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Staminali e ovociti: la ricerca trova nuove vie per migliorare il successo delle tecniche di PMA. In Italia la Legge 40/2004 si adegua ai tempi a piccoli passi

È di pochi giorni fa la notizia della svolta epocale compiuta dalla ricerca canadese: la nascita, a Toronto, del primo bambino concepito dopo la rigenerazione degli ovociti della candidata madre: un vero e proprio ringiovanimento, ottenuto grazie alle cellule staminali  estratte dagli ovociti della donna. Gli ovociti sono così tornati allo stato ottimale per affrontare la fertilizzazione in vitro (FIVET) e l’ottenimento di embrioni ad alta percentuale di impianto.

Zain ha quasi un mese ed è soltanto il primo di un folto gruppo di piccoli che nasceranno nei prossimi mesi. Zain e gli altri sono la concretizzazione di un’ipotesi di lavoro formulata oltre dieci anni fa. Realizzata oggi, dopo anni di ricerca, parte dall’identificazione delle cellule staminali nel tessuto ovarico della candidata madre, procede con la loro purificazione per estrarre i mitocondri (i motori energetici di qualunque cellula) e termina con l’aggiunta di questo estratto, in corso di FIVET, agli ovociti “stanchi” e al liquido seminale del padre.

Dopo iperstimolazione ovarica, e grazie al trattamento con questo estratto di energia vitale, i coniugi Rajani hanno ottenuto con la FIVET quattro embrioni, ritenuti dai medici perfetti per l’impianto: da uno di questi è nato Zain. Quali sono gli aspetti innovativi, oltre alla messa a punto della tecnologia in sé, tutt’altro che semplice?

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Prima di tutto, il deciso aumento delle probabilità di successo della FIVET che, da Louise Brown (la prima bambina nata nel 1978 con questa metodica) a oggi, non è aumentata di molto: circa 38% per le 35-40enni (era 35-36%) e 18% (da 15-16%) per chi ha appena superato i 40 anni.

Inoltre: questa iniezione di energie freschissime non può essere mimata da nessun trattamento in vitro, tra quelli in uso finora. Significa, nelle prospettive più rosee, assicurare prole a chi finora con la FIVET (o l’ICSI l’altra tecnica che prevede l’impianto di embrioni ottenuti in vitro) aveva fallito.

Ma ci sono molti dubbi ancora da chiarire: innazitutto bisognerà provare che questa procedura mantiene le percentuali di successo avute in questi primi tentativi. In parallelo, poiché l’estrazione dei mitocondri e il loro successivo utilizzo sono agli esordi, sarà necessario confermare la sicurezza della metodica. Terzo, e non meno importante, in molti paesi (Stati Uniti in testa) questo tipo di intervento rientra nella cosiddetta “terapia genica”, oggetto di regolamentazione a se stante.

Intanto in Italia, a Pescara, l’egg-sharing (condivisione di ovociti) ha permesso a una 40enne, affetta da menopausa precoce, di usufruire della fecondazione eterologa e avviare una gravidanza. La condivisione di ovociti è l’offerta di ovuli sovrannumerari da parte di donne che si sono sottoposte a trattamenti di iperstimolazione ovarica per una procedura di PMA. Come si può intuire, l’egg-sharing implica, rispetto all’ovodonazione, un coinvolgimento emotivo maggiore da parte della donatrice, perché lei stessa sta affrontando una PMA. Se si diffondesse, la condivisione di ovociti potrebbe ovviare alla ancora scarsissima donazione di gameti femminili che caratterizza i centri italiani di PMA.

Anche in Italia, dunque, qualcosa si muove. Soprattutto sotto il profilo legislativo. Il testo originale della Legge 40/2004 è stato smontato pezzo per pezzo da tempo e, seppure a piccoli passi, altri adeguamenti stanno diventando realtà, anche a livello di singole Regioni. A inizio maggio, per esempio, il Tar del Veneto ha annullato la delibera regionale, che imponeva un limite d’età (43 anni) per la fecondazione eterologa nelle strutture pubbliche, laddove il limite per l’omologa (sempre nelle strutture pubbliche) è posta per un’età superiore, potenzialmente fertile. [/seodiv]

 

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