Ottimi complementi per la fertilità, inositolo e acido folico favoriscono la gravidanza e la proteggono
L‘inositolo è una molecola fondamentale per il benessere del nostro organismo ed è particolarmente prezioso nel momento in cui si cerca un bimbo. Esso è infatti associato alla fertilità e, pur essendo sintetizzato naturalmente dall’organismo, a volte la sua quantità non è sufficiente e va perciò integrata.
Gli integratori a base di inositolo sono indicati per le donne con problemi di fertilità ( causati principalmente dalla sindrome dell’ovaio policistico (PCOS) che, dati alla mano, è la prima causa d’infertilità femminile. Studi clinici hanno dimostrato nel tempo che un’integrazione di inositolo può aiutare a migliorare la sintomatologia associata alla PCOS che va a inficiare la fecondità.
Alla luce dei risultati della ricerca in questo campo, pare essere confermato che la molecola agisca efficacemente sulle donne con ovaio micropolicistico e che spesso sono affette anche da insulino-resistenza.
In particolare l’inositolo regolarizza il ciclo mestruale rendendo possibile una corretta ovulazione, condizione necessaria per l’avvio di una gravidanza.
Ottima l’associazione di inositolo e acido folico
Benefici particolari sono stati rilevati associando l’inositolo all’acido folico. Quest’ultimo è consigliato già prima del concepimento in quanto protegge il feto dal rischio di sviluppo di difetti del tubo neurale, favorisce la crescita dei tessuti materni in gravidanza e interviene nel processo di divisione cellulare.
Per quanto riguarda poi l’insulino-resistenza nelle donne con PCOS, la supplementazione di acido folico in combinazione a inositolo pare essere capace di ridurre i livelli di omocisteina che, se troppo elevati, si associano al rischio di malattie cardiovascolari e malattie fetali.
Il congelamento degli ovociti non è una moda, ma una tecnica utile in vista di una riduzione della fertilità, per accedere in seguito a una PMA
All’egg-freezing, il congelamento degli ovociti in vista di una futura gravidanza medicalmente assistita (PMA), il settimanale statunitense “Time” ha dedicato, a partire dall’estate, ben quattro pagine, seguite da più uscite nella versione online. Negli Stati Uniti infati la tecnica sta guadagnando consensi tra le donne più giovani, che si sono affacciate da poco al lavoro dopo i duri anni dell’Università e sono convinte che il congelamento degli ovociti possa essere il metodo più sicuro per poter rimandare la gravidanza al raggiungimento di una posizione lavorativa e di una situazione sentimentale più stabili.
Ma la crioconservazione dei gameti (compresi quindi gli spermatozoi) non è stata certo messa a punto con questo obiettivo. Piuttosto, il congelamento degli ovociti (così come del liquido seminale) è indicato in tutte le condizioni che portano a una progressiva riduzione della fertilità. La principale è la necessità di sottoporsi a trattamenti sicuramente lesivi, come la chemioterapia oncologica. Ma ci sono anche patologie in grado di compromettere la fertilità, perché colpiscono direttamente gli organi della riproduzione, come un’endometriosi severa, o l’esaurimento ovaricoprecoce, oppure perché sovvertono la salute dell’organismo in toto, come le malattie autoimmuni.
L’egg-freezing non è certo una procedura semplice: bisogna affrontare cicli di gonadotropine, di durata variabile da donna a donna, in grado di assicurare una stimolazione follicolare, destinata a ottenere un numero sufficiente di ovociti adatti alla crioconservazione e in grado di poter essere fecondati una volta scongelati. Ogni procedura di PMA con ovociti congelati prevede infatti l’impiego di cinque-sei ovociti, che in media permettono di ottenere tre-quattro embrioni impiantabili.
Sono tutti passaggi che, inevitabilmente, riducono la possibilità di avviare una PMA con successo. Tanto più se l’aspirante mamma utilizzerà gli ovociticongelati attorno ai 40 anni: anche se vengono utilizzati gameti prelevati e crioconservati negli anni “migliori”, cioè attorno al trentesimo compleanno, l’età della futura mamma resta un fattore cruciale per portare a termine i nove mesi di gestazione. a
Ecco perché il congelamento degli ovociti è un percorso senz’altro utile in specifiche condizioni di compromissione della fertilità, per poter procedere in seguito una PMA, ma deve essere affrontato in presenza di una necessità impellente e in seguito a una motivazione attentamente meditata, se possibile, con un buon sostegno psicologico.
L’incidenza delle neoplasie maligne raggiunge il picco massimo dopo i 50 anni d’età. Tuttavia ogni anno il tumore maligno viene diagnosticato a molti pazienti giovani ed in età riproduttiva.
Il cancro e le terapie messe in atto per combatterlo compromettono la fertilità dei pazienti, danneggiando in modo a volte irreversibile le cellule della linea germinale.
Grazie alla prevenzione, alla diagnosi precoce ed alla ricerca la sopravvivenza a lungo termine di questi pazienti è migliorata moltissimo ed un’attenzione sempre crescente deve essere posta sulla qualità di vita di coloro che hanno sconfitto questa malattia.
Per questo è importante prevedere il problema della preservazione delle fertilità nelle primissime fasi del percorso oncologico: si stima che il 30-50% delle donne giovani affette da neoplasia non venga correttamente informata ed indirizzata prima di iniziare la chemioterapia.
Vediamo insieme, a seconda che si tratti di uomini o donne, le diverse alternative per preservare la fertilità in caso di una patologia oncologica:
Rimandata a fine aprile la decisione della Consulta sull’accesso alla diagnosi pre-impianto per le coppie fertili, ma portatrici sane di malattia genetica grave
La Consulta non ha deciso, rimandando così a decisione sull’accessibilità o meno delle coppie fertili, ma portatrici sane di gravi malattie genetiche, alla PMA, quindi alla diagnosi preimpianto. Il divieto è infatti contenuto nella Legge 40/2004. Fin dalla sua comparsa, ha sollevato dubbi legittimi. Evidentemente con ragione. Nel 2012, infatti, la Corte di Giustizia europea con sede a Strasburgo ha infatti bocciato la norma, sottolineando come impedire l’accesso alla PMA e alla diagnosi preimpianto alle coppie fertili, ma portatrici sane di gravi malattie genetiche, violava la Carta europea dei diritti dell’uomo. Nella realtà, significa esporre le donne a un rischio noto, palese e grave: l’aborto ripetuto, sia spontaneo, sia terapeutico.
Un’esperienza devastante, dal punto di vista sia fisico per la donna, sia psicologico per la coppia, che molti hanno deciso di non affrontare oltre. I più battaglieri hanno sollecitato una chiamata pacifica all’azione, presentando una petizione al Parlamento, perché dedicasse giusta attenzione a questo doloroso risvolto della Legge 40. L’appello è stato presentato proprio poche ore prima che il Consiglio di Stato, nella riunione del 15 aprile, esaminasse (e rimandasse a fine mese) ogni decisione.
Non è però una battaglia solitaria: al fianco di queste famiglie si sono da tempo schierate Associazioni da sempre impegnate per la tutela dei diritti dei pazienti. In prima fila l’Associazione Luca Coscioni, con l’Avvocato Filomena Gallo, ma anche altre (tra cui Amica Cicogna, Parent Project Onlus, AIDAGG, Hera). Il punto nodale è semplice: il divieto alla diagnosi preimpianto per le coppie fertili, ma portatrici sane di malattie genetiche gravi, non era presente nel testo della Legge 40, ma era stato introdotto nella successiva linea-guida ministeriale.
Di fatto, oltre a risultare immediatamente ambigua, quindi oggetto da subito di riesami e controversie legali, la norma discrimina coppie, che potrebbero vedere grandemente aumentata la probabilità di avere un figlio sano: la diagnosi preimpianto, infatti, permette di evidenziare le malattie genetiche ben caratterizzate, vale a dire quelle in cui la mutazione presente nei genitori è nota e in grado di determinare con certezza la malattia nel nascituro. Ben diversa quindi dalla diagnosi prenatale che, condotta a gravidanza avviata (villocentesi al terzo mese, o amniocentesi al quinto), evidenzia la malattia già presente nel feto ed espone la donna e la coppia al doloroso iter decisionale sull’opportunità di un aborto terapeutico.
In questi anni, non è la prima volta che il divieto al ricorso alla PMA (quindi anche alla diagnosi preimpianto) nelle coppie fertili, ma portatrici sane di malattia genetica grave, inserito nella linea-guida ministeriale per l’applicazione della Legge 40, è oggetto di battaglie legali. Le più recenti, successive alla condanna della Corte di Giustizia europea di Strasburgo, hanno condotto al pronunciamento del Tribunale di Roma che, nel 2013, ha sollevato per la norma una questione di incostituzionalità. Ed è proprio questa la base su cui la Consulta si è riunita il 15 aprile scorso per deliberare, senza peraltro giungere ad alcuna decisione. Il prossimo capitolo si scriverà tra una quindicina di giorni. Un ulteriore carico di ansia e frustrazione per tutte le coppie che sperano finalmente di poter diventare “famiglia”.
Anche perché l’Italia, finché non chiarisce la sua posizione anche su questo punto, appare decisamente in retroguardia rispetto a gran parte d’Europa e a nazioni confinanti, tra cui la Turchia e la Russia.
Durante le ultime decadi la sopravvivenza dei pazienti oncologici è molto aumentata. E’ sempre di più il numero di pazienti che hanno avuto una neoplasia in età infantile e/o che vengono colpiti da questa patologia in giovane età.
Sebbene la sopravvivenza rimanga l’obbiettivo primario vi è sempre un maggiore interesse rivolto qualità della vita dei pazienti, in particolare alla “preservazione della fertilità” dei pazienti che una volta guariti dalla patologia, a causa ad esempio di chemio e radioterapie potrebbero aver compromesso la loro fertilità, e non potendo quindi portare a compimento il loro desiderio di genitorialità.
L’oncofertilità è un nuovo approccio interdisciplinare (oncologi, ginecologi, urologi, esperti in medicina della riproduzione) che è nato e si è sviluppato per massimizzare il futuro riproduttivo dei pazienti oncologici offrendo loro diverse tecniche di preservazione della fertilità.
I centri in cui preservare la fertilità, in particolare nei pazienti oncologici, sono quelli presenti nel Registro Nazionale Procreazione Medicalmente Assistita, in particolare quello di II e III livello, infatti per legge questi centri debbono dotarsi di attrezzature adeguate per applicare le migliori tecniche di crioconservazione e scongelamento dei gameti e di crioconservazione degli embrioni.