Progetto Iside – fecondazione assistita
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La gravidanza ottenuta mediante FIV-ET sembra presentarsi di per sé come un’esperienza fortemente carica di stress e con caratteristiche psicodinamiche decisamente peculiari. Un aspetto singolare infatti è la scarsa rappresentazione del bambino in senso immaginifico nelle fasi iniziali del trattamento. Infatti, è stato osservato che una donna che viene sottoposta a questi trattamenti tende a manifestare una profonda preoccupazione nei confronti degli aspetti tecnici della procedura e delle regole salutistiche da seguire. Si osserva infatti una sorta di assenza di visione del futuro bambino e del proprio futuro di mamma e l’attenzione viene concretizzata su aspetti fisici e regolamentari. La preoccupazione nei confronti delle condizioni di potenziale rischio nei confronti dell’esito della procedura in atto e quella nei confronti dell’ascoltare il proprio corpo sembrano annientare qualsiasi altro pensiero. Sembra plausibile considerare tutto questo come un meccanismo difensivo. La donna si vede come un contenitore da preservare sano, eseguendo bene i propri compiti, senza immaginare il contenuto (il figlio) e il proprio ruolo futuro (di mamma). Una difesa timorosa nei confronti della paura del fallimento che la donna sente di temere con il successivo rischio di depressione che coinvolge tutta la coppia e il mondo circostante e il futuro.

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La paura della disillusione nei confronti della propria lotta nei confronti dell’infertilità, del non potere trovare il fisiologico completamento, frutto anche del pensiero comune della società (donna-madre). La coppia tutta viene coinvolta in una visione tecnica della gravidanza in cui manca la rappresentazione fantastica dell’evoluzione futura (il vedersi in una dimensione di vita di genitori con un bambino/a). E la dipendenza dalla tecnica piuttosto che dalla potenzialità della natura intrinseca, divarica la percezione del se come futura madre. Questo è un pensiero che verrà successivamente. E nel successo della procedura di procreazione assistita, potrà essere dato al figlio un ruolo straordinario di riparatore di una ferita narcisistica che è quella di non essere riuscita in modo naturale. E per questo, la tendenza sarà verso un atteggiamento di ansia e di preoccupazione nei suoi confronti che non è modulato da realismo ma condotto da valenze mediate, metafisiche. L’obiettivo quindi del supporto è verso un realismo razionale ed equilibrato con una visione che si sposta da quella di “ultima ed unica possibilità” a quella di percorso che troverà realizzazione in un figlio biologico o in un figlio adottivo, in tutti i casi, in un figlio. E in questi termini, la posizione e il ruolo dell’uomo è essenziale perché il vivere quotidiano l’attesa dell’esito della procedura non rimanga confinato alla donna ma venga viceversa distribuito sulla coppia che ha valenza sinergica in tutti i sensi. Attenzione e sdrammatizzazione, impegno e realismo futuro, determinazione e leggero distacco emotivo. In questo, un eventuale supporto psicologico diventa necessario ma non come fase spot di breve durata lungo il percorso già avviato, bensì fin dalla fase preparatoria alla procreazione medicalmente assistita.

Articolo realizzato con il contributo scientifico della Dott.ssa Paola Persico – Medico chirurgo specialista in Ostetricia e Ginecologia.

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