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Ricevere una diagnosi di vulvodinia può far nascere molte domande, soprattutto se stai cercando una gravidanza. È naturale sentirsi smarrite e chiedersi: “La vulvodinia può compromettere il mio sogno di diventare mamma? Può causare infertilità?”

​La preoccupazione è comprensibile, ne abbiamo parlato con la Dottoressa Federica Esposito, ginecologa presso la UOSD Procreazione Medicalmente Assistita dell’AOU Azienda Ospedale Università di Padova.

Quando il dolore tocca la sfera più intima, è normale temere che possa interferire con la possibilità di concepire.

La risposta breve, e speriamo rassicurante, è che non esiste una correlazione diretta di causa-effetto tra vulvodinia e infertilità. Ad oggi, non ci sono prove che questa condizione alteri l’ovulazione, la qualità degli ovociti, la riserva ovarica o la funzionalità delle tube.

​Tuttavia, riconosciamo che il percorso verso una gravidanza può essere reso più complesso da questa condizione, specialmente quando si associa a dolore nei rapporti, endometriosi o tensioni del pavimento pelvico.

Cos’è la vulvodinia?

​La vulvodinia è una condizione caratterizzata da dolore vulvare persistente, che dura da almeno tre mesi, senza che sia identificabile una causa specifica come infezioni, malattie dermatologiche o lesioni neurologiche.

Si manifesta spesso come bruciore, dolore al contatto, fitte o sensazione di punture, irritazione, dolore ai rapporti, fastidio persistente quando si è sedute o si indossano abiti aderenti.

​Nella maggior parte delle donne il dolore interessa il vestibolo (vestibolodinia provocata), ovvero dolore localizzato nell’area attorno all’ingresso della vagina.

Le più recenti linee guida la descrivono come una patologia multifattoriale: alterazione delle terminazioni nervose (ipersensibilità), infiammazione locale, ipertono del pavimento pelvico, fattori ormonali e una diversa elaborazione del dolore da parte del sistema nervoso.

La vulvodinia riduce la fertilità?

La risposta è no.

Molte donne con vulvodinia concepiscono naturalmente e vivono gravidanze fisiologiche.

La vulvodinia, di per sé, non altera l’ovulazione, non causa la chiusura delle tube, non ostacola biologicamente l’impianto dell’embrione. Per questo non viene inserita tra le cause di infertilità, come endometriosi, occlusione tubarica, ovaio policistico, età avanzata…

​La difficoltà, quando presente, non è quasi mai un blocco biologico, ma un ostacolo funzionale: il dolore, o la paura di provarlo (dispareunia), può rendere i rapporti sessuali meno frequenti o fonte di ansia anticipatoria, riducendo di fatto le opportunità di concepimento nei giorni fertili.

Perché alcune donne fanno più fatica ad ottenere una gravidanza?

​È importante distinguere tra l’incapacità biologica di concepire e le barriere che il dolore crea nella vita quotidiana.

Quando un rapporto è doloroso, è naturale ridurne la frequenza, evitandolo anche nei giorni fertili. In alcuni casi è talmente intenso da impedire la penetrazione, sviluppando ansia anticipatoria.

​La vulvodinia non è infertilità, ma è un ostacolo che rende difficile avere rapporti nei momenti utili al concepimento.

Il ruolo centrale del pavimento pelvico

​In molte donne con vulvodinia è presente un ipertono del pavimento pelvico che rende la penetrazione dolorosa ed estremamente difficile.

Anche qui, non si tratta di una causa di infertilità, ma può contribuire indirettamente alla difficoltà di concepimento.

Per questo motivo la riabilitazione del pavimento pelvico rappresenta oggi uno dei percorsi terapeutici più efficaci nella gestione della vulvodinia.

Esistono malattie che possono causare sia vulvodinia sia infertilità?

Sì.

In alcuni casi la vulvodinia può coesistere con malattie ginecologiche che possono influenzare anche la fertilità.

Non significa che una condizione provochi necessariamente l’altra, ma che condividano alcuni meccanismi o possano essere presenti nella stessa paziente

La patologia ponte più importante: l’endometriosi

Tra le condizioni che possono collegare dolore vulvare, dolore nei rapporti e infertilità, l’endometriosi è probabilmente la più rilevante.

L’endometriosi può causare:

  • dolore pelvico cronico;
  • dolore profondo durante i rapporti;
  • dolore mestruale intenso;
  • infiammazione;
  • aderenze;
  • alterazioni tubariche;
  • endometriomi ovarici;
  • riduzione della qualità dell’ambiente pelvico.

Per questo è una delle patologie ginecologiche più frequentemente associate a infertilità. Negli ultimi anni diversi studi hanno dimostrato che molte donne con endometriosi presentano anche vulvodinia.

Perché succede?

Una delle spiegazioni riguarda la cosiddetta sensibilizzazione del sistema nervoso.

Quando il dolore persiste per mesi o anni, il sistema nervoso può diventare progressivamente più sensibile agli stimoli dolorosi. Questo fenomeno, definito sensibilizzazione centrale, può favorire la comparsa di dolore anche in aree diverse da quella inizialmente coinvolta.

Inoltre, il dolore cronico dell’endometriosi può determinare una contrazione persistente del pavimento pelvico, contribuendo allo sviluppo della vulvodinia.

Il risultato può essere un quadro in cui dolore profondo, dolore superficiale, bruciore vulvare e difficoltà nei rapporti si alimentano reciprocamente.

In questo caso, quindi, non è la vulvodinia a causare infertilità, ma entrambe le condizioni possono essere la manifestazione di una stessa patologia sottostante.

Pavimento pelvico, dolore e sessualità

Nelle donne con vulvodinia, soprattutto nella vestibolodinia provocata, si osservano spesso ipertono, disfunzione o alterazioni muscolari del pavimento pelvico.

Un pavimento pelvico contratto può rendere la penetrazione dolorosa, aumentare il bruciore, favorire la paura del rapporto e creare un circolo vizioso: dolore, anticipazione del dolore, contrazione muscolare, ulteriore dolore.

Anche in questo caso non si parla di infertilità biologica diretta, ma di un ostacolo funzionale e relazionale alla possibilità di avere rapporti completi e sereni.

Le altre sindromi dolorose croniche

Le linee guida internazionali sottolineano che la vulvodinia raramente è una malattia “isolata”.

Può infatti coesistere con altre condizioni caratterizzate da dolore cronico, come:

  • sindrome della vescica dolorosa (cistite interstiziale);
  • sindrome dell’intestino irritabile;
  • fibromialgia;
  • cefalea cronica;
  • dolore pelvico cronico.

Queste condizioni condividono alcuni meccanismi biologici legati alla regolazione del dolore da parte del sistema nervoso. Non sono tutte cause dirette di infertilità, ma possono peggiorare la qualità di vita, la sessualità, l’aderenza ai percorsi diagnostici e terapeutici e il vissuto emotivo della ricerca di gravidanza.

Le infezioni ricorrenti possono essere responsabili?

Molte pazienti raccontano di aver avuto numerosi episodi di candidosi prima della diagnosi di vulvodinia.

Oggi sappiamo che, in alcune donne predisposte, episodi infiammatori ripetuti possono contribuire alla sensibilizzazione delle terminazioni nervose della vulva e rappresentare uno dei fattori coinvolti nello sviluppo della malattia.

È però importante ricordare che non tutto il bruciore vulvare è dovuto a una candidosi.

Quando i tamponi vaginali risultano ripetutamente negativi oppure i sintomi persistono nonostante le terapie antimicotiche, è opportuno rivalutare la diagnosi.

Continuare a trattare una vulvodinia come se fosse un’infezione può ritardare la diagnosi corretta e prolungare inutilmente la sofferenza della paziente.

Il peso psicologico e relazionale

Il dolore vulvare cronico non riguarda solo il corpo. Può interferire con l’immagine di sé, il desiderio sessuale, la relazione di coppia, la fiducia nel proprio corpo e il progetto di maternità.

Quando il dolore porta a evitare i rapporti o a viverli con paura, la ricerca di gravidanza può diventare emotivamente più faticosa. Per questo è importante che la paziente non venga ridotta al singolo sintomo, ma venga ascoltata nella sua storia complessiva: dolore, sessualità, relazione, desiderio di gravidanza e tempi riproduttivi.

La vulvodinia può interferire con la procreazione medicalmente assistita?

In alcuni casi sì.

Le ecografie transvaginali, le visite ginecologiche e alcune procedure necessarie durante i percorsi di procreazione medicalmente assistita possono risultare particolarmente dolorose.

Per questo motivo è importante informare sempre il ginecologo o il centro di fertilità della presenza della vulvodinia.

Con alcuni accorgimenti e una gestione multidisciplinare è possibile rendere il percorso molto più tollerabile.

La vulvodinia, di per sé, non rappresenta una controindicazione ai trattamenti di fertilità.

Cosa è importante ricordare 

​L’importanza di un approccio multidisciplinare

​Se senti che il dolore sta frenando il tuo progetto di maternità, non cercare risposte da sola. La vulvodinia non va vissuta come una condanna, ma come una condizione che richiede una squadra dedicata, multidisciplinare:

  • ​Ginecologo esperto in vulvodinia: per una diagnosi accurata e attenta.
  • ​Fisioterapista, ostetrica specializzati nella riabilitazione del pavimento pelvico.
  • ​Sessuologo e psicologo: perché il dolore non è solo nel corpo, ma coinvolge anche le tue emozioni, la tua immagine di te e la serenità della coppia.

Un pensiero per te

Il dolore cronico non è mai “normale” e non dovresti mai imparare a conviverci con rassegnazione.

Anche se il percorso può sembrare più tortuoso, non sei meno capace di diventare madre. Molte donne, dopo aver affrontato un percorso di cura consapevole, riescono a ritrovare il piacere e a vivere con gioia la ricerca di un figlio.

​La vulvodinia non definisce la tua capacità di procreare; è solo un aspetto della tua salute che, con il supporto giusto, può essere gestito per permetterti di realizzare il tuo progetto di vita.

L’impatto dell’ambiente in cui viviamo sulla capacità riproduttiva di uomini e donne è un tema a cui la comunità scientifica dedica sempre più attenzione. L’aria che respiriamo, gli oggetti che tocchiamo e i cibi che portiamo in tavola contengono sostanze invisibili capaci di dialogare – alterandone i messaggi – con il nostro sistema ormonale.

Queste sostanze le incontriamo ogni giorno, spesso senza saperlo: nel fumo di sigaretta, negli alimenti, negli oggetti di plastica che usiamo in casa. Si chiamano interferenti endocrini, e secondo l’Istituto Superiore di Sanità sono in grado di alterare la struttura e la funzione dell’apparato riproduttivo, sia maschile che femminile, incidendo su fertilità, endometriosi e altre patologie (ISSalute).

Le prove sono solide: ad esempio, i dati raccolti dalla Società Europea di Riproduzione Umana ed Embriologia (ESHRE) indicano che l’esposizione prolungata agli inquinanti urbani riduce la probabilità di concepimento naturale e riduce la qualità dei gameti.

Ne abbiamo parlato con il Dottor Bruno Barba, responsabile centro PMA Casa di Cura Salus Brindisi, per capire quali sono le sostanze più diffuse, come agiscono sul nostro corpo e cosa possiamo fare, nel concreto, per proteggere la nostra fertilità.

Cosa sono gli interferenti endocrini e perché se ne parla sempre di più quando si affronta il tema della fertilità?

L’esposizione quotidiana a numerosi fattori ambientali è ormai da tempo considerata un fattore di rischio per la salute di uomini e donne e ha un impatto negativo sulla fertilità degli stessi.

Queste sostanze a cui quotidianamente siamo esposti vengono definiti INTERFERENTI ENDOCRINI poiché sono in grado di interferire con il nostro sistema endocrino alterando la produzione di ormoni che regolano la funzione degli organi, tra cui anche l’apparato riproduttivo.

L’esposizione costante e prolungata incide per circa il 20% sullo sviluppo di patologie dell’apparato riproduttivo come endometriosi, infertilità, ridotta qualità degli spermatozoi, malformazioni congenite e tumori.

È stata riscontrata una grande quantità di interferenti endocrini presenti nell’ambiente, nelle sostanze e oggetti di uso quotidiano che possiamo così sintetizzare:

  • FUMO DI SIGARETTA
  • ALIMENTAZIONE E CONTAMINANTI ALIMENTARI
  • PESTICIDI E ANTIPARASSITARI
  • ADDITIVI E PRESERVANTI DI PRODOTTI INDUSTRIALI

In che modo il fumo di sigaretta danneggia la capacità riproduttiva, in particolare in ottica di PMA?

Il fumo di tabacco contiene centinaia di sostanze nocive che peggiorano la fertilità, maschile e femminile. Nella donna il fumo di sigaretta riduce la fertilità e aumenta il tempo necessario per ottenere la gravidanza; determina una riduzione della qualità ovocitaria con minori tassi di gravidanza nelle pazienti che si sottopongono a tecniche di fecondazione assistita e un danneggiamento della funzione tubarica con maggiore tasso di gravidanza extrauterina.

Sull’uomo il fumo determina una riduzione del numero e della motilità degli spermatozoi e una maggiore frammentazione del loro DNA.

Che ruolo ha l’alimentazione?

Le diossine generate dai processi industriali e di combustione e i metalli pesanti entrano nella catena alimentare, accumulandosi in alimenti come pesci di grossa taglia, riso, cereali e ortaggi e determinando alterazioni della qualità delle cellule riproduttive maschili e femminili.

Una dieta ricca di antiossidanti, vitamine, acidi grassi omega 3 e minerali può contribuire a contrastare lo stress ossidativo e a proteggere gli ovociti e gli spermatozoi dai danni indotti dagli agenti inquinanti, mentre, un consumo elevato di zuccheri raffinati e grassi saturi è associato a ridotta qualità di ovociti e spermatozoi.

Per altre sostanze, come l’alcool e la caffeina, i dati a disposizione (seppur non totalmente esaustivi) dimostrano comunque, in caso di eccessivo uso, un aumento del tempo necessario per ottenere la gravidanza.

E pesticidi e antiparassitari? Sono sostanze con cui entriamo in contatto più spesso di quanto pensiamo?

Nell’uomo adulto, l’esposizione è correlata ad alterazioni del numero e della motilità degli spermatozoi mentre nella donna è responsabile di alterazioni del ciclo mestruale, dell’ovulazione, della fertilità e della menopausa.

Ci sono poi gli additivi e i preservanti presenti in moltissimi prodotti industriali: quali sono i principali, e dove li troviamo nella vita di tutti i giorni?

I principali sono:

  • PERFLUORATI (PFOS e PFOA): usati per la produzione di prodotti di consumo come isolanti, tappezzerie, tappeti, detersivi, presidi odontotecnici, tessuti tecnici, rivestimenti impermeabili ad olio e grassi per carta ad uso alimentare, antiaderenti delle padelle, schiume antincendio, vernici per pavimenti ed insetticidi.
  • FTALATI (DEHP): sostanze utilizzate per rendere flessibili le plastiche a base di PVC utilizzate nella produzione dei materiali di imballaggio, nei giocattoli per l’infanzia e nei dispositivi medici quali i tubi e le sacche per trasfusione.
  • BISFENOLO A: un composto utilizzato nella produzione di plastiche e dei suoi derivati, di prodotti per bambini, bottiglie, attrezzature sportive, dispositivi medici, lenti per gli occhiali, elettrodomestici, caschi di protezione. Le resine che contengono Bisfenolo A sono invece utilizzate come rivestimento interno nella maggior parte delle lattine per alimenti e bevande.

Tutte queste sostanze hanno un impatto negativo sulla salute riproduttiva, sulla la qualità dello sperma, ma anche sullo sviluppo embrionale e sui risultati riproduttivi complessivi.

Cosa si può fare concretamente per ridurre questi rischi, iniziando già in giovane età?

Ormai da anni l’Unione Europea ha emanato una serie di provvedimenti atti a monitorare e gestire la presenza di interferenti endocrini nell’ambiente per garantire la salute pubblica.

Ogni individuo dovrebbe adottare uno stile di vita corretto con una dieta sana, svolgendo attività fisica ed evitando il fumo di sigaretta e il consumo di alcol.

Le malattie a trasmissione sessuale (MTS) rappresentano oggi una delle principali sfide per la salute riproduttiva, con un impatto diretto e indiretto sulla fertilità sia femminile che maschile.

Secondo i dati più recenti della WHO – World Health Organization, ogni giorno vengono contratte oltre 1 milione di infezioni sessualmente trasmesse nella fascia di età tra i 15 e i 49 anni, la maggior parte delle quali sono asintomatiche.

Negli ultimi anni, le società scientifiche come AOGOI, SIGO ed ESHRE hanno sottolineato l’importanza di una diagnosi precoce e di strategie di prevenzione integrate, soprattutto nelle coppie che si avvicinano ai percorsi di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA).

Ne abbiamo Parlato con la Dottoressa Susanna Ferrero, specialista in ginecologia, esperta di Medicina della Riproduzione.

L’impatto delle MST

Le infezioni sessualmente trasmesse possono alterare profondamente la fisiologia dell’apparato genitale. Nella donna, clamidia, gonorrea, micoplasmi e ureaplasmi possono determinare processi infiammatori cronici che coinvolgono tube, endometrio e cervice, compromettendo la pervietà tubarica e la qualità dell’ambiente endometriale. Nell’uomo, le stesse infezioni possono danneggiare l’epididimo, la prostata e i dotti deferenti, alterando la qualità del liquido seminale e riducendo la motilità e la vitalità degli spermatozoi.

Le infezioni più rilevanti in ambito riproduttivo

Una delle infezioni più rilevanti in ambito riproduttivo resta la Chlamydia trachomatis. Spesso asintomatica, è responsabile di esiti a lungo termine come la malattia infiammatoria pelvica e l’infertilità tubarica. Anche la Neisseria gonorrhoeae, pur meno frequente, può determinare danni simili, mentre i micoplasmi e l’Ureaplasma urealyticum sono sempre più studiati per il loro ruolo nella disbiosi del microbiota genitale. Le linee guida più recenti indicano l’importanza di valutare queste infezioni non solo in presenza di sintomi, ma anche durante lo screening pre-PMA, al fine di ridurre il rischio di fallimenti di impianto o di complicanze ostetriche.

Il ruolo del microbiota genitale

Un aspetto emergente riguarda proprio il microbiota genitale e la sua influenza sui risultati riproduttivi. Studi recenti hanno evidenziato che un equilibrio alterato della flora vaginale o seminale, spesso conseguente a infezioni non trattate o trattate in modo inappropriato, può influire negativamente sulla qualità degli ovociti, sulla fertilizzazione e sull’impianto embrionario. In questa prospettiva, la prevenzione e la correzione delle disbiosi assumono un ruolo sempre più rilevante nei programmi di fertilità.

Le MTS e la risposta infiammatoria

Le MTS possono inoltre interferire con la risposta infiammatoria sistemica e locale. Citochine e mediatori infiammatori, prodotti in eccesso in presenza di infezione cronica, possono compromettere la recettività endometriale e alterare la comunicazione tra embrione e endometrio nelle fasi precoci dell’impianto. Per questo motivo, le linee guida raccomandano di includere, nel percorso pre-PMA, una valutazione completa del profilo infettivo e immunologico, con trattamenti mirati prima dell’avvio del protocollo di stimolazione ovarica.

La diagnosi

Sul piano diagnostico, è essenziale un approccio combinato che preveda test molecolari (PCR) per la ricerca diretta dei patogeni, insieme alla valutazione microbiologica e, quando indicato, all’analisi del microbiota. Nelle coppie con infertilità idiopatica, l’inclusione di questi test ha permesso di individuare infezioni subcliniche che spiegano molti fallimenti di concepimento spontaneo o assistito.

L’approccio terapeutico

Dal punto di vista terapeutico, la gestione deve essere personalizzata. L’eradicazione dell’infezione, il ripristino dell’equilibrio microbico e il monitoraggio del partner rappresentano i pilastri di un trattamento efficace. È fondamentale evitare cicli ripetuti di antibiotici senza una diagnosi precisa, per non aggravare la disbiosi e ridurre le probabilità di successo della PMA. In parallelo, l’uso di probiotici specifici e di integratori mirati al benessere del microbiota genitale e intestinale si sta affermando come strategia di supporto validata da diverse società scientifiche.

L’arma più efficace: la prevenzione

Infine, la prevenzione resta l’arma più efficace. Promuovere una corretta educazione sessuale, incoraggiare gli screening periodici e sensibilizzare le coppie sull’importanza di trattare entrambi i partner sono obiettivi centrali per migliorare la salute riproduttiva. Nei centri di PMA, l’integrazione tra ginecologo, microbiologo e andrologo è oggi considerata una condizione essenziale per garantire percorsi sicuri e personalizzati.

In sintesi, la relazione tra MTS e PMA evidenzia quanto la salute sessuale e quella riproduttiva siano strettamente interconnesse. La prevenzione, la diagnosi precoce e un approccio multidisciplinare rappresentano le chiavi per migliorare i risultati clinici e ridurre il peso delle infezioni sul futuro riproduttivo delle coppie.

Riferimenti:

Quando si parla di fertilità, sappiamo che l’età della donna è un fattore chiave. È un tema che tante coppie conoscono bene: il tempo che passa, i controlli, le valutazioni mediche, le scelte da fare. Oggi la ricerca scientifica ci invita ad ampliare lo sguardo: anche l’età dell’uomo conta.

Non si tratta di colpe o responsabilità, ma di consapevolezza. La fertilità è una storia di coppia, e la scienza ci aiuta a comprendere meglio come ciascun partner contribuisca alla salute e al futuro del bambino. È

Un nuovo punto di vista sulla paternità

Uno studio condotto presso il Wellcome Sanger Institute nel Regno Unito, e pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature, ha rivelato un dato importante: con il passare degli anni, nello sperma maschile aumentano le mutazioni del DNA che possono influenzare la salute del nascituro.

In particolare, gli scienziati hanno stimato che dal 3 al 5% degli spermatozoi di uomini over 50 presenti una mutazione in grado di determinare una patologia genetica.

Per arrivare a queste conclusioni, il team di ricerca — guidato da Raheleh Rahbari e Matthew Neville — ha analizzato oltre 100.000 spermatozoi di 81 uomini tra i 24 e i 75 anni utilizzando una tecnologia avanzata, il duplex sequencing (NanoSeq), capace di rilevare con estrema precisione anche le mutazioni più rare.

Quando le cellule diventano “egoiste”

I ricercatori hanno scoperto che l’aumento delle mutazioni non è solo un effetto del tempo, ma il risultato di un meccanismo chiamato “selezione positiva”.
Nel corso degli anni, alcune cellule staminali dei testicoli possono sviluppare mutazioni che danno loro un vantaggio rispetto alle cellule sane, spingendole a moltiplicarsi più velocemente.
È il fenomeno dello “sperma egoista”, come lo definiscono gli studiosi: una catena di produzione in cui le cellule mutate finiscono per prevalere, facendo crescere nel tempo la quota di spermatozoi con alterazioni genetiche.

Le conseguenze (e ciò che possiamo fare)

La maggior parte di queste mutazioni non causa problemi, ma alcune possono riguardare geni importanti per lo sviluppo cerebrale e la crescita cellulare. È il motivo per cui i ricercatori hanno trovato un legame tra l’età paterna e alcuni disturbi del neurosviluppo — come l’autismo — o un aumento del rischio di tumori infantili.

È interessante notare che non sono emersi collegamenti significativi con fattori come il fumo, l’alcol o l’obesità. Questo significa che, almeno per quanto riguarda le mutazioni del DNA, il tempo biologico ha un ruolo più rilevante dello stile di vita.

Ma non è una notizia che deve spaventare. È, piuttosto, un’informazione che può aiutare a fare scelte consapevoli, soprattutto in un momento storico in cui molte coppie diventano genitori più tardi rispetto al passato.

Le opzioni oggi disponibili

Come sottolinea il dottor Matthew Neville, coautore dello studio, chi desidera una paternità in età più matura può prendere in considerazione alcune possibilità:

  • Crioconservazione dello sperma: per gli uomini che immaginano di avere figli più avanti nel tempo, il congelamento del seme in età più giovane può rappresentare una forma di prevenzione.
  • Screening prenatali mirati: oggi la medicina offre strumenti sempre più precisi per monitorare lo sviluppo del feto e individuare precocemente eventuali anomalie genetiche.

La fertilità riguarda la coppia

Per molto tempo, l’attenzione sui rischi legati all’età si è concentrata quasi esclusivamente sulla donna.
Oggi la scienza ci mostra che la salute riproduttiva è una questione condivisa, in cui l’età di entrambi i genitori ha un ruolo importante.

Sapere che anche il corpo maschile cambia con il tempo non deve spaventare: significa, piuttosto, poter contare su informazioni più complete per scegliere, pianificare, chiedere aiuto.
E ricordare che ogni progetto di genitorialità è unico, costruito passo dopo passo, con il supporto della medicina e con la forza di chi non smette di credere nel proprio desiderio di diventare genitore.

Fonti:

  • ADNkronos Anche l’uomo ha un orologio biologico: ecco perché.
  • Neville, M.D.C., Lawson, A.R.J., Sanghvi, R. et al.Sperm sequencing reveals extensive positive selection in the male germline. Nature (2025). https://doi.org/10.1038/s41586-025-09448-3.

L’approccio multidisciplinare ottimizza i risultati delle tecniche di procreazione medicalmente assistita

La procreazione medicalmente assistita (PMA) rappresenta un supporto prezioso per le coppie che affrontano difficoltà nel concepimento. Per massimizzare le probabilità di successo di queste procedure, è essenziale seguire un approccio diagnostico completo, che includa la valutazione di entrambi i partner.

In questo contesto, la diagnostica andrologica riveste un ruolo cruciale per l’identificazione di eventuali fattori maschili che possono incidere negativamente sulla fertilità della coppia.

Ce ne parla il Dottor Paolo Turchi, specialista in andrologia e sessuologia clinica, titolare della specialistica andrologica della Azienda USL Toscana Centro, a Prato, dove si occupa della prevenzione e della cura delle patologie maschili in età pediatrica, adulta e in terza età.

Il ruolo del maschio

È un dato condiviso ormai da tutti gli esperti del settore che di un fattore maschile di infertilità sia presente in almeno il 50% delle coppie infertili. Nonostante l’elevata incidenza di tali condizioni, spesso l’attenzione diagnostica si concentra maggiormente sulla partner femminile, trascurando una valutazione approfondita delle condizioni del partner maschile.

Questa minore attenzione si può trasformare in una mancata individuazione di patologie, talvolta anche importanti, non solo possibile causa dell’infertilità ma talvolta anche compromissorie dello stato di salute generale del soggetto. Il partner di una coppia infertile dovrebbe essere sottoposto a una valutazione specialistica andrologica di base anche in presenza di uno spermiogramma di buona qualità (European Association of Urology Guidelines 2024).

La diagnostica andrologica: elementi fondamentali

La diagnostica che viene richiesta per lo studio del maschio si basa, in genere, su uno o, meglio, due spermiogrammi, eseguiti in centri affidabili, che si basino sulle metodologie e sui parametri stabiliti dall’organizzazione Mondiale della Sanità (ultima edizione, 2021, del relativo manuale).

Spesso, se lo spermiogramma risulta di buona qualità, la procedura diagnostica si ferma. Il concetto che lo spermiogramma esprima esattamente la capacità riproduttiva del maschio però è un malinteso difficile da superare. Una valutazione di base, di I Livello, in questi casi di apparente normalità, deve comprendere anche una anamnesi accurata e una visita dei genitali esterni. Se l’una e l’altra procedura risultano nella norma, secondo quanto raccomandato dalle linee guida di settore, la diagnostica si conclude.

Se viceversa il quadro seminale è alterato, oltre alla raccolta anamnestica e alla visita, si richiede una diagnostica di II livello, che comprende valutazioni di laboratorio e strumentali guidate dalle caratteristiche dello spermiogramma e da quanto emerso da storia clinica e visita.

  • Ecografia scrotale: esame mirato allo studio lei testicoli, degli epididimi e del funicolo spermatico, ma anche delle ghiandole accessorie, prostata e vescichette seminali, nonché delle vie seminali distali, alla ricerca di eventuali segni di sofferenza testicolare o di presenza di masse tumorali (statisticamente maggiormente prevalenti nella popolazione dei maschi infertili), di condizioni infiammatore o ostruttive, o di un eventuale varicocele.
  • Analisi ormonale: il dosaggio degli ormoni coinvolti nel processo spermatogenetico, testosterone, ormone follicolostimolante (FSH) e luteotropo (LH) consentono di diagnosticare situazioni patologiche, quando sono presenti alterazioni dei livelli ormonali, ma anche di avere un’informazione prognostica che spesso guida i passi successivi, verso una terapia farmacologica o verso la procedura di PMA.
  • Diagnostica seminologica di II livello: comprende test funzionali come il test di capacitazione e il test di frammentazione del DNA spermatozoario. Entrambi possono far emergere anomalie qualitative e funzionali degli spermatozoi, non evidenziate dal semplice spermiogramma di base.
  • Diagnostica citogenetica: nei casi di oligozoospermia severa (presenza di pochi spermatozoi nell’eiaculato) o di azoospermia (assenza di spermatozoi nell’eiaculato) è necessario fare alcuni esami del sangue indispensabili per escludere problemi genetici e per accedere a procedure di PMA. La mappa cromosomica, cioè il cariotipo, l’analisi delle microdelezioni del cromosoma Y e la valutazione di eventuali mutazioni del gene CFTR, della fibrosi cistica, sono quelli raccomandati.
  • Esami ulteriori, che si richiedono solo in circostanze particolari, sono la risonanza magnetica dello scavo pelvico e la biopsia testicolare.

Vantaggi di un approccio integrato

Integrare la diagnostica andrologica nel percorso della PMA offre numerosi benefici:

  • Individuazione precoce di eventuali patologie di carattere generale, non diagnosticate precedentemente
  • Individuazione di patologie specifiche ostative alla fertilità e loro trattamento ove indicato.
  • Personalizzazione del trattamento: facilita la selezione della tecnica PMA più appropriata, come la inseminazione intrauterina (IUI), la fecondazione in vitro (IVF) o l’iniezione intracitoplasmatica di spermatozoi (ICSI).
  • Miglioramento della qualità del materiale genetico: Contribuisce ad aumentare le possibilità di concepimento sano e successo clinico (Practice Committee of the American Society for Reproductive Medicine, 2020).

Importanza della sensibilizzazione

Nonostante l’importanza della diagnostica andrologica, molti uomini mostrano riluttanza nel sottoporsi a controlli specialistici, spesso a causa di barriere culturali o di una insufficiente informazione. Risulta quindi fondamentale promuovere una maggiore consapevolezza sull’importanza di un approccio diagnostico di coppia, evidenziando come la valutazione del partner maschile sia parte integrante del percorso PMA.

Collaborazione tra professionisti sanitari

Ginecologi, andrologi e altri specialisti hanno un ruolo chiave nel sensibilizzare le coppie e nel garantire una gestione multidisciplinare del percorso diagnostico e terapeutico. La collaborazione tra questi professionisti consente di adottare un approccio integrato che valorizza la salute e il benessere di entrambi i partner.

Conclusione

La diagnostica andrologica rappresenta una componente imprescindibile per il successo delle tecniche di procreazione medicalmente assistita. L’inclusione di un’indagine accurata sul partner maschile garantisce un percorso più equilibrato e personalizzato verso la genitorialità. Promuovere un approccio bilaterale alla fertilità non solo aumenta le probabilità di successo, ma contribuisce anche a una comprensione più approfondita delle dinamiche legate alla fertilità di coppia.

Riferimenti bibliografici

  • Barratt CLR, Bjorndakl L, De Longe CJ, Lamb <>DJ, Martini FO, McLachlan R, Oates RD, van dr Poel S, St John B, Sigman M,Sokol R, Tournaye H. The diagnosis of male infertility: an analysis of the evidence to support the development of global WHO guidance-challenges and future research opportunities (2017) Male infertility: Overview and challenges. Human Reproduction Update, 23(6), 577-589.
  • Practice Committee of the American Society for Reproductive Medicine. (2020). Diagnostic evaluation of the infertile male: A committee opinion. Fertility and Sterility, 114(3), 481-487.
  • World Health Organization. (2021). WHO laboratory manual for the examination and processing of human semen. 6th ed.
  • EAU Guidelines on sexual and reproductive health. European Association of Urology 2024.

Secondo i dati del Ministero della Salute, in Italia il 10-15% delle donne in età riproduttiva è affetto da endometriosi, una patologia che interessa circa il 30-50% delle donne infertili o che hanno difficoltà di concepimento. Le donne con diagnosi conclamata sono almeno tre milioni.

Che cos’è l’endometriosi e che impatto ha sulla fertilità? Ne abbiamo parlato con la Dottoressa Sara Scandroglio, Specialista in Ginecologia e Ostetricia, Responsabile SS Procreazione Medicalmente Assistita, Ospedale Filippo Del Ponte, ASST Settelaghi Varese. 

Cos’è l’endometriosi?

L’endometriosi è una patologia caratterizzata dalla presenza di tessuto endometriale, cioè che mestrua, al di fuori dall’utero. Può avere delle localizzazioni ovariche, sotto forma di cisti endometriosiche, ma anche extra ovariche, può interessare i legamenti uterosacrali, il cavo di Douglas o tutta la pelvi, con dei foci cosiddetti endometriosi diffusi.

Dai sintomi alla diagnosi

Purtroppo, il tempo di latenza tra la comparsa dei sintomi e la diagnosi di malattia oscilla tra i 5 e i 10 anni. Questo accade perché la paziente con endometriosi a volte riferisce dei sintomi vaghi, può avere dolore mestruale (dismenorrea), dolore durante i rapporti (dispareunia), dolore durante la defecazione (dischezia). A volte questi sintomi, in assenza di evidenti segni ecografici, vengono interpretati in vario modo dal ginecologo curante, proprio perché si tratta di una malattia estremamente subdola.

L’impatto sulla infertilità

L’endometriosi è una patologia che merita molta attenzione perché impatta notevolmente sulla qualità della vita portando sofferenza, disagio e difficoltà ad avere rapporti. Inoltre, c’è una stretta associazione tra l’endometriosi e l’infertilità. Infatti, circa il 20% delle pazienti con endometriosi è infertile già in giovane età e circa il 30% delle pazienti infertili è affetta da endometriosi.

L’endometriosi in sé, per la presenza di un quadro infiammatorio pelvico cronico, comporta un danno a livello dell’apparato genitale, con una riduzione della riserva ovarica e una riduzione della capacità dell’embrione – che si sia formato spontaneamente o tramite tecniche di riproduzione assistita – di attecchire all’interno dell’utero, che può essere ulteriore sede di malattia (adenomiosi).

Come trattare l’endometriosi

In molti centri è presente un servizio dedicato al trattamento dell’endometriosi, che collabora strettamente con il centro di procreazione assistita. L’obiettivo è dare il supporto migliore alle pazienti, distinguendole fondamentalmente in due categorie: le pazienti con endometriosi che dobbiamo prendere in cura e alle quali dobbiamo migliorare la qualità di vita, e le pazienti che cercano un figlio.

Nelle prime, il trattamento si basa sull’utilizzo di farmaci – pillola in continua estroprogestinica o solo progestinica – o, se necessario, tramite l’intervento chirurgico.

Nelle pazienti che desiderano diventare mamma, ovviamente la terapia medica deve essere sospesa per favorire la ricerca della gravidanza ed eventualmente ricorrere ad una tecnica di PMA.

Come dicono le linee guida pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale a maggio 2024, l’endometriosi è una patologia per la quale, già dopo 6 mesi di ricerca della gravidanza, è necessario ricorrere ad una tecnica di PMA secondo livello, FIVET o ICSI. Il motivo è che la probabilità di gravidanza in queste donne è bassa, la riserva ovarica è spesso molto ridotta e la sintomatologia della paziente non consente di prolungare a lungo i trattamenti; perciò, la tempestività di intervento è cruciale.

Il consiglio

In caso di sospetta endometriosi, il consiglio è di rivolgersi a centri specializzati, dove effettuare un’anamnesi accurata, una visita e, soprattutto, un’ecografia, anche eventualmente con l’ausilio del color-doppler o delle ricostruzioni tri e quadri dimensionali, che consentono di identificare anche noduli più piccoli.

Il secondo passo è condividere con gli specialisti i propri obiettivi, in modo che possano essere oggetto di counseling multidisciplinare che coinvolga il ginecologo specialista in endometriosi, il ginecologo esperto in procreazione assistita ed eventualmente anche lo psicologo. L’obiettivo è dare ampio supporto a queste pazienti, che spesso hanno una qualità di vita veramente difficile, notevoli difficoltà ai rapporti di coppia e hanno bisogno di essere supportate a 360gradi.

La fertilità femminile è un tema complesso e affascinante, strettamente legato a un concetto fondamentale: la riserva ovarica. Ma cosa si intende esattamente con questo termine? E perché è così importante per le donne?

Ne abbiamo parlato con la Dottoressa Sara Scandroglio, Specialista in Ginecologia e Ostetricia, Responsabile SS Procreazione Medicalmente Assistita, Ospedale Filippo Del Ponte, ASST Settelaghi Varese 

Cos’è la riserva ovarica? E come cambia nel corso della vita?

La riserva ovarica è un parametro di misurazione della ricchezza follicolare ovarica ed è estremamente importante per la donna. Infatti, è strettamente legato sia alla probabilità di concepimento spontaneo sia alla riuscita delle tecniche di procreazione medicalmente assistita.

A differenza degli uomini, che producono spermatozoi nel corso dell’intera vita, le donne nascono con un numero finito di ovociti, che diminuisce progressivamente. Infatti, con l’avanzare dell’età, la riserva ovarica si riduce gradualmente, fino ad esaurirsi con l’arrivo della menopausa, che in media si presenta attorno ai 50 anni.

Come viene misurata la riserva ovarica?

La riserva ovarica viene misurata e valutata mediante tre parametri principali, che sono:

  • I valori ormonali – attraverso gli esami del sangue, che si eseguono entro il quinto giorno del ciclo mestruale. In particolare, si considerano i rapporti tra l’ormone follicolo stimolante, l’ormone luteinizzante e l’ormone antimulleriano
  • La conta dei follicoli antrali e preantrali presenti su ciascun ovaio – attraverso un’ecografia, da eseguire entro il quinto giorno del ciclo
  • Un’attenta raccolta anamnestica che riguarda la regolarità mestruale, la storia dei cicli mestruali, l’eventuale presenza di menopausa precoce nella famiglia della paziente stessa

La riserva ovarica cambia con l’età?

La riserva ovarica cala con l’età, e questo è un aspetto ormai noto. Il picco di fertilità si verifica solitamente tra i 27 e i 30 anni, inizia a diminuire con il decrescere della riserva ovarica – in maniera logaritmica – dai 35 anni. Attorno ai 43-45 anni la riserva ovarica è quasi esaurita, nonostante non si possa ancora parlare di menopausa; la probabilità di concepimento sia spontanea che tramite procreazione assistita diventa di pochi punti percentuali, con un’abortività e un rischio elevato di patologia cromosomica.

Perché misurare la riserva ovarica?

Le ragioni per misurare la riserva ovarica sono più di una: ad esempio, può essere utile per una giovane donna che vuole avere un’idea della propria fertilità per pianificare un’eventuale gravidanza o pensare alla crioconservazione degli ovociti.

Inoltre, la riserva ovarica ha un ruolo fondamentale per quanto riguarda il trattamento della coppia durante un percorso di procreazione medicalmente assistita. Infatti, il tipo di percorso – di primo o secondo livello – e la scelta del farmaco e del dosaggio vengono valutati attentamente anche in funzione della riserva ovarica, in modo da personalizzare il più possibile il trattamento sulla base delle caratteristiche della paziente.

Tutte le donne, almeno una volta nella vita, provano dolore durante il ciclo mestruale. Ma quando il dolore si fa ricorrente, intenso, limitante, è importante fermarsi ad ascoltarlo. Perché non sempre è “normale” soffrire.

Ne abbiamo parlato con la Dottoressa Sara Scandroglio, Specialista in Ginecologia e Ostetricia, Responsabile SS Procreazione Medicalmente Assistita, Ospedale Filippo Del Ponte, ASST Settelaghi Varese. 

Dolore e qualità di vita: un equilibrio che non va rotto

Il dolore mestruale ha un nome: dismenorrea. Nei primi anni dopo il menarca (il primo ciclo mestruale), può essere frequente avere cicli abbondanti e dolorosi. In questa fase della vita, infatti, una maggiore sensibilità pelvica e il processo di maturazione dell’apparato genitale femminile possono spiegare l’insorgenza del dolore.

Ma, anche in questi casi, se il dolore è tanto forte da impedire a una ragazza di andare a scuola o di fare sport, non va sottovalutato. Infatti, il dolore mestruale può avere un impatto concreto sulla qualità della vita, specialmente quando interferisce con lo studio, il lavoro, la vita sociale.

È importante sapere che la gestione del dolore è possibile: a partire da una semplice terapia antidolorifica assunta all’esordio dei sintomi, prima che si attivi la cascata infiammatoria, fino alla possibilità – se indicata – di una terapia ormonale personalizzata.

Quando il dolore cambia

Diversa è la situazione della giovane donna che, magari anni dopo il menarca, inizia a soffrire di un dolore pelvico nuovo, diverso, sempre più intenso. Quando la dismenorrea compare in età adulta e peggiora progressivamente, nel 90% dei casi può esserci una correlazione con l’endometriosi.

Il dolore mestruale, in questi casi, può irradiarsi alla zona lombare, agli arti inferiori, e può essere accompagnato da nausea, vomito, ipotensione e malessere generale. È fondamentale non sottovalutare questi segnali e “archiviarli” come “dolore mestruale normale”: è il momento di rivolgersi a un centro specializzato, che si occupa di endometriosi o di dolore pelvico, per andare a fondo e capire il problema.

Il percorso diagnostico: tutto parte dall’ascolto

Una diagnosi precoce e accurata inizia con l’ascolto attento del racconto della paziente. Il ginecologo raccoglie l’anamnesi completa e pone domande mirate: il dolore è presente anche durante i rapporti sessuali? E durante la defecazione? Seguiranno poi l’esame obiettivo, con la valutazione dei punti più dolenti, e l’ecografia, che può avvalersi anche del color-doppler o delle tecniche tri-e quadridimensionali, per un’indagine più approfondita dell’apparato riproduttivo.

La priorità è la qualità di vita

La gestione del dolore mestruale è un obiettivo prioritario per il ginecologo. È possibile intervenire con una terapia ormonale personalizzata e con antidolorifici assunti fin dai primissimi sintomi mestruali, prima che il dolore diventi insopportabile.

Il dolore mestruale non va minimizzato. Non è normale doversi assentare dal lavoro ogni mese, rinunciare a una gita, a una partita, a una cena. Non è normale dover “sopportare”.

Dare ascolto a questo dolore significa prendersi cura delle donne, proteggerne la quotidianità, salvaguardare il loro benessere, prevenire possibili complicanze in futuro.

Gli ultimi dati dell’ISS Istituto Superiore di Sanità indicano che in Italia 1,8 milioni di donne in età riproduttiva convivono con l’endometriosi. Si tratta di una patologia cronica e invalidante, come riconosciuto anche dal Parlamento nel 2023.

L’endometriosi, in particolare il dolore, può avere un enorme impatto sulla qualità della vita, sul funzionamento fisico, sulle attività di tutti i giorni e sulla vita sociale, sulla salute mentale e sul benessere emotivo. Tuttavia, la malattia è sotto-diagnosticata e le statistiche indicano che il tempo medio per una diagnosi corretta è di circa 7 anni, per via della natura poco specifica dei sintomi.

Ma alcuni studi recenti evidenziano un’incidenza crescente di casi diagnosticati, anche grazie a una maggiore consapevolezza della malattia

Uno degli aspetti su cui impatta la patologia è la qualità ovocitaria. Ne abbiamo parlato con il Dottor Fulvio Cappiello, ginecologo, responsabile del Centro di Procreazione Medicalmente Assistita – Gametica Clinica Mediterranea di Napoli.

Cos’è l’endometriosi e come viene classificata?

L’endometriosi è una condizione infiammatoria cronica estrogeno-dipendente che colpisce le donne nel loro periodo riproduttivo causando infertilità e dolore pelvico.

L’endometriosi è eterogenea e comprende diverse entità anatomiche come:

  • Endometriosi ovarica
  • Endometriosi peritoneale
  • Endometriosi infiltrante profonda

Mentre la prevalenza stimata dell’endometriosi è del 6%-10% nella popolazione femminile generale (in Italia 1,4% della popolazione femminile tra i 15-50 anni), si stima che il 35%-50% delle donne infertili sia affetto da questa patologia.

La comunità scientifica ha elaborato alcuni sistemi di classificazione standard e lo stadio dell’endometriosi è derivato da un punteggio cumulativo. Secondo la classificazione della American Society for Reproductive Medicine il sistema di valutazione considera le dimensioni delle lesioni endometriosiche nelle ovaie, nel peritoneo e nelle tube di Falloppio e la gravità delle aderenze in ciascuno dei siti sopra menzionati. l sistema di staging è stato suddiviso in quattro fasi:

  • I (da 1 a 5 punti, lieve),
  • II (da 6 a 15 punti, moderato)
  • III (da 16 a 30 punti, grave)
  • IV (da 31 a 54 punti).

Il punteggio ENZIAN è determinato dall’estensione dell’endometriosi evidenziata durante l’intervento chirurgico. La gravità della lesione è impostata su:

  • invasività < 1 cm per il grado 1
  • invasività da 1 a 3 cm per il grado 2
  • invasività > 3 cm per il grado 3.

Il sistema EFI ha come obiettivo di prevedere il tasso di gravidanza in pazienti con endometriosi documentata chirurgicamente che non hanno effettuato tentativi di gravidanza con la fecondazione in vitro (FIV). Il punteggio EFI viene calcolato sommando i punteggi storici e chirurgici e varia da 0 a 10 punti, dove 10 indica la prognosi migliore e 0 la prognosi peggiore.

Come riconoscere l’endometriosi?

I sintomi più comuni sono: forti dolori mestruali, dolore pelvico, dolore nei rapporti sessuali, flusso mestruale abbondante, infertilità, dolore nella minzione, costipazione o diarrea, depressione.

L’infertilità associata all’endometriosi può essere spiegata da diversi meccanismi non esclusivi:

  • Disfunzione delle tube di Falloppio
  • Infiammazione cronica della cavità pelvica, che può interrompere la sopravvivenza e la fecondazione dei gameti,
  • Interruzione dei processi fisiologici dell’impianto
  • Difetti immunologici
  • Anomalie ovariche (alterazione della quantità e/o qualità dell’ovocita, potenziale alterazione del microambiente ovocitario in donne affette da endometriosi correlata ad una variazione del profilo di espressione delle citochine)
  • È ampiamente dimostrato che la qualità degli ovociti possa essere un fattore importante di infertilità in queste pazienti.
Come si può studiare la qualità degli ovociti?

I fattori da considerare sono:

  • Alterazione della steroidogenesi
  • Alterazione dell’ambiente intrafollicolare
  • Cambiamenti morfologici generali
  • Anomalie del fuso mitotico
  • Compromissione della struttura mitocondriale

Si tratta di processi fisiologici molto complessi, che non descriveremo in dettaglio in questa sede, ma che danno l’idea di quanto ampio possa essere l’impatto dell’endometriosi su questi meccanismi e, di conseguenza, sulla qualità degli ovociti.

Qual è l’approccio più appropriato per la gestione dell’endometriosi?

La gestione dell’endometriosi deve tenere conto del fatto che la malattia è cronica e coinvolge il sistema riproduttivo. Di conseguenza, il trattamento e la consulenza dovrebbero mirare a preservare le possibilità di gravidanza per la paziente, anche se non è associata all’infertilità.

Da un recente studio condotto da ricercatori italiani emerge che nella maggior parte dei casi (94,2%) si ricorre alla crioconservazione degli ovociti per ragioni legate all’età, solo nel 2,1% dei casi per ragioni legate all’endometriosi.

La preservazione della fertilità attraverso la crioconservazione potrebbe rappresentare una valida opzione terapeutica per le donne affette da endometriosi che sono a rischio di progressione della malattia o necessitano di un intervento chirurgico per aumentare le loro future possibilità riproduttive.

 

Fonti:

  • ISS Istituto Superiore di Sanità. Endometriosi: più di 1.800.000 donne convivono in Italia con una diagnosi. Ultimo accesso: marzo 2025.
  • Giudice e Kao, 2004
  • Practice Committee of the American Society for Reproductive Medicine, 2004
  • Garrido N. et al. Follicular hormonal environment and embryo quality in women with endometriosis. Hum. Reprod. Update 6, 67–74 (2000)
  • Garrido, N., Pellicer, A., Remohi, J. & Simon, C. Uterine and ovarian function in endometriosis. Semin. Reprod. Med. 21, 183–192 (2003).
  • Coccia ME, Nardone L, Rizzello F. Endometriosis and Infertility: A Long-Life Approach to Preserve Reproductive Integrity. Int J Environ Res Public Health. 2022 May 19;19(10):6162. doi: 3390/ijerph19106162. PMID: 35627698; PMCID: PMC9141878.