30 biopsie di testicoli umani, i ricercatori americani guidati da Miles Wilkinson sono riusciti a determinare le condizioni giuste per riuscire a coltivare i precursori degli spermatozoi.
Lo studio
Una tecnica sperimentale ha consentito di ottenere in provetta le cellule staminali degli spermatozoi, chiamate spermatogoni. Per riuscire a distinguere queste cellule dalle altre presenti nei testicoli, i ricercatori californiani hanno deciso di individuarle utilizzando una sorta di identikit molecolare. Ciò è possibile grazie alla tecnica che ricostruisce la sequenza della molecola di Rna di una singola cellula. Una volta isolati i precursori degli spermatozoi, i ricercatori li hanno fatti sviluppare in provetta per un periodo compreso fra due e quattro settimane, con l’aiuto di una tecnica che controlla il processo di specializzazione delle cellule e la loro sopravvivenza. I ricercatori hanno usato il fattore Akt che regola la moltiplicazione cellulare. In questo modo, sono riusciti a stimolare la coltura in provetta di questi spermatozoi immaturi, per 2-4 settimane.
La tecnica potrebbe permettere di risolvere i problemi che finora hanno reso difficile il traguardo di ottenere le cellule staminali degli spermatozoi. Si tratta di un primo risultato che potrebbe aprire la strada ad una nuova terapia contro l’infertilità maschile.
Cosa sono gli spermatogoni?
Gli spermatogoni, o cellule staminali spermatogoniche (Ssc), sono i precursori degli spermatozoi. “Sono il santo Graal della fertilità umana – ha commentato Carlo Alberto Redi, direttore del Laboratorio di Biologia dello Sviluppo dell’Università di Pavia.
“Tutti i tentativi fatti finora hanno cercato infatti di poter disporre delle staminali spermatogoniali, scontrandosi però con un problema tecnico, e cioè come isolare queste pochissime e rare cellule (spermatogoni) che nel testicolo assicurano una continua moltiplicazione, se il soggetto è fertile”. Gli spermatagoni – continua Redi – “sono cellule rarissime, perchè quando si moltiplicano vanno a cascata, e dunque difficilissime da isolare”.
Quindi, possiamo concludere che è stata scoperta una nuova arma anti-sterilità? “Il loro lavoro e’ interessante perché usa in modo originale una tecnica molto recente, per la prima volta per coltivare gli spermatogoni – conclude Redi – La strada che dalla provetta arriva a farli differenziare in spermatozoi funzionanti alla clinica e’ pero’ ancora molto lunga. Ma, se funziona, e’ una bella apertura”.
Disturbi dell’ovulazione e difficoltà di concepimento sono collegati. L’ovulazione è un processo molto delicato e le “interferenze” che lo rendono imperfetto non solo influiscono sul concepimento ma talvolta portano all’infertilità. Infatti, circa il 25% dei casi di infertilità femminile è causato da disfunzioni ormonali che possono portare ad anovulazione.
Vediamo alcuni dei disturbi e delle patologie più frequenti.
Sindrome dell’ovaio policistico
La sindrome dell’ovaio policistico (PCOS) colpisce il 5-10% delle donne e causa importanti effetti sulla salute della donna. Le ovaie risultano ingrossate, con cisti multiple e la donna presenta alterazioni endocrinologiche e metaboliche. I segni e sintomi più frequenti sono: irsutismo, alopecia androgenetica e disturbi mestruali.
La PCOS è un’alterazione funzionale del sistema riproduttivo, pertanto ha un impatto achee sull’ovulazione. Di per sè non è sinonimo di sterilità. Uno stile di vita sano e corretto praticato sin dalla più giovane età aiuta nella prevenzione di questa condizione clinica.
Endometriosi
E’ una patologia che si associa ad infertilità nel 10% circa della popolazione femminile in età fertile. L’endometriosi è caratterizzata dalla presenza di endometrio al di fuori della cavità uterina, solitamente nella pelvi. Il trattamento nei casi lievi può essere medico mentre, in quelli più gravi, è prevalentemente chirurgico.
Insufficienza ovarica precoce
L’insufficienza ovarica precoce è una condizione caratterizzata dall’assenza di mestruazioni. I cicli mestruali possono non comparire del tutto (amenorrea primaria), oppure interrompersi precocemente prima dei 40 anni (amenorrea secondaria).
La malattia è dovuta ad anomalie nella formazione e nello sviluppo del follicolo, la struttura dell’ovaio deputata alla maturazione della cellula uovo. Comporta infertilità e presenta sintomi analoghi a quelli della menopausa, come palpitazioni, intolleranza al caldo, rossori improvvisi, ansia, depressione.
Come conseguenza dell’insufficienza ovarica precoce alcuni ormoni sessuali come le gonadotropine (LH e FSH) aumentano, mentre gli estrogeni si riducono. Queste alterazioni ormonali, tipiche della menopausa, provocano disturbi metabolici e cardiovascolari e insorgenza precoce di osteoporosi.
Iperprolattinemia
L’iperprolattinemia è un’altra causa di anovulazione, anche se poco frequente. Le cause possono essere adenomi ipofisari, assunzione di farmaci, ipotiroidismo o insufficienza renale cronica.
Cosa fare?
Nei casi di anovulazione si può indurre l’ovulazione mediante la somministrazione di alcuni farmaci (clomifene citrato e gonadotropine). L’induzione farmacologica dell’ovulazione deve associarsi a stretto monitoraggio ecografico della crescita follicolare fino all’ovulazione ed essere seguito da rapporti mirati o inseminazioni intrauterine.
I rischi maggiori di questi trattamenti sono la sindrome da iperstimolazione ovarica e le gravidanze multiple.
Nei casi di infertilità anovulatoria è fortemente consigliata una stretta collaborazione tra ginecologo ed endocrinologo, al fine di un corretto iter diagnostico-terapeutico.
Da un nuovo studio emerge che gli ovociti scelgono gli spermatozoi da cui farsi fecondare. Questo dato potrebbe rivelarsi utile in medicina della riproduzione, per individuare le cause d’infertilità finora non spiegate in alcune coppie.
La selezione del partner è alla base del meccanismo di riproduzione degli animali. Lo scopo è assicurare alla prole il più grande vantaggio genetico possibile. Anche gli esseri umani investono tempo ed energie alla ricerca del partner con cui condividere la propria vita e avere figli. I requisiti per la scelta del compagno “giusto” possono essere molto diversi e anche il valore che attribuiamo loro.
Sembra, però, che ci sia una selezione ancora più accurata, che sfugge a ogni strategia di corteggiamento.
Lo studio
Da un nuovo studio pubblicato su “Proceedings of the Royal Society B” emerge che gli ovociti umani selezionano attentamente, mediante segnali chimici, gli spermatozoi da cui lasciarsi fecondare.
I gameti si riconoscono reciprocamente come i più idonei alla fecondazione, grazie a una sorta di attrazione chimica. Gli ovociti, quindi, attirano solamente alcuni spermatozoi e non altri, e non necessariamente quelli del proprio partner.
I ricercatori hanno analizzato il liquido follicolare che circonda gli ovociti durante la fase di maturazione. Questo liquido contiene sostanze chimiche dette chemioattrattori, che hanno la funzione di attirare gli spermatozoi presenti nelle vicinanze. L’obiettivo dello studio era capire se gli ovociti si servissero di queste sostanze per scegliere lo spermatozoo da attrarre, favorendo un determinato sperma rispetto ad altri.
I risultati
La selezione, come emerge dai dati, sembra essere molto specifica. “Il liquido follicolare di una donna era più abile nell’attrarre lo sperma di un certo uomo, mentre il liquido follicolare di un’altra donna lo sperma di un altro uomo”, ha spiegato John Fitzpatrick, professore dell’Università di Stoccolma e coautore dello studio. “Ciò dimostra che negli esseri umani le interazioni tra ovociti e spermatozoi dipendono dall’identità specifica delle donne e degli uomini coinvolti”. Inoltre, dalla sperimentazione è emerso che non sempre gli ovociti di una donna attraggono gli spermatozoi del suo partner più di quelli di altri uomini.
“L’idea che gli ovuli scelgano gli spermatozoi è davvero nuova nella scienza della fertilità umana”, ha commentato Daniel Brison, direttore scientifico del Dipartimento di medicina della riproduzione del Saint Marys’ Hospital di Manchester e autore principale dello studio. “La ricerca sul modo in cui ovuli e spermatozoi interagiscono potrà far avanzare ulteriormente i trattamenti per la fecondazione assistita e potrebbe permettere d’individuare le cause d’infertilità finora non spiegate in alcune coppie”.
Fonti:
Fitzpatrick John L. et al., 2020. Chemical signals from eggs facilitate cryptic female choice in humans, Proc. R. Soc. B., 287:202008505. Disponibile al link: https://doi.org/10.1098/rspb.2020.0805
Sono stati resi noti gli ultimi dati della PMA in Italia. Il Ministero della Salute, infatti, ha pubblicato la Relazione al Parlamento sull’attuazione della legge 40/2004. I dati si riferiscono al 2018, ultimo anno per cui sono disponibili.
I nati sono oltre 14mila
In Italia, nel 2018, sono nati oltre 14mila bimbi grazie alla Procreazione medicalmente assistita (Pma), 12.137 senza donazione di gameti e 2.002 con donazione di gameti. Si tratta del 3,2% del totale dei bambini nati nel 2018 (439.747, dati Istat).
Il numero dei nati è aumentato, da 13.973 del 2017 a 14.139.
Le coppie trattate e il numero di trattamenti
La Relazione al Parlamento sottolinea che “Considerando l’applicazione di tutte le tecniche di PMA sia di I livello (inseminazione), che di II e III livello (fecondazione in vitro) con o senza donazione di gameti, dal 2017 al 2018, si è riscontrata una lieve diminuzione delle coppie trattate (da 78.366 a 77.509), una stabilità nel numero dei cicli effettuati (da 97.888 a 97.509), con un aumento dei bambini nati vivi (da 13.973 a 14.139)”.
Centri PMA pubblici e privati
In generale, il 69,2% dei cicli di trattamenti di II e III Livello a fresco senza donazione di gameti si effettua all’interno del SSN (in centri pubblici e privati convenzionati). I centri PMA privati sono in numero superiore a quelli pubblici (104 vs 67), ma svolgono meno cicli di trattamento. Infatti il 35,6% dei centri è pubblico ed effettua il 41,1% dei cicli; il 9,0% è privato convenzionato ed effettua il 28,1% dei cicli; il 55,3% è privato ed effettua il 30,8% dei cicli.
Le differenze tra le Regioni rimangono. La diversa distribuzione dei centri pubblici e privati convenzionati vede “una maggiore concentrazione al nord del Paese”. Questo riflette “la diversità dell’offerta ai cittadini, tra le Regioni”.
Dai dati emerge, inoltre, che l’indicatore di attività della PMA, che misura l’offerta di cicli totali di trattamenti per tutte le tecniche di II e III livello per milione di donne in età fertile (cioè compresa tra i 15 ed i 45 anni) residenti in Italia, è pari a 7.341, in aumento rispetto al 2017, quando era pari a 7.106. Il dato italiano è però inferiore rispetto alla media europea di 7.795 cicli, relativa al 2015 (ultimo dato disponibile).
In generale, il 69,2% dei cicli di trattamenti di II e III Livello a fresco senza donazione di gameti si effettua all’interno del Ssn. Rimane, però, la diversa distribuzione dei centri pubblici e privati convenzionati che vede una maggiore concentrazione al nord del Paese, e che riflette – si evidenzia nella Relazione – la diversità dell’offerta ai cittadini, tra le Regioni.
La donazione dei gameti
La Relazione registra anche un significativo aumento delle tecniche con donazione di gameti: aumentano le coppie (+12,2%), aumentano i cicli (da 7.514 a 8.434, +12,2%) e aumentano i nati (da 1.737 a 2.002, +15,3%).
Le differenze tra Regioni
Quanto alle differenze regionali, il documento rileva che “anche nel 2018 più del 50% dei cicli iniziati con tecniche a fresco di II-III Livello sono stati effettuati in regioni del Nord Italia. In particolare, nei centri della Lombardia viene svolto il 29,6% di tutta l’attività nazionale” (era il 29,2% nel 2017). La seconda regione per mole di attività è la Toscana in cui sono stati effettuati il 12,2% di tutti i cicli a fresco (12% nel 2017).
L’ovulazione è un mistero per molte donne, nonostante sia un processo fisiologico esclusivamente femminile. Forse perchè è uno dei miracoli che avvengono nel corpo della donna. Ciò che tutte, o quasi tutte, sanno è che l’ovulazione è il periodo del ciclo mestruale in cui la probabilità di rimanere incinta è massima.
Quando avviene l’ovulazione?
L’ovulazione avviene quando una delle ovaie rilascia un ovocita maturo e pronto per essere fecondato. Se la fecondazione non si verifica, l’ovocita viene eliminato durante la mestruazione.
Una parte dell’ovaio, chiamato follicolo, rilascia l’ovocita solo quando è maturo. Dopo il rilascio, l’ovocita viaggia attraverso le tube di falloppio. E’ questo il luogo in cui, eventualmente, avviene la fecondazione.
Ciclo mestruale e ovulazione
Il ciclo mestruale nelle donne dura in genere tra i 28 e i 32 giorni. L’inizio della mestruazione viene solitamente considerato il primo giorno di ciclo mestruale. La maturazione (e il conseguente rilascio) di un ovocita si verifica di solito 12-16 giorni prima della fine del ciclo.
Nel corso della vita, i cicli di ovulazione durano dalla prima mestruazione (menarca) alla menopausa. si presenta per la prima volta solitamente tra i 10 e i 15 anni. Con la prima mestruazione inizia la prima ovulazione e la possibilità di concepire.
L’ovulazione si interrompe dopo la menopausa, solitamente a partire – in media – dai 50 anni di età. Continua, invece, anche se con bassissime possibilità di concepire naturalmente, nel periodo della peri-menopausa.
I segni dell’ovulazione
I segni dell’ovulazione sono numerosi. Durante l’ovulazione il muco cervicale aumenta in quantità e diventa più viscoso a causa dell’aumento dei livelli di estrogeni. Anche la temperatura corporea spesso aumenta. Questo è dovuto al progesterone, un ormone che il corpo femminile secerne quando l’ovocita giunge a maturazione. Poichè le donne generalmente sono più fertili per 2-3 giorni prima che la temperatura raggiunga il massimo, se si è in cerca di un figlio può essere utile utilizzare un termometro per misurare la temperatura basale.
Molte donne provano dolore o indolenzimento all’addome e anche gli episodi di cefalea o emicrania sono frequenti, a causa degli sbalzi ormonali.
Le fasi dell’ovulazione
Si può dire che le fasi dell’ovulazione sono tre:
La fase pre-ovulatoria o follicolare: uno strato di cellule attorno all’ovocita inizia a modificarsi e ad espandersi. Contemporaneamente, il rivestimento interno dell’utero inizia ad ispessirsi.
La fase ovulatoria: vengono secreti degli enzimi che formano una sorta di buco, lo stigma. L’ovocita e la sua rete di cellule attraversano lo stigma e si dirigono verso le tube di falloppio. Questo è il periodo fertile, che solitamente dura 24-48 ore.
La fase post-ovulatoria o luteale: l’ovocita fecondato si impianta nell’utero, mentre quello non fecondato si dissolve nell’arco di circa 24 ore. In questo secondo caso il rivestimento dell’utero, che si era preparato ad accogliere l’ovocita fecondato, inizia letteralmente a decomporsi e si prepara ad essere espulso dal corpo attraverso la mestruazione.
Calendario dell’ovulazione
Un calendario dell’ovulazione può essere utile per identificare i giorni fertili. Se ne trovano numerosi online e sono disponibili anche varie App che aiutano a tracciare il ciclo mestruale. E’ sempre importante prendere nota ogni mese del proprio ciclo, in modo da identificare subito eventuali irregolarità.
Quando pensare alla PMA, la procreazione medicalmente assistita
Problemi nel processo di ovulazione possono portare a difficoltà di concepimento o, in alcuni casi, all’infertilità. Ad esempio, la sindrome dell’ovaio policistico, disfunzioni dell’ipotalamo, eccesso di prolattina.
In generale, quando la gravidanza non arriva dopo un anno di tentativi mirati, ovvero di rapporti sessuali non protetti nei giorni di ovulazione, è necessario fare degli accertamenti. Se dagli esami emergono problemi di fertilità, che possono essere sia maschili, sia femminili o di coppia, potrebbe essere opportuno valutare un percorso di procreazione medicalmente assistita.
La dieta mediterranea e l’attività fisica regolare riducono i danni da inquinamento sulla fertilità maschile.
E’ quanto emerge da uno studio condotto da ricercatori italiani, pubblicato sulla rivista scientifica European Urology Focus.
Uno studio tutto italiano
Un corretto stile di vita, che comprenda dieta mediterranea ed attività fisica regolare, può migliorare la qualità del liquido seminale nei giovani maschi, anche se sono nati nelle aree più inquinate d’Italia.
Lo rivela lo studio FASt (Fertilità, Ambiente, Stili di Vita) finanziato dal Ministero della Salute all’ASL di Salerno. Vi hanno partecipato numerose Istituzioni, tutte italiane: oltre all’Istituto Superiore di Sanità, CNR ed Enea, anche le università di Brescia, Milano e Napoli Federico II.
E’ il primo studio clinico al mondo sugli effetti della dieta mediterranea e dell’attività fisica sulla fertilità di maschi giovani che vivono in aree ad alto inquinamento.
Il Razionale
Le malattie cronico-degenerative sono aumentate in modo esponenziale nella popolazione generale. Inoltre, anche l’incidenza di tumori nella fascia di età dell’infanzia e dell’adolescenza è maggiore nelle ultime due decadi. Di conseguenza, le nuove generazioni sono più suscettibili alle malattie. Questi fenomeni spostano l’attenzione della ricerca sul fronte riproduttivo, considerando i gameti, in particolare quelli maschili (più sensibili rispetto a quelli femminili agli stress endogeni ed esogeni), il primo bersaglio.
Un progetto lungo oltre due anni
I giovani che hanno partecipato allo studio, durato oltre due anni, vivono in alcune delle zone più inquinate d’Italia. Si tratta dell’area di Caffaro (BS), la Terra dei fuochi in Campania e la valle del Sacco (FR). In questi territori gli indici di salute generale sono più sfavorevoli e hanno un impatto anche sulla salute riproduttiva.
Il campione selezionato inizialmente era di 600 persone. Di queste, 263 hanno completato lo studio. Sono ragazzi giovanissimi (18-22 anni), tutti sani, normopeso, non fumatori, non bevitori abituali. I giovani erano divisi in due gruppi: uno ha seguito per 4 mesi la dieta mediterranea e praticato regolarmente una moderata attività fisica, l’altro no.
Al momento del reclutamento e alla fine dei 4 mesi a tutti soggetti sono stati somministrati questionari (alimentari e stili di vita) ed eseguiti esami ematici di routine, esame del seme (numero, motilità, morfologia degli spermatozoi), e altri esami per rilevare la presenza, nel sangue e nel liquido seminale, di metalli pesanti e sostanze inquinanti.
Lo stile di vita seguito dalle persone arruolate si basava su una migliore aderenza al modello di dieta mediterranea e sulla pratica di attività fisica.
I risultati
Dallo studio emerge che uno stile di vita corretto, basato su dieta mediterranea e regolare attività fisica, può migliorare la qualità del liquido seminale nei giovani uomini. Ciò avviene nonostante vivano in aree altamente inquinate.
“In soli quattro mesi la qualità dello sperma (numero, motilità, morfologia degli spermatozoi) e lo stato ossidativo sono risultati significativamente migliorati nel gruppo di intervento a differenza di quello di controllo, in cui sono invece peggiorati. Un dato significativo anche considerando che allo studio hanno partecipato ragazzi in buona salute, con uno stile di vita sano”, ha commentato Stefano Lorenzetti dell’Istituto Superiore di Sanità, coordinatore dello studio.
La fecondazione in vitro può essere più efficace grazie alla stampa 3D? La risposta l’hanno trovata i ricercatori del dipartimento di Bioscienze, Biotecnologie e Biofarmaceutica dell’Università di Bari guidati da Maria Elena Dell’Aquila. Il loro studio è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista Plos One.
Lo studio
Grazie all’utilizzo della stampa 3D, i ricercatori hanno ottenuto ottimi risultati sia per la fecondazione assistita nell’uomo, sia per la tutela delle specie animali in via di estinzione. Lo studio, condotto interamente da ricercatori italiani, apre la strada verso interventi di procreazione assistita più efficaci.
I ricercatori hanno utilizzato un approccio bioingegneristico innovativo. Come? Hanno preso le cellule di un modello animale e le hanno incapsulate in microsfere di idrogel, una sostanza composta per la maggior parte di acqua. Questo processo l’hanno condotto mediante tecnologia di stampa 3D, per ottenere strutture per la coltura in vitro. La procedura ha permesso di migliorare la vitalità e il potenziale di sviluppo delle cellule uovo microincapsulate rispetto a quelle coltivate con i metodi convenzionali, che sono in 2D.
Il commento dell’Università di Bari
“Lo studio interdisciplinare ha importanti applicazioni e ricadute nella produzione di embrioni in vitro per la procreazione medicalmente assistita, per l’industria delle produzioni animali, per la propagazione di specie a rischio di estinzione e per la valutazione del rischio da agenti chimici sulla fertilità femminile”, spiega l’Università di Bari in una nota.
La stampa 3D
La stampa 3D è una tecnologia relativamente recente, scoperta alla fine degli anni ’80. Con la stampa 3D solitamente si realizzano oggetti tridimensionali, partendo da un modello digitale. Il modello digitale è a sua volta prodotto con software dedicati e poi elaborato, per poi essere realizzato con tecnologie che possono essere anche molto diverse.
Di solito si sente parlare dell’utilizzo della stampa 3D per la realizzazione di oggetti. Con questo studio, una tecnologia apparentemente fredda e materiale ci mostra quanto possa essere utile anche nella ricerca biomedica. Infatti, l’idrogel utilizzato dai ricercatori è una sostanza composta per la maggior parte di acqua e le microsfere utilizzate nello studio sono state ottenute con la stampa 3D. Quindi, nnon escludiamo che in un futuro prossimo la fecondazione in vitro sia più efficace grazie alla stampa 3D.
Il rischio di aborto sarebbe legato anche alla salute dei futuri padri. E’ quanto emerge da uno studio recentemente pubblicato su Human Reproduction [1] da alcuni ricercatori americani.
Oltre un quarto delle gravidanze potrebbe essere ectopica, terminare con aborto spontaneo o con natimortalità se il futuro padre non è sano e ha tre o più condizioni mediche come obesità, diabete, ipertensione o livelli elevati di colesterolo.
Lo studio
Uno studio retrospettivo ha considerato quasi un milione di gravidanze tra il 2009 e il 2016 negli Stati Uniti. I ricercatori hanno scoperto che se al padre era stata diagnosticata la sindrome metabolica, che include le condizioni mediche riportate sopra, il rischio che la madre perdesse il nascituro era più alto. Rispetto agli uomini che non avevano nessuno dei disturbi propri della sindrome metabolica, il rischio di interruzione della gravidanza era aumentato del 10%, 15% e 19% rispettivamente per gli uomini con uno, due o tre o più disturbi.
Il commento dei ricercatori
Michael Eisenberg, Professore alla Stanford University School of Medicine (California, USA), che ha guidato la ricerca, ha dichiarato: “È noto da tempo che la salute delle madri ha un impatto sullo sviluppo del feto e sugli eventi al momento della nascita. Questo è il primo studio a suggerire che le gravidanze in cui il padre è affetto da un numero crescente di condizioni mediche sono a maggior rischio di esitare in aborto spontaneo, gravidanza ectopica o natimortalità.
Infatti, il rischio di aborto era del 17% nelle coppie in cui il padre non aveva disturbi della sindrome metabolica. Tale rischio era aumentato al 21% nelle coppie in cui il padre aveva un disturbo della sindrome metabolica, al 23% se ha ne aveva due e al 27% se ne aveva tre o più.
“Anche se questo studio non può dimostrare che la cattiva salute paterna è una causa di interruzione della gravidanza, mostra che esiste un’associazione. Le implicazioni cliniche di questi risultati sono che la consulenza pre-concepimento non dovrebbe dimenticare il padre, poiché la sua salute può avere un impatto importante sulla gravidanza “.
Le patologie rilevate
I ricercatori hanno analizzato i dati riguardanti 958.804 gravidanze. Oltre alla sindrome metabolica, hanno raccolto informazioni su altre condizioni mediche come la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), la depressione e le malattie cardiache. I ricercatori hanno inoltre calcolato il peso della malattia cronica per tutti i pazienti, che includeva l’età e la storia medica di problemi come insufficienza cardiaca, infarto, malattie dei vasi sanguigni, malattie renali ed epatiche, cancro, ictus e demenza. Hanno adeguato i calcoli per tenere conto di altri fattori che potrebbero influenzare la gravidanza, in particolare l’età, la salute, il peso della madre e se il padre o la madre fumavano o meno.
Come previsto, le perdite di gravidanza sono aumentate con l’età della madre e il numero di altre condizioni mediche che aveva. Tuttavia, l’associazione con la salute del padre e la perdita di gravidanza è rimasta. Anche il rischio di perdere una gravidanza aumenta con l’età del padre. Tuttavia, non sono noti i meccanismi attraverso i quali la salute del padre potrebbe influire sul rischio di interruzione della gravidanza.
Le conclusioni dei ricercatori
Il prof. Eisenberg ha dichiarato: “Ipotizziamo che la salute e lo stile di vita del padre possano influire negativamente sulla composizione genetica e sull’espressione nello sperma e che ciò possa alterare il funzionamento della placenta. Se la placenta non funziona correttamente, ciò potrebbe portare alle perdite di gravidanza che abbiamo osservato; per esempio, sappiamo già che il fumo e la dieta paterna possono influenzare la qualità dello sperma “.
Il Prof Eisenberg ha concluso: “Ora abbiamo bisogno di studi di conferma. Si spera che la salute paterna possa essere maggiormente integrata negli studi futuri. Inoltre, le indagini che mirano ai possibili meccanismi aiuteranno a comprendere meglio le associazioni che abbiamo trovato “.
[1] “Association between preconception paternal health and pregnancy loss in the USA: an analysis of US claimants”, by Alex M. Kasman et al. Human Reproduction journal. doi:10.1093/humrep/332
Human Reproduction è la rivista mensile della European Society of Human Reproduction and Embryology (ESHRE) ed è una delle tre più autorevoli riviste al mondo nel campo della biologia riproduttiva, ostetricia e ginecologia.
I contraccettivi incidono sulla fertilità? Alcuni ricercatori hanno indagato e hanno pubblicato i risultati del loro studio sul British Medical Journal, una delle più prestigiose riviste scientifiche internazionali.
Le donne che fanno uso di contraccettivi possono dover attendere fino a 8 mesi prima che la propria fertilità torni come prima dell’assunzione di tali farmaci. Alcuni ricercatori americani e danesi hanno misurato i tempi di ritorno alla fertilità dopo l’uso di alcuni metodi contraccettivi. Essi hanno scoperto che il tempo necessario è dipeso dal metodo usato. Il ritorno della fertilità non era legato alla durata del periodo di assunzione. In passato sono già stati fatti studi sulla durata dell’infertilità causata dai contraccettivi orali. I risultati furono che il ritardo era di circa due o tre mesi.
I metodi contraccettivi: i dati nel mondo
Nel mondo, circa il 22% delle donne in età fertile hanno utilizzato la contraccezione ormonale nel 2019. I preservativi e i contraccettivi orali sono i metodi più utilizzati in Nord America e in Europa ma i metodi LARC (long-acting reversible contraceptive), come ad esempio i dispositivi intrauterini, gli impianti, i patch e i contraccettivi iniettabili, stanno diventando sempre più popolari a livello mondiale.
Lo studio
Un team di ricercatori della Boston University School of Public Health guidato da Jennifer Yland, in collaborazione con la Aarhus University danese, ha lavorato ad un progetto di ricerca per valutare la relazione tra l’assunzione di contraccettivi prima della gravidanza e la successiva probabilità di concepire un figlio, una volta sospesa l’assunzione.
I ricercatori hanno accorpato i dati di tre studi condotti su un campione complessivo di 18.000 donne danesi e americane che avevano pianificato una gravidanza tra il 2007 e il 2019. Le donne hanno compilato dei questionari a inizio studio e poi ogni due mesi per un massimo di 12 o finchè non ha avuto inizio la gravidanza. Complessivamente, sono stati registrati e osservati 66.769 cicli mestruali e 10.729 gravidanze.
I risultati
Dai risultati emerge che le donne che utilizzavano contraccettivi orali, gli anelli vaginali o alcuni metodi reversibili hanno riscontrato il periodo più breve di ritorno alla fertilità: 2 o 3 cicli. Un tempo intermedio l’ha registrato chi utilizzava dispositivi intrauterini e impianti (4 cicli). Le donne, invece, che usavano contraccettivi iniettabili hanno riscontrato il tempo maggiore: da 5 a 8 cicli.
Gli anticoncezionali più comunemente usati sono i contraccettivi orali (38%), seguiti da preservativi, diaframma e spugna (31%). Il 15% del campione ha praticato la contraccezione naturale (astinenza o rapporti evitando i giorni fertili). All’ultimo posto, i dispositivi intrauterini come le spirali.
Oltre la metà delle donne (56%) è rimasta incinta entro 6 cicli mestruali, complessivamente il 77% entro 12 cicli.
I contraccettivi, quindi, incidono sulla fertilità? Non vanno tratte conclusioni affrettate ma anche questo studio mette in evidenza che il ritorno alla normale fertilità varia in modo sostanziale a seconda del metodo contraccettivo usato.
Fonte: Jennifer J Yland et al, Pregravid contraceptive use and fecundability: prospective cohort study, BMJ (2020). DOI: 10.1136/bmj.m3966