Autore: Laura Faravelli

Dal baby boom al baby flop: Fondazione Onda, Osservatorio Nazionale sulla salute della donna e di genere, e Farmindustria hanno presentato il Libro Bianco “La salute della donna – La sfida della denatalità”, giunto alla settima edizione.

La voce degli esperti

La voce degli esperti sembra essere unanime: “In poco più di 50 anni siamo passati dal baby boom degli anni ’60 al baby flop dei nostri giorni”, commentano alcuni, altri parlano di “inverno demografico”. In effetti, nel nostro Paese la popolazione continua a invecchiare e si fanno sempre meno figli. Di conseguenza, si sta ridisegnando anche l’idea stessa di famiglia: tre quinti dei bambini non avranno fratelli, cugini e zii; solo genitori, nonni e bisnonni. 

I dati ISTAT

Secondo i dati ISTAT, nel 2019 in Italia le nascite risultano decisamente inferiori ai decessi: sono 435 mila i nuovi nati contro 647 mila deceduti, con un nuovo record negativo, –4,5% rispetto al 2018. Inoltre, a causa dell’emergenza sanitaria Covid-19 le nascite potrebbero calare ulteriormente di oltre 10 mila unità.

Al 1° gennaio 2020, l’Istat stima che la popolazione italiana sia di circa 60 milioni, 116 mila in meno rispetto all’anno precedente. Le nascite risultano decisamente inferiori ai decessi. Infatti, sono 435 mila contro 647 mila, dato che segna un nuovo record negativo (-4,5%) con una diminuzione di 20 mila unità rispetto all’anno precedente. “Inverno demografico”, come lo definiscono alcuni sociologi; la popolazione continua a invecchiare e fa sempre meno figli.  Questo vuol dire che si sta ridisegnando l’idea di famiglia: tre quinti dei bambini non avranno fratelli, cugini e zii; solo genitori, nonni e bisnonni.

Il Libro Bianco di Fondazione Onda

Questi sono alcuni degli aspetti evidenziati nel Libro bianco “La salute della donna – La sfida della denatalità”, realizzato da Fondazione Onda, Osservatorio Nazionale sulla salute della donna e di genere, grazie al supporto di Farmindustria. “Questa settima edizione del Libro Bianco è dedicata alla denatalità, una delle più importanti e urgenti sfide che il nostro Paese deve affrontare, resa ancora più complessa dal Covid-19”, commenta Francesca Merzagora, Presidente Fondazione Onda.

Nuovo record di minor numero di nati

Già oggi, per 100 bambini di età inferiore ai 15 anni ci sono 161 over 64 e tra vent’anni il rapporto sarà di 100 a 265. L’Italia è il secondo Paese più vecchio al mondo. Aumenta poi l’età media delle madri al parto: 32 anni. Il numero di figli per donna (il tasso di fecondità), invece, rimane costante, pari a 1,29. Il numero di figli desiderato è due, ciò evidenzia un significativo divario tra quanto si vorrebbe e quanto si riesce a realizzare. Infatti, ben il 46% degli Italiani che desidera una famiglia vorrebbe due figli, il 21,9% tre o più, mentre solo il 5,5% vorrebbe avere solo un figlio.

“Purtroppo”, afferma Gian Carlo Blangiardo, Presidente ISTAT, “il 2019 ha messo in luce, per il settimo anno consecutivo, un nuovo superamento, al ribasso, del record di minor numero di nati mai registrato: si tratta del più basso livello di ricambio naturale mai espresso dal Paese dal 1918. La natalità italiana, già bassa, potrebbe subire un calo ulteriore a causa di Covid-19. Una recente simulazione ha infatti evidenziato un calo delle nascite nell’ordine superiore alle 10 mila unità”.

Dal baby boom al baby flop

“L’Italia è tra i paesi che fa meno figli al mondo, meno anche rispetto agli anni della Prima e Seconda guerra mondiale”, sottolinea Fabio Mosca, Presidente Società Italiana di Neonatologia. “In poco più di 50 anni siamo passati dal baby boom degli anni ’60 al baby flop dei nostri giorni. Una questione non solo demografica, ma principalmente sociale ed economica causata dalla mancanza di politiche organiche e continuative di sostegno alla famiglia e alle donne-madri, per anni sottovalutata. Con il Family Act del 2020 è stato finalmente compiuto il primo passo concreto per sostenere la genitorialità e mettere la famiglia al centro del futuro del nostro Paese”.

Come conciliare famiglia e lavoro?

L’effetto più negativo del calo delle nascite sulla società italiana non è tanto la diminuzione della popolazione complessiva quanto il suo progressivo invecchiamento. Ciò produce una quota insufficiente di nuovi lavoratori. Inoltre, sono circa 10 milioni le donne costrette a rinunciare al lavoro o che perdono il lavoro a causa di problematiche di conciliazione famiglia-lavoro. Non a caso l’Italia figura tra gli ultimi Paesi europei per numero di donne occupate.

“Le donne sono scoraggiate”, continua Mosca, “perché è difficile conciliare i tempi di vita e lavoro e per questo talvolta rinunciano ad allattare e spesso ad avere un secondo figlio. La scelta di avere uno o più figli non dipende solo dalla condizione economica ma principalmente dal livello di benessere, cioè dalla qualità della vita. Ormai è un dato di fatto: a bassi tassi di occupazione femminile corrispondono bassi tassi di fecondità”. In Italia, infatti, solo il 48,9% delle donne in età fertile lavora, contro una media del 62,4% dell’Unione europea.

Pari opportunità

Nell’ambito delle pari opportunità le imprese del farmaco rappresentano una best practice. Il 42% dei lavoratori è rappresentato da donne, una netta maggioranza rispetto al 29% negli altri settori dell’industria. Spesso, le donne rivestono ruoli importanti: sono il 40% dei dirigenti e quadri, mentre negli altri settori non superano il 17%. Nell’area della ricerca, poi, sono la maggioranza, con il 52% degli addetti. Inoltre, le aziende del settore farmaceutico, ispirandosi al concetto di sviluppo sostenibile, hanno introdotto diverse pratiche di welfare. Un’attenzione particolare viene dedicata alla conciliazione vita-lavoro e al benessere dei dipendenti e dei loro familiari.

“La forte presenza femminile e la forte attenzione alle persone fanno sì che da anni nelle imprese del farmaco le pari opportunità siano una realtà”, conclude Massimo Scaccabarozzi, Presidente Farmindustria. “Dati Istat mostrano che la farmaceutica è il settore con la più alta quota di imprese che adottano misure concrete per pari opportunità, diversity, inclusion, conciliazione vita-lavoro e sostegno della genitorialità. Grazie a questo il settore ha una produttività più alta del totale dell’economia che si accompagna a un maggiore numero di figli rispetto alla media nazionale”.

Dal baby boom al baby flop, dunque: la tendenza della denatalità in Italia sembra proprio lontana da un’inversione di tendenza.

 

La telemedicina, in particolare le televisite, possono essere di aiuto per la diagnosi dell’infertilità maschile.

Lo studio dei ricercatori americani

Alcuni ricercatori americani hanno rilevato che le televisite possono essere utilizzate efficacemente con i pazienti già in cura, per gestire un ampio spettro di diagnosi che possono contribuire all’infertilità maschile.
Nello studio, sono state analizzate 70 televisite condotte tra agosto 2017 e marzo 2020 condotte su 56 uomini con diagnosi di condizioni endocrinologiche o anatomiche che contribuiscono all’infertilità.

L’impatto economico

I ricercatori hanno indagato anche l’impatto economico. Hanno rilevato che le televisite hanno consentito ai pazienti di risparmiare 97 minuti (valore mediano) di viaggio per ogni visita. Inoltre, le televisite permettono di non dover chiedere permessi lavorativi, e anche questo ha un impatto sia sui pazienti sia sui datori di lavoro.

Il commento dell’ASRM

“Con la rapida espansione delle televisite, sarà fondamentale che le Assicurazioni si preoccupino di coprire la telemedicina in modo analogo alle visite in persona.” ha commentato Marcelle Cedars, MD, Vice Presidente di ASRM (American Society for Reproductive Medicine).

La telemedicina in Italia

In Italia, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) promuove e coordina Gruppi di studio nazionali specifici. Ciò avviene tramite il Centro nazionale per la telemedicina e le nuove tecnologie assistenziali. L’attività è organizzata per le differenti specialità mediche e chirurgiche, nonché per quei casi o situazioni che risultino di rilevanza tecnico-organizzativa.

I gruppi raccolgono e analizzano le evidenze scientifiche utili a definire sicurezza ed efficacia medico-assistenziali. Inoltre, valutano l’efficienza gestionale delle attività sanitarie erogate in Telemedicina e/o con l’uso di nuove tecnologie digitali.

Da tale attività si ricavano gli elementi per realizzare, in collaborazione con le società e le associazioni scientifiche di riferimento, documenti di indirizzo condivisi. Lo scopo è guidare i professionisti sanitari nell’esercizio pratico della loro professione.

Telemedicina e infertilità quindi potrebbero trovare in futuro molti ambiti di collaborazione.

Endometriosi e dieta sono legati. La dieta, se ricca di cibi antinfiammatori e disintossicanti, può essere di aiuto e contribuire a ridurre i dolori e l’infiammazione. Le raccomandazioni della Fondazione Italiana Endometriosi.

L’endometriosi

L’endometriosi è la presenza all’esterno dell’utero di endometrio, ovvero la mucosa che normalmente riveste esclusivamente la cavità uterina. Può interessare la donna già alla prima mestruazione (menarca) e accompagnarla fino alla menopausa.
L’endometriosi colpisce il 10-15% delle donne italiane in età riproduttiva. Inoltre, interessa circa il 30-50% delle donne infertili o che hanno difficoltà di concepimento.
L’endometriosi è una malattia invalidante, che provoca dolore mestruale, dolore durante i rapporti sessuali, dolore alla minzione e alla defecazione, a volte accompagnato dalla comparsa di sangue nelle urine o nelle feci. Il dolore può essere cronico e persistente, ma generalmente i sintomi si aggravano durante il periodo mestruale.
Attualmente, non ci sono terapie farmacologiche mirate per questa patologia.

Endometriosi: un aiuto dalla dieta

La dieta può essere d’aiuto per chi soffre di endometriosi. Infatti, un regime alimentare basato su cibi antinfiammatori, disintossicanti e liberi da ormoni può essere di supporto per attenuare i dolori e l’infiammazione.

In una recente intervista, la biologa nutrizionista Maria Cassano della Fondazione Italiana Endometriosi ha spiegato che “Nel caso dell’endometriosi è possibile parlare di “cibo terapeutico”. Seguendo alcune specifiche raccomandazioni nutrizionali, l’organismo potrà infatti godere di benefici. Da preferire è innanzitutto una dieta contenente sostanze antinfiammatorie e antiossidanti, come curcuma e zenzero. Un eccesso di grassi saturi e zuccheri potrebbe innescare una cascata di reazioni in grado di stimolare l’attivazione dei mediatori dell’infiammazione. Mentre un’adeguata distribuzione dei carboidrati nella dieta permette di mantenere la secrezione di insulina all’interno di range favorenti l’equilibrio ormonale. Bisogna porre grande attenzione anche alla presenza di disregolatori endocrini, nascosti all’interno di scatolame, plastica e pesticidi. Essi interferiscono sulla produzione degli estrogeni”.

La dieta per le donne con endometriosi

Riportiamo i consigli alimentari della Fondazione Italiana Endometriosi.

Cosa aumentare
  • Aumentare il consumo di fibre, fino al 20-30% nei pasti. Questo determina una riduzione degli estrogeni nel sangue con minore impatto sui tessuti estrogeno-dipendenti. Sì, quindi, a frutta, verdura, cereali integrali, legumi e semi oleosi
  • Aumentare il consumo di acidi grassi e Omega3. Questo promuove la produzione della prostaglandina PGE1, che riduce il livello di infiammazione addominale determinato dalla endometriosi. Sì, quindi, a pesce azzurro, salmone e tonno; olio di oliva, frutta secca, avocado e semi (chia, di girasole, di zucca. e di lino)
Cosa ridurre
  • La carne rossa (preferire la carne bianca, di origine e allevamento controllato),
  • i latticini, per la presenza di caseina e lattosio
  • il glutine, da assumere possibilmente solo da farine integrali e grezze
Cosa evitare
  • Alimenti industriali: merendine, patatine, barrette, biscotti, bevande zuccherate, prodotti confezionati…
  • Alcohol
  • Caffeina
  • Prodotti caseari di origine animale di allevamento non controllato: per il loro alto contenuto di ormoni e antibiotici
  • Prodotti contenenti soia: (salsa di soia, tofu, seitan, edamame..) per il loro contenuto di fitoestrogeni
  • Farine bianche e prodotti da forno raffinati
  • Grassi saturi
  • Zucchero bianco
  • Dolci altamente zuccherini
  • Avena e segale per il loro alto contenuto di estrogeni

 

Fonti:

Ministero della Salute: Salute della donna/endometriosi
Fondazione Italiana Endometriosi

Quale è stato l’impatto della COVID-19 sui servizi di PMA in Europa durante la pandemia? Quale l’impatto sulle coppie che hanno dovuto interrompere i trattamenti di PMA? I membri del The ESHRE COVID-19 Working Group hanno condotto una survey in 41 Paesi europei e hanno pubblicato i risultati su Human Reproduction Open.

Lo scenario in Europa

La pandemia legata alla malattia COVID-19 ha avuto un forte impatto sulle coppie con difficoltà di concepimento. Le cliniche della fertilità hanno sospeso i servizi di PMA, volontariamente o su indicazione delle Autorità Sanitarie nazionali, in media per 7 settimane.

Con la dichiarazione dello stato di pandemia, le Autorità locali hanno sospeso tutti i servizi sanitari non urgenti. Questo al fine di preservare le risorse da dedicare all’ stato di emergenza e per favorire il distanziamento sociale. Le società scientifiche hanno rilasciato raccomandazioni e posizioni su come procedere: ad esempio, la ESHRE (European Society of Human Reproduction and Embriology) a livello europeo e la SIRU (Società Italiana della Riproduzione Umana) in Italia.

La survey

Nel corso del congresso ESHRE tenutosi ad aprile – il convegno più importante a livello Europeo nell’ambito della riproduzione umana – i membri nell’ESHRE Committee of National Representatives hanno ricevuto un questionario. Il questionario chiedeva loro di indicare lo stato dei trattamenti di fecondazione assistita nel loro Paese di provenienza. Gli intervistati hanno dovuto precisare quali trattamenti di PMA sono stati interrotti, quali proseguiti e, in quest’ultimo caso, quali misure restrittive sono state adottate per contenere la pandemia.

Una volta raccolti, i ricercatori hanno incrociato i dati con quelli sulla COVID-19 resi noti dall’ECDC, European Centre for Disease Control. I dati dell’ECDC erano quelli sul numero di casi per Paese europeo.

I risultati principali

Nonostante le numerose differenze nei sistemi sanitari dei vari Paesi – si pensi a quello italiano – i ricercatori sono giunti ad alcune conclusioni. I dati mostrano che i vari Paesi hanno deciso di interrompere e riprendere i servizi di PMA in fasi molto diverse della pandemia. Analogamente, la sospensione ha avuto durata anche molto diversa. In genere, i trattamenti di preservazione della fertilità sono perlopiù rimasti attivi durante tutta la pandemia.

L’Italia è stata la prima a sospendere i servizi di procreazione assistita, il 1° marzo, altre nove Paesi l’hanno fatto nei 15 giorni successivi, seguendo le raccomandazioni dei vari Governi nazionali. Il 1° aprile tutti e 41 i Paesi rappresentati nella survey avevano interrotto, parzialmente o totalmente, i servizi di PMA. In alcuni Paesi, come ad esempio Svezia e Norvegia, l’impatto della pandemia è stato ridotto; di conseguenza, anche le attività di PMA sono state solo minimamente ridotte.

Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Lussemburgo e Norvegia sono stati i primi Paesi a riaprire i centri di fecondazione assistita, nella settimana dell 20 aprile. Gli altri hanno atteso il mese di maggio.

Le conclusioni

Nonostante le numerose semplificazioni che si sono rese necessarie nell’interpretazione dei dati, i risultati hanno portato i ricercatori ad alcune conclusioni.

La più significativa è che la sospensione delle attività di PMA ha avuto durata relativamente breve in tutti i Paesi, circa 7 settimane. Inoltre, sembra che la ripresa sia stata tempestiva, ai primi cenni di declino della curva dei nuovi casi di COVID-19. Questo può anche essere legato al fatto che per la WHO – World Health Organization – l’infertilità è un tema di importanza prioritaria. Analogamente, l’impatto psicologico per le coppie infertili è tenuto in seria considerazione dalle Società Scientifiche internazionali, che hanno emanato le linee guida per consentire la riapertura in tempi rapidi.

I ricercatori si augurano che la loro indagine su l’impatto della COVID-19 sulla PMA in Europa sia di supporto nel caso di una futura pandemia globale. Tutti noi leggiamo i risultati con grande interesse, sperando che non ce ne sia mai più bisogno.

Malattie autoimmuni e maternità: prende il via il 1° settembre #anchiomammaTALK, un ciclo di 8 incontri online con medici specialisti e rappresentanti dei pazienti. L’appuntamento è sul profilo Facebook di #anchiomamma

Un programma ricco di approfondimenti

Gli argomenti da approfondire sono molti: l’impatto delle patologie sulla fertilità, il counseling, la gestione della terapia in gravidanza, la sessualità, la procreazione medicalmente assistita. Gli incontri daranno voce alle pazienti e ad autorevoli esperti su ciò che è importante sapere per chi ha una malattia autoimmune e desidera un figlio. Inoltre, si farà il punto sulla medicina di genere nelle malattie autoimmuni e su come la telemedicina può essere di supporto a chi convive con le patologie croniche autoimmuni, reumatologiche e dermatologiche.

Il programma completo è disponibile sul sito www.anchiomamma.it, alla pagina “La Parola agli Esperti“.

Malattie autoimmuni e gravidanza

Le malattie autoimmuni colpiscono frequentemente le donne in età fertile, quando si fanno progetti per il futuro. Talvolta influenzano negativamente il desiderio di creare una propria famiglia fino a condizionare la vita di coppia. Le pazienti temono che l’andamento ciclico della patologia o la terapia farmacologica possano danneggiare il nascituro, che il figlio possa “ereditare” la patologia, che la gravidanza possa interrompere una fase di remissione duratura e che lo stato di salute non permetta di accudire il bambino e di accompagnarlo nella crescita.

Fino a non molto tempo fa, la gravidanza era fortemente sconsigliata. Oggi, invece, diventare mamma con una malattia autoimmune reumatologica o dermatologica è un sogno realizzabile. I medici dispongono di opzioni terapeutiche con un alto profilo di sicurezza ed efficacia, che possono essere usate in gravidanza senza rischi per il feto. Sotto la guida degli specialisti, quindi, è possibile programmare una gravidanza, gestendo la malattia autoimmune.

Il progetto #anchiomamma

#anchiomamma è un progetto di informazione nato per sostenere le donne che vivono con una malattia autoimmune, reumatologica o dermatologica, che desiderano diventare mamma. L’obiettivo è informare in modo corretto, chiaro e completo le donne che si ammalano in età fertile, affinché nessuna rinunci al proprio sogno di diventare mamma.

È promosso dalle associazioni di pazienti ANMAR (Associazione Nazionale Malati Reumatici Onlus), APIAFCO (Associazione Psoriasici Italiani Amici della Fondazione Corazza) e APMARR (Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare), con il supporto non condizionato di UCB Pharma S.p.A. e di IBSA Farmaceutici Italia S.r.l.

Un board scientifico composto da medici specialisti (reumatologi, dermatologi, ginecologi) garantisce la correttezza dei contenuti.

Il progetto #anchiomamma è coordinato da Media For Health.

I dati del registro globale dello ICMART (International Committee for Monitoring Assisted Reproductive Technologies) riguardano la riproduzione assistita nel mondo. Recentemente anche la Cina ha comunicato i propri dati, posizionandosi in cima alla classifica delle Nazioni al mondo in cui si effettuano trattamenti di PMA. In Cina, infatti, si effettua un numero di cicli analogo a quelli di tutta Europa. I nuovi dati sono stati presentati al congresso ESHRE 2020.

I dati presentati all’ESHRE

I nuovi dati (relativi al 2016) sono stati presentati nel corso dell’ESHRE 2020, il congresso annuale della European Society of Human Reproduction and EmbryologyIl mondo della PMA ha preso una forma differente rispetto a come appariva prima di includere anche i dati dalla Cina.

Negli anni precedenti l’Europa è sempre stata leader mondiale con circa 1 milione di cicli l’anno, circa il 50% del numero complessivo. Ora la Cina è la Nazione al mondo in cui si effettuano più procedure di PMA. In realtà la Cina non comunica formalmente le sue statistiche all’ICMART e lo spaccato globale è in parte una stima. Tuttavia, numeri così importanti sono molto significativi e danno l’idea di “uno sviluppo emozionante”, come ha commentato David Adamson presentando il Rapporto nel corso dell’ESHRE.

Nel 2016 il numero di cicli di fecondazione assistita effettuati nel mondo è stato di oltre 3,3 milioni. Di questi, più di 1,8 milioni in Cina, ovvero il 27% di tutti i cicli di PMA, come l’intera Europa. Cina, Giappone,USA, Spagna, Russia, Francia, Germania, Italia, Australia e UK sono le 10 Nazioni in cui viene effettuato l’80% dei cicli di fecondazione assistita. Nello specifico, l’Italia ha comunicato 73.442 cicli effettuati nelle cliniche di PMA.

Il Rapporto è ora più completo

Adamson ha concluso la sua relazione all’ESHRE definendo “eccellente” il report dei dati condiviso dalla Cina: con queste ulteriori informazioni “il Rapporto globale ICMART sarà significativamente più completo”.

Fonti:

ESHRE News: A new world picture of ART activity.

Dopo il lockdown si è registrato un aumento di richieste per trattamenti di fecondazione assistita. Gli esperti parlano di un +20% rispetto all’anno scorso.

Lo ha spiegato in un’intervista all’agenzia ANSA il prof. Antonino Guglielmino, presidente della Società Italiana di Riproduzione Umana (Siru): “Il lockdown ha aumentato il desiderio di genitorialità. Tra metà giugno e metà luglio abbiamo visto un aumento in media del 20%, e con picchi del 30% in alcune regioni, di coppie che si sono rivolte ai centri per la Procreazione Medicalmente Assistita rispetto allo stesso periodo dello scorso anno”.

Molte nuove richieste

Il temporaneo stop alla PMA durante la pandemia è arrivato in un periodo dell’anno, la primavera, in cui la domanda è solitamente più alta. Molte delle richieste arrivate ai centri di PMA sono nuove e non provengono solo da quelle coppie che avrebbero voluto, ma non hanno potuto, accedere alla fecondazione assistita durante il lockdown. A pesare infatti è, “da un lato, la paura di nuove chiusure per eventuali seconde ondate di contagi e, dall’altro, un maggior desiderio di famiglia che in molte coppie la pandemia ha suscitato”, chiarisce l’esperto.

Centri PMA aperti anche ad agosto

Saranno molti i centri PMA aperti anche ad agosto, in modo da soddisfare le richieste rimaste in sospeso a causa dell’emergenza Covid-19. I trattamenti non effettuati sono stati 30-35.000. L’apertura estiva per i centri è una condizione anomala, trattandosi di un “periodo in cui normalmente si sospendono”. Secondo la SIRU, i cicli riproduttivi non effettuati nei mesi di marzo, aprile e maggio hanno portato a circa 4.500 nascite in meno.

Ottimi riscontri dalla consulenza online

Altra novità della fecondazione assistita nella Fase 3 riguarda i progressi compiuti verso la digitalizzazione, che sono stati conservati anche nel post lockdown. “Gran parte della consulenza preparatoria di tipo psicologico e genetico, oltre agli incontri di discussione per il consenso informato – prosegue il Prof. Antonino Guglielmino nell’intervista ad ANSA – è stata portata avanti online durante la pandemia. Ma il 40% delle coppie continua a preferirla anche ora che i centri hanno riaperto”.

Fonte: ANSA

Si chiama Nell2, è una proteina ed è in grado di “accendere” gli spermatozoi. Quando Nell2 li accende, avvia il processo che li fa maturare e li rende pronti a fecondare l’ovocita. Gli scienziati dell’ateneo giapponese di Osaka hanno individuato la proteina in uno studio recentemente pubblicato sulla prestigiosa rivista Science. Questa scoperta può avere implicazioni importanti nello sviluppo di terapie per l’infertilità e la contraccezione maschile.

Lo studio

La proteina Nell2 viene prodotta dai testicoli per poi viaggiare attraverso il liquido seminale. Nell2 entra in azione quando gli spermatozoi raggiungono l’epididimo, un sottile condotto che congiunge il testicolo al dotto deferente. Proprio in questa zona, infatti, gli spermatozoi iniziano la fase di maturazione che li rende capaci di fecondare.

I ricercatori giapponesi. hanno dimostrato che quando la proteina Nell2 non è presente o è presente ma non attiva, l’epididimo non riesce a produrre un enzima chiave per la fertilità maschile. Di conseguenza, gli spermatozoi non sono in grado di entrare nelle tube dell’utero femminile o di fertilizzare l’ovocita.

Lo studio è stato condotto in vivo, utilizzando una tecnica innovativa di editing del genoma.   abbiamo lavorato su topi maschi privi della proteina Nell2, dimostrando che erano sterili perche’ i loro spermatozoi non si muovevano”

I risultati risultano essere molto importanti nell’ambito della medicina della riproduzione e della fertilità maschile in particolare. La ricerca scientifica dovrà fare nuovi e ulteriori approfondimenti in questa direzione, trattandosi di una materia estremamente complessa. Tuttavia, i ricercatori sono molto soddisfatti dei risultati: “Abbiamo scoperto una complicata cascata di eventi che causa l’infertilità maschile – ha commentato il Prof. Daiji Kiyozumi, coordinatore dello studio – e che può avere implicazioni importanti nello sviluppo di terapie per l’infertilità e la contraccezione maschile”.

 

 

Fonti:

ANSA

Kiyozumi D et al., NELL2-mediated lumicrine signaling through OVCH2 is required for male fertility. Science, 2020, Vol. 368, Issue 6495, pp. 1132-1135. DOI: 10.1126/science.aay5134. Disponibile al link: https://science.sciencemag.org/content/368/6495/1132.abstract

 

Il lockdown ha portato un boom di concepimenti tra coppie infertili. Il 14% di quelle che stavano seguendo un percorso di fecondazione assistita hanno concepito naturalmente. In Italia, la percentuale delle infertilità cosiddette “sine causa” è del 15%.

La ricerca italiana

I dati emergono da una ricerca italiana condotta su 50 coppie di età media di circa 39 anni. Queste coppie avevano dovuto sospendere il percorso di procreazione assistita a causa delle misure di distanziamento sociale. La percentuale del 14% si avvicina molto a quella che in letteratura viene definita come ‘infertilità sine causa’.

A condurre la ricerca la D.ssa Arianna Pacchiarotti, Responsabile Pma dell’ospedale San Filippo Neri di Roma e Docente alla Sapienza. “La bassa frequenza di rapporti sessuali spesso non viene menzionata durante l’anamnesi da parte delle coppie, soprattutto perché è un problema che è fonte di frustrazione e vergogna – spiega la D.ssa Pacchiarotti. Lo stress, la fatica, la mancanza di tempo e la distanza geografica sono le cause principali”.

“Il dato più interessante – sottolinea – è che la percentuale di chi ha concepito naturalmente è molto simile, 14% contro 15% a quella delle cosiddette infertilità ‘sine causa’, quelle cioè in cui non è stato diagnosticato un problema medico”.

L’effetto potrebbe parzialmente compensare la mancanza di nascite causata dal blocco delle procedure nel periodo di distanziamento che, secondo alcune stime potrebbe far ‘perdere’ circa 4500 nascite quest’anno. Il 3-4 per cento dei bambini che vengono alla luce nel nostro paese lo fa infatti grazie alla fecondazione assistita.

La bassa frequenza dei rapporti sessuali spesso non viene considerata quando si indagano le cause delle difficoltà di concepimento. Le coppie non ne parlano, a volte per pudore o per paura di essere giudicati. Questa ricerca, sebbene condotta su un numero molto ristretto di coppie, fornisce un dato interessante.

Il lockdown e la vita di coppia

La vita di coppia è stata al centro di molti dibattiti durante il lockdown dovuto alla pandemia da Covid-19. Alcuni rapporti sono entrati in crisi, altri hanno “colto l’occasione” per interrompersi definitivamente. In molti casi, invece, le circostanze eccezionali che abbiamo vissuto e in parte stiamo ancora vivendo hanno acceso una nuova luce sulle relazioni. Molte persone hanno cambiato prospettiva e hanno riscoperto il valore degli affetti, ai quali troppo spesso non diamo il peso che meritano. Nuove vite nasceranno, dunque, e questa è di per sè un’ottima notizia.

Fonte: ANSA