Progetto Iside – fecondazione assistita
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Le gonadotropine sono farmaci utilizzati per via sottocutanea nel trattamento dell’infertilità. Si tratta di farmaci contenenti l’ormone follicolo stimolante, l’ormone luteinizzante e la gonadotropina corionica. Un altro farmaco che ha un’azione di stimolo sulla funzione ovarica è il clomifene che agisce a livello del sistema nervoso centrale. Vengono utilizzati  nei programmi di Procreazione Medicalmente Assistita (FIV-ET/ICSI) e di  inseminazione in utero (IUI). L’obiettivo di questi farmaci è di stimolare la produzione di ovociti mediante un’iperstimolazione ovarica in modo da portare a maturazione più cellule uovo per metterle a disposizione della fecondazione assistita. La gonadotropina corionica invece serve per mimare il picco di LH e stimolare il rilascio dell’ovocita una volta che questo è giunto a maturazione. Il monitoraggio ecografico e sierologico (dosaggi ormonali di estradiolo e progesterone) della Paziente in corso di trattamento risulta particolarmente utile per minimizzare gli eventuali effetti collaterali del trattamento.

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Questi comprendono, in ordine di importanza, la sindrome da iperstimolazione ovarica che è caratterizzata da un ingrandimento delle ovaie e dalla presenza di versamento libero in addome che si osserva dopo l’induzione dell’ovulazione. Una forma decisamente più leggera e che decorre con pochi sintomi sfumati si può riscontrare nel 10-20% delle Pazienti trattate con gonadotropine e la risoluzione avviene in modo rapido e spontaneo. Nell’1% dei casi invece la sindrome da iperstimolazione ovarica rappresenta una condizione patologica grave. I sintomi sono intensi (nausea, vomito, incremento di peso rapidamente, disidratazione, insufficienza renale, formazione di coaguli, versamento pleurico associato a quello in addome, torsione ovarica tali da richiedere un ricovero ospedaliero prolungato e un trattamento intensivo (in rarissimi casi può addirittura avere un esito fatale per la donna).
Più spesso questa forma grave (che può durare 1-2 settimane) compare nelle donne giovani, con ovaio policistico e in quelle che rimangono gravide. Diverse strategie sono state utilizzare per prevenire o minimizzare questi sintomi e segni: monitoraggio clinico stretto delle pazienti, riduzione o interruzione della terapia in caso di eccessiva risposta ed induzione dell’ovulazione con l’analogo del GnRH. Per ridurre la severità del quadro clinico nelle donne con eccessiva risposta ovarica è possibile somministrare la cabergolina. In questi casi il trasferimento embrionario non viene effettuato ma viene ritardato di 1 o 2 giorni, per evitare l’insorgenza della gravidanza ed il peggioramento del quadro clinico. Gli embrioni o gli ovociti ottenuti vengono crioconservati.
Un altro rischio dell’iperstimolazione ovarica con gonadotropine consiste nella possibilità di avviare gravidanze plurigemellari (in genere nel 30% dei casi). Il problema in questi casi è che il rischio di aborto spontaneo è maggiore al pari dell’incidenza di malformazioni fetali, di gestosi (ipertensione in gravidanza con possibili conseguenze multiorgano anche gravi), di prematurità, e di sanguinamento materno. Il rischio di eventi avversi aumenta con il numero della gemellarità (parità). Un altro possibile rischio è rappresentato dalle gravidanze extrauterine che viceversa è un evento raro nella popolazione generale. In questi casi, l’unica soluzione è rappresentata dall’asportazione chirurgica della gravidanza ectopica o da strategie farmacologiche adeguate (METOTREXATE). Per quanto concerne il sospetto di indurre tumori, gli studi ad oggi effettuati non hanno dato alcuna conferma.

Articolo realizzato con il contributo scientifico della Dott.ssa Paola Persico – Medico chirurgo specialista in Ostetricia e Ginecologia.

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