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Quando si parla di procreazione medicalmente assistita, spesso ci si focalizza sulla partner femminile: i suoi esami, i suoi ormoni, le sue attese. Eppure, il percorso di PMA non riguarda solo la donna, coinvolge la coppia, con tutti i suoi punti di forza e le sue debolezze. Anche il partner maschile porta con sé un vissuto fatto di abitudini, patologie, farmaci, ma anche di silenzi e retaggi culturali che talvolta non ricevono le dovute attenzioni.

Ne abbiamo parlato con la Dottoressa Giulietta Bruno, ginecologa, sessuologa, specializzata in medicina della riproduzione.

Nella PMA ci sono differenze tra l’approccio che il medico deve avere con i due partner, maschile e femminile?

Nella mia pratica clinica l’approccio con l’uomo è fortemente presente. Quando si lavora nell’ambito dell’infertilità, succede che gli uomini siano un po’ restìi, che si siedano un po’ in seconda linea di fronte a un ginecologo. Io credo che sia importante fare un’anamnesi completa della coppia, considerando da subito anche il partner maschile con le sue problematiche di natura anatomica, eventuali patologie asintomatiche, i farmaci che assume, lo stile di vita.

È molto importante stabilire una relazione con la coppia, perché spesso il medico segue un percorso diagnostico, una prassi standardizzata ma deve porre attenzione agli aspetti emozionali, anch’essi molto importanti nel percorso di PMA.

Perché il ruolo del partner maschile viene a volte sottovalutato nei percorsi di PMA?

L’uomo non è abituato a parlare di fertilità, tantomeno di difficoltà a concepire. Nella nostra cultura, la donna prima o poi dal ginecologo ci va, non necessariamente quando ha un disturbo. L’uomo, dall’andrologo o dall’urologo non ci va se non ha delle problematiche, forse va dal medico di base. Inoltre, da quando hanno tolto l’obbligo di leva, durante la quale veniva svolta una visita completa, ci sono moltissimi uomini adulti che non hanno mai fatto un controllo finché non decidono di cercare un figlio. Quindi è molto importante per noi specialisti di medicina della riproduzione indagare questi aspetti, che sono fondamentali anche solo per decidere quale percorso intraprendere.

Come si svolge la visita di coppia in un percorso di fecondazione assistita?

Spesso le donne, anche quelle che richiedono una visita per infertilità, prenotano la visita ginecologica, vengono da sole, espongono il problema, poi tornano in coppia. A volte sono io a richiedere la presenza del partner maschile. Nella visita di coppia si inizia con l’anamnesi di entrambi, raccogliendo informazioni sul ciclo mestruale, gli interventi chirurgici, i farmaci assunti. Poi si indaga da quanto tempo ricercano la gravidanza, come sono i rapporti, se ci sono, o non ci sono. È opportuno parlare anche dei farmaci, perché, ad esempio, gli antipertensivi possono alterare il desiderio e l’erezione.

Uomini e donne raccontano allo stesso modo le difficoltà di coppia?

Quello delle difficoltà di coppia è un tema molto ampio e molto delicato, che richiede sensibilità, empatia e un approccio calibrato sulla persona e sulla coppia. Personalmente non ho timore a parlare anche di patologie, e poi, passo dopo passo indagare anche le abitudini e lo stile di vita, personali e di coppia. Nella maggior parte dei casi i pazienti mi danno fiducia e si aprono, ma ci sono anche persone che mentono su vari aspetti, dai rapporti sessuali ai disturbi di salute allo stile di vita. Per la partner femminile è più difficile mentire perché alcune condizioni, ad esempio quelle che rendono dolorosa la penetrazione come una vulvodinia o un vaginismo, emergono anche nel corso della visita ginecologica.

 

Nei percorsi di fecondazione assistita l’infertilità si vive insieme e insieme va raccontata. Non è solo la donna a doversi mettere a nudo davanti al ginecologo – lo deve fare anche l’uomo, con le sue paure, i suoi silenzi, le sue fragilità mai dette ad alta voce. Dare tempo, spazio e parole al partner maschile è parte integrante del percorso verso una gravidanza. Forse è anche il primo passo per viverlo davvero insieme, e non solo uno accanto all’altro.

In ogni percorso di fecondazione assistita, accanto al protocollo clinico fatto di esami e farmaci c’è anche il modo personalissimo in cui il medico, attraverso la pratica clinica, cioè lo svolgimento della sua professione, impara a “leggere” le persone. Saper cogliere anche il significato degli sguardi, dei silenzi, del modo in cui i due partner interagiscono è la base per comprendere più a fondo la coppia e costruire una relazione di fiducia.

Abbiamo chiesto alla Dottoressa Giulietta Bruno, ginecologa, sessuologa, specialista in Medicina della riproduzione cosa succede nello studio dello specialista e quali sono le dinamiche di comunicazione tra “medico e paziente” e tra “persona e persona”.

Lei è ginecologa e sessuologa: come imposta la visita quando emerge un problema di coppia più profondo?

È difficile dissociare completamente i ruoli di ginecologa e sessuologa, personalmente sfrutto molto le mie competenze apprese nel master di sessuologia nell ‘ambito di una visita ginecologica. Molto importante però è stabilire l’obiettivo della visita per stabilire che tipo di impostazione devo mantenere.

Se una coppia si rivolge a me in quanto ginecologa per la ricerca di una gravidanza, ci poniamo insieme l’ obiettivo di arrivare ad ottenere un figlio. Differente è il caso in cui mi una coppia viene per motivi sessuologici, l’obiettivo si stabilisce insieme in base alle loro priorità.

La struttura del percorso è diversa: nel percorso di sessuologia c’è sempre un incontro di coppia e incontri individuali, separati. Questi sono fondamentali per arrivare a conoscere dinamiche che non emergono quando i partner stanno insieme in studio, ad esempio, una persona può mentire per non ferire l’altra, quindi un eccesso di riguardo, o per cose che è meglio evitare di dire in coppia.

Se durante un percorso ginecologico di PMA la coppia nel conoscermi vuole approfondire altri aspetti, allora io mi “tolgo il camice di ginecologa”, si cambia setting e indosso quello di sessuologa e iniziamo insieme un percorso con un obiettivo diverso.

Il percorso di PMA può creare tensioni di coppia. Qual è la sua esperienza?

Si, possono venir fuori sia tensioni di coppia sia problemi del singolo che poi si riversano sulla coppia di conseguenza. Vi faccio un esempio piuttosto frequente: il partner maschile mi dice: “Dottoressa, non ce la faccio, mi si blocca il cervello nel momento in cui penso alla crocetta sul calendario”, oppure partner femminili che possono cadere in trappole di stati d’ansia importanti se la crescita follicolare durante i monitoraggi non rispetta l’atteso. E’ importante parlarne, valutare cosa fare, anche gli aspetti emotivi e non solo gli aspetti medici fanno parte del percorso, un percorso che si personalizza moltissimo sulle dinamiche di coppia.

Soffermarsi su  come stanno vivendo il percorso, se la PMA sta alterando i loro rapporti sessuali e la loro relazione di coppia è a parere mio fondamentale.

Il modo in cui struttura le domande della visita di fecondazione assistita è una scelta strategica?

Assolutamente, in realtà è anche una strategia, ovviamente a favore di chi si rivolge a me. Le domande iniziali sono tendenzialmente oggettive, servono a mettere a proprio agio la coppia: nome, cognome, dove vive, che lavoro fa – il tipo di domanda che genera poca ansia. Domande mediche semplici come allergie a farmaci, interventi chirurgici, se e quando hanno eseguito esami diagnostici, sono dati oggettivi e abbassano il livello di tensione, mettendo a proprio agio i pazienti.

Personalmente ho eliminato anche l’uso del computer, ho ripreso la penna in mano, proprio per mantenere un contatto visivo con la coppia e capire attraverso la loro interazione più informazioni possibili su di loro.

Le coppie che affrontano un percorso di PMA sono davvero consapevoli dello stato della loro relazione?

No, non sempre le coppie sono consapevoli dello stato della loro relazione ma è molto difficile da capire, un po’ dipende anche dal loro livello socioculturale. Non è detto che chi viene con la tripla laurea sia più consapevole: anzi, le coppie molto semplici spesso sono le più spontanee e genuine, quelle che ti dicono il problema senza alcuna paura di giudizio, mentre chi ha un alto livello di istruzione certe cose tendenzialmente non le esterna. Non bisogna mai giudicare una coppia. Una strategia per aumentare la consapevolezza della coppia può essere quella di porre delle domande a cui non necessariamente deve seguire una risposta da parte dei pazienti ma anche solo il fatto di ascoltare la domanda può portare ad una riflessione che li può aiutare.

 

Ognuno di noi, prima di essere medico o paziente è una Persona. Lo specialista in Medicina della Riproduzione è all’ascolto di persone, delle loro storie, delle loro paure e dei loro modi diversi di volere un figlio e di affrontare le difficoltà di concepimento e il percorso di PMA. Forse è proprio nello spazio tra la procedura clinica e l’ascolto della relazione di coppia, che sta uno dei punti chiave: la fecondazione assistita non è fatta solo di procedure, esami del sangue e conta degli ovociti, ma anche di quello che una coppia riesce, o non riesce ancora, a dirsi, in privato o davanti a un medico.

 

Anche nell’approccio alla ricerca di un figlio, ogni persona, uomo o donna, ogni coppia è un mondo a sé stante, con le proprie abitudini di vita, il proprio bagaglio culturale, la diversa cura di sé e della propria salute riproduttiva. Queste e molte altre, incluse la caratterizzazione biologica (il sesso) e la funzione riproduttiva, sono le variabili che definiscono il genere di una persona. La comunità scientifica ha sviluppato il concetto di “approccio di genere in medicina” proprio per dare il giusto peso a tutti quei fattori, culturali, economici, sociali, ambientali, che caratterizzano una persona al di là delle differenze biologiche.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), infatti, definisce la medicina genere-specifica come lo studio dell’influenza delle differenze biologiche (definite dal sesso) e socioeconomiche e culturali (definite dal genere) sullo stato di salute e di malattia di ogni persona. La medicina di genere, quindi, è lo studio di come il genere – e tutti gli elementi che lo definiscono, dall’alimentazione al luogo di residenza, dalla propensione alla prevenzione, allo stile di vita – influenza lo stato di salute e di malattia di una persona, in modo che l’approccio medico sia il più adeguato e mirato possibile.

Abbiamo chiesto alla Dottoressa Giulietta Bruno, ginecologa, sessuologa, specializzata nella Medicina della Riproduzione, di parlarci delle differenze tra uomo e donna nel percorso di fecondazione assistita.

Esistono delle differenze tra uomo e donna nella ricerca di un figlio?

Sì, anche nella ricerca di un figlio ci sono differenze tra uomo e donna, e non solo dal punto di vista biologico. Non dobbiamo riferirci solo al genere biologico, ma considerare il genere come lo intende l’OMS, cioè l’insieme delle differenze tra le persone dovute al contesto culturale in cui nascono e crescono, al livello di istruzione, alla zona di provenienza, alle abitudini di vita.

In che modo si manifestano queste differenze nella ricerca di un figlio?

Lato donna è sicuramente molto forte il retaggio culturale: essendo noi donne che generiamo la vita, il dubbio che la difficoltà di concepimento sia colpa nostra c’è comunque. Dall’altro lato, nella donna c’è una maggiore predisposizione a chiedere, a informarsi, ad affidarsi ai medici, a prendersi cura anche della propria salute riproduttiva, anche in giovane età.

Un’altra “caratteristica” delle donne è che possono cadere più frequentemente in uno stato di ansia, nonostante sono sempre più numerosi gli uomini “controllanti” e ansiogeni, aspetto che tendenzialmente porta un retaggio più femminile. Biologicamente però la figura della donna è messa più al centro, in quanto è la donna che vive la mestruazione come un fallimento del tentativo di concepimento, è il suo corpo che porta la gravidanza; quindi vive in prima linea questa ricerca. Il rischio è di dare il via a un meccanismo di cane che si morde la coda: più cerco di avere il controllo, più vado in ansia e più vado in ansia più scattano dei meccanismi inibitori. Gli uomini, invece, di solito sono più inconsapevoli, pensano: “vabbè, abbiamo rapporti non protetti, la gravidanza arriverà”. Questo è proprio un approccio culturale diverso, per gli uomini non c’è l’abitudine di andare a fare un controllo o di controllare il proprio liquido seminale.

Questa differenza culturale riguarda anche l’approccio a farmaci o terapie che possono avere un impatto sulla fertilità?

Siamo a conoscenza che alcune sostanze e alcune categorie di farmaci possono interferire negativamente sul sistema riproduttivo, alcuni temporaneamente altri permanentemente. Chemioterapie o gli steroidi anabolizzanti possono alterare le caratteristiche del liquido seminale e degli ovociti. Sicuramente molto importante, ad oggi, è l’informazione e la consapevolezza che si può fare qualcosa per preservare quando possibile la fertilità sia maschile che femminile ad esempio prima di terapie oncologiche. Culturalmente vedo una minore attenzione da parte dell’uomo nell’assumere farmaci o sostanze preoccupandosi per una possibile gravidanza futura, aspetto sicuramente più presente nell’ambito femminile.

Queste differenze ci sono anche nel rapporto con il proprio corpo durante la ricerca di un figlio?

Alcune persone diventano particolarmente rigide su tanti aspetti del quotidiano, come l’alimentazione o l’attività fisica: dipende molto dalla persona. Chiaramente l’impatto è solo femminile e ci sono donne molto sportive che hanno il terrore delle terapie ormonali, altre che tengono così tanto al proprio fisico e alla propria immagine che hanno paura delle trasformazioni fisiologiche conseguenti ad una gravidanza.

Le pazienti oggi si informano più di un po’ di tempo fa. Questo significa che sono più consapevoli?

Sinceramente non so dire se c’è realmente una consapevolezza delle dinamiche che stanno attorno a una gravidanza che non arriva. Certo, le donne cercano online cosa si può fare quando la gravidanza non arriva, arrivano alla visita molto informate su quello che è il pickup, sulla stimolazione e sulle tecniche; ma sulle dinamiche di coppia correlate agli aspetti psicologici non ne sono del tutto sicura. Sicuramente siamo fatti sia di corpo che di psiche ed è impossibile scindere i due aspetti. Coppie che hanno ricercato e ottenuto la gravidanza dopo diversi anni attraverso procedure di PMA hanno magari ottenuto una seconda gravidanza spontaneamente, senza nessun aiuto. Questo ci fa riflettere che una componente psicologica anche inconsapevole, a volte anche una paura inconscia, giochi un ruolo nelle dinamiche di coppia nella ricerca di una gravidanza.

Il bisogno di controllo è uno degli aspetti più difficili da gestire nel percorso di procreazione medicalmente assistita. Molte donne che oggi sono alla ricerca di un figlio sono cresciute imparando che, con impegno e organizzazione, facendo molti sacrifici, si può avere il controllo della propria vita e si possono raggiungere tutti gli obiettivi: nello studio, nel lavoro, nei progetti personali. Inoltre, l’utilizzo ormai consolidato di internet ha reso naturale l’abitudine di ottenere un riscontro quasi immediato su tutto, dalla ricerca di una ricetta a un’informazione complessa a un acquisto online. Tutto questo, però, “scricchiola” davanti a qualcosa che non sempre si può controllare e che, talvolta, necessita di “tempi di risposta” diversi da quelli a cui siamo abituati quotidianamente: il percorso di fecondazione assistita.

Ne parliamo con la Dottoressa Giulietta Bruno, ginecologa, sessuologa, specialista di Medicina della Riproduzione.

Quanto conta l’aspetto generazionale nel bisogno di controllo del percorso di PMA?

Io credo che quello generazionale sia un aspetto importante. Avere un figlio diventa un obiettivo prioritario, da raggiungere a tutti i costi, anche provando tutte le tecniche di PMA. Quella nata a fine anni ’80 è la generazione dei Millennials, oggi donne e uomini di 30-45 anni che tendenzialmente sono abituati ad ottenere ciò che vogliono. Spesso incapaci di stare nel “non controllo”, impazienti, che non accettano sconfitte. Ma nella realtà ci sono cose che noi non possiamo comandare, e la PMA è una di queste.

Nella fecondazione assistita non abbiamo il 90-100% di successo: se ci va bene, abbiamo il 45-50% o forse qualcosa di più se parliamo di tassi cumulativi, quindi di possibilità derivate da più tentativi effettuati consecutivamente. Ci sono coppie che pur di ottenere subito il risultato cadono in alcune trappole dolorose. Non è raro sentir dire da una coppia: ” Abbiamo fatto di tutto, speso tutti questi soldi, consumato ferie, saltato vacanze, e va pure male”. È un boomerang, inoltre possono nascere anche sensi di colpa per non essere stati perfetti, per non essere andati anche da un eventuale nutrizionista, osteopata e non aver effettuato approfondimenti anche magari non richiesti dal ginecologo di PMA.

Ci sono pazienti che vivono con particolare rigidità anche i cambiamenti del corpo legati alla gravidanza?

Ci sono persone che diventano particolarmente rigide su tanti aspetti, come l’alimentazione o l’attività fisica: dipende molto dalla persona, dal suo background. Alcune donne molto sportive, ad esempio, hanno il terrore delle terapie ormonali; altre tengono così tanto al proprio fisico che hanno paura delle trasformazioni fisiologicamente conseguenti ad un gravidanza. Molto rischiose sono anche le innumerevoli chat di pazienti sui social che al giorno d’oggi possono potenziare questi aspetti in senso negativo.

Nell’anamnesi per la ricerca della gravidanza ha senso indagare anche la storia psicologica delle pazienti?

Certamente, ha molto senso. L’aspetto psicologico è parte integrante di un percorso di PMA, ormai vi è anche nei consensi la richiesta di accettazione di un supporto psicologico. Molto spesso le coppie sono già seguite da un collega psicologo o talvolta psichiatra, con terapie singole separate o di coppia. Per fortuna sta diminuendo quel pregiudizio sulla psicoterapia, la paura dello psicologo o del concetto di essere matti.

Nella storia clinica di alcuni pazienti possono essere riportati disturbi psichiatrici, terapie con psicofarmaci da dover modulare per eventuali gravidanze e importante è anche la collaborazione con i colleghi che li seguono. Alcuni disturbi alimentari possono avere correlazioni strette con alterazioni ormonali e di conseguenza con il ciclo e con la probabilità di gravidanza e importante è valutare le paure inconsce dei cambiamenti della propria immagine corporea nel caso insorga una gravidanza.

Quanto sono attente al controllo del corpo le donne che cercano una gravidanza?

Gli aspetti legati al corpo sono importanti, posso essere come dicevo legati all‘immagine corporea, ad una idea di estetica ma anche ad una concezione del sano, inteso come nutrizione e diete specifiche per aumentare le probabilità di gravidanza. Queste ultime vanno molto di moda adesso soprattutto in ambito privato e talvolta si rischia di cadere nel solito eccesso di controllo, spesso controproducente. Diverso è nel settore pubblico, dove queste problematiche sono meno presenti probabilmente legate ad aspetti economici e sociali. Il mio suggerimento è sempre cercare di tendere verso la moderazione e l’equilibrio.

 

Nella ricerca di un figlio, non tutto si può programmare come un obiettivo di lavoro. Le percentuali di successo della PMA non possono essere prese come promesse, e nessuna dieta, nessun calendario e nessuna preparazione può assicurare il concepimento. Lo specialista in Medicina della Riproduzione ha anche il compito di intercettare questo “scontro” tra desiderio di diventare genitore, ansia da prestazione e bisogno di controllo e riconoscerne i segnali, prima che diventino un problema.

Cosa succede alla sessualità quando la fecondazione assistita entra nella vita di una coppia? Il calendario dell’ovulazione, le “crocette” sui giorni fertili, la pressione di dover avere un rapporto proprio quel giorno, a quell’ora: tutto questo può trasformare l’intimità in un compito da svolgere, con conseguenze anche molto serie sulla relazione.

Ne abbiamo parlato con la Dottoressa Giulietta Bruno, ginecologa e sessuologa, specializzata in medicina della riproduzione.

Cosa cambia nella vita sessuale quando una coppia inizia a cercare una gravidanza?

Una domanda di cui spesso viene sottovalutato il reale significato, perché inserita nella routine della visita standard, riguarda il numero dei rapporti. Sappiamo che non c’è un numero definito di rapporti che deve avere una coppia, dipende molto dalla loro relazione. Sicuramente una relazione parte con un numero di rapporti alto, poi generalmente la frequenza diminuisce.

Quando si cerca una gravidanza, le donne redigono il calendario dell’ovulazione, iniziano a “mettere le crocette” di quando è il momento migliore. Questo sicuramente ha un impatto psicologico sul partner maschile, anche solo per il fatto che deve essere un rapporto con penetrazione e un’eiaculazione in vagina. Può capitare che tutto ciò porti a delle alterazioni anche della relazione tra i partner, e a volte l’inizio del percorso di medicina della riproduzione coincide con un calo dei rapporti. È come un dire “affido al ginecologo quella parte della nostra vita, tanto adesso c’è la medicina di riproduzione, che se ne occupa”.

Sicuramente c’è una componente di controllo del rapporto sessuale, che fa perdere la spontaneità. Le categorie di uomini a rischio sono quelle dei professionisti con lavori di responsabilità e stressanti e gli uomini particolarmente emotivi.

Che conseguenze può avere questa pressione sulla sessualità di coppia?

Sappiamo che lo stress che aumenta il cortisolo, un inibitore fisiologico dell’erezione, può portare ad una riduzione delle prestazioni sessuali. Da lì in poi, purtroppo, può derivare una serie di conseguenze anche nella relazione, ad esempio perché la donna accusa l’uomo di non essere particolarmente interessato ad avere un figlio. Inoltre, le difficoltà possono scaturire da un difetto di eiaculazione o di erezione, che comunque crea una serie di conseguenze a cascata che possono andare ad alterare il rapporto.

Come affronta il tema della sessualità di coppia nel percorso di PMA, nella sua doppia veste di ginecologa e sessuologa?

Nella mia pratica clinica di ginecologa e sessuologa provo ad anticipare queste cose. Sono una ginecologa che parla e discute molto dei rapporti. Di solito ci si ferma ai numeri: quanti rapporti ha la coppia? sono concentrati nel momento di ovulazione? sì, no? Da sessuologa, la mia competenza si allarga al partner maschile, per cui cerco di creare un rapporto di estrema fiducia per comprendere abitudini sessuali ed eventuali patologie sottostanti che posso andare ad interferire con la ricerca di una gravidanza.

Ci sono coppie “bianche” che arrivano alla PMA?

Si, e per coppie bianche si intendono coppie in cui la relazione affettiva può essere profonda ma l’attività sessuale e i rapporti completi sono del tutto assenti. Ci sono anche pazienti che mentono e ciò è inutile e controproducente, perché non dà al medico la possibilità di valutare la situazione com’è nella realtà. Spiego alla coppia che è importante essere più sinceri possibili, perché magari non c’è bisogno di ricorrere per forza ad un percorso di fecondazione assistita con un prelievo ovocitario se manca proprio l’atto della penetrazione. Mi sono capitate coppie con le quali siamo riusciti ad ottenere la gravidanza bypassando il rapporto penetrativo con un’eiaculazione in laboratorio e una inseminazione con una siringa intravaginale o con un catetere intrauterino.

L’intimità di coppia non deve ridursi ad essere solo un tassello nel protocollo di PMA. Deve continuare a essere qualcosa di vero, sincero, anche quando si fa fatica, anche quando manca. Parlare al ginecologo anche del desiderio che si è spento, dirgli che la penetrazione fa male, che il rapporto “giusto” non è mai arrivato può aprire strade diverse, più semplici, più adatte alla coppia.

L’intelligenza artificiale (IA) nella procreazione medicalmente assistita? L’IA, che fino a pochi anni fa ci sembrava parte di un futuro ancora molto lontano, è ormai diventata parte della vita quotidiana di molti di noi. In particolare, si sta rivelando un supporto prezioso in molte professioni, anche in ambito sanitario, incluso quello della medicina della riproduzione. Chi é alla ricerca di un figlio e si avvicina alla procreazione medicalmente assistita si chiede in cosa consistono la presenza dell’AI nel percorso di PMA e il supporto che l’AI dà al medico.

Ne parliamo con il Dottor Bruno Barba, responsabile centro PMA Casa di Cura Salus Brindisi.

Siamo davvero pronti ad accettare l’intelligenza artificiale anche in ambito medico?

Le recenti esternazioni da parte di diversi leader e ricercatori del settore tecnologico ripropongono in primo piano il dibattito sul rapido sviluppo della intelligenza artificiale, sulla possibile perdita di controllo da parte dell’uomo con i conseguenti rischi per il mondo del lavoro e per la sicurezza globale.

Anche nel campo sanitario, l’IA, inizialmente vista come una prospettiva tecnologica lontana è improvvisamente diventata un tema con cui i professionisti sanitari sono chiamati a confrontarsi ogni giorno, con la necessità di creare regole univoche e modelli condivisi che possano migliorare la prospettiva di un cambiamento che sta modificando profondamente l’attività del medico e tutti i percorsi di cura.

L’IA può essere applicata nella medicina della riproduzione?

L’IA viene utilizzata sempre più concretamente nella medicina della riproduzione ed è ormai ampiamente dimostrato che l’utilizzo di modelli di machine learning possa migliorare la capacità di prevedere la possibilità di successo dei cicli di PMA, migliorare l’efficacia delle tecniche e supportare gli specialisti nell’analisi di una mole di dati che sarebbe impossibile da elaborare con gli strumenti tradizionali.

Quali sono le principali applicazioni nei percorsi di procreazione medicalmente assistita?

Vari algoritmi, elaborando una grande quantità di dati anamnestici e clinici possono creare dei modelli predittivi per stimare la possibilità di successo di ogni singolo ciclo di procreazione medicalmente assistita.

Attraverso la elaborazione dei dati e integrando i modelli predittivi è possibile una più accurata valutazione della qualità dei gameti e degli embrioni abolendo i possibili errori legati alle valutazioni soggettive di ogni singolo operatore.

Attraverso l’automazione dei laboratori, l’IA migliora e velocizza le varie fasi della fecondazione in vitro, riduce l’errore umano e la variabilità delle valutazioni soggettive.

Inoltre, l’IA fornisce un supporto organizzativo importante con una serie di software dedicati a migliorare le fasi di counseling, raccolta dati, monitoraggio e refertazione liberando il medico da un carico di lavoro che sottrae tempo all’attività clinica.

Si potrà avere una clinica completamente automatizzata per la PMA?

Dalla nascita di Louise Brown nel 1978 in Inghilterra, prima bambina al mondo concepita con una tecnica di fecondazione assistita la PMA ha compiuto enormi progressi.

Nel 2027 una clinica negli Stati Uniti introdurrà il primo laboratorio di fecondazione in vitro assistito dall’automazione*, dove medici ed embriologi saranno affiancati da una piattaforma che eseguirà con precisione meccanica centinaia di passaggi finora manuali.

Si tratta di una enorme innovazione tecnologica che apre sicuramente nuove possibilità ma che comporta anche delle grandi responsabilità e che andrà gestita in maniera equilibrata.

Lo scopo di questa innovazione non è quello di sostituire lo specialista ma di supportarlo per poter offrire alle coppie un trattamento migliore con maggiori possibilità di successo.

Quali le prospettive?

È in atto una profonda rivoluzione tecnologica, culturale e professionale che andrà gestita con enorme cautela affinché l’IA diventi uno strumento discreto, integrato, validato che protegge il medico e migliora la sua attività.

Bisognerà definire modalità di lavoro nuove in cui le competenze umane e il supporto artificiale possano convivere a beneficio dei pazienti e dell’intero sistema sanitario.

Chi è alla ricerca a di un figlio, spesso vive un percorso faticoso e pieno di incertezze. La tecnologia evolve ma non potrà mai sostituire la relazione umana tra il medico e il paziente che rimarrà sempre parte integrante della cura.

 

 

* https://www.prnewswire.com/news-releases/ivi-rma-global-and-conceivable-life-sciences-announce-partnership-to-deploy-the-first-automated-ivf-lab-in-the-us-302816394.html

L’invecchiamento riproduttivo è un processo irreversibile associato a vari fattori; ruolo fondamentale gioca il declino della qualità endometriale, spesso collegato all’avanzare dell’età materna, ma che talvolta si riscontra anche nelle pazienti più giovani.

Essendo stato il tasso di successo delle tecniche di procreazione Medicalmente Assistita (PMA), per lungo tempo, meno che soddisfacente, nonostante i grandi progressi compiuti, negli ultimi anni è aumentata la necessità di ricorrere ad opzioni alternative nei cicli PMA.

Ce ne parla la Dottoressa Maria Perino, Medico chirurgo, specialista in Ginecologia e Ostetricia e in Fisiopatologia della Riproduzione Umana.

Qual è il ruolo dell’endometrio nell’impianto embrionale?

L’endometrio gioca un ruolo fondamentale nell’impianto embrionale e nel successivo evolversi della gravidanza; si rigenera ogni mese grazie alle cellule staminali endometriali della lamina basale. Lo spessore dello strato funzionale dell’endometrio varia, infatti, durante il ciclo mestruale, aumentando in prossimità dell’ovulazione per facilitare il “dialogo” con l’embrione, favorendo l’annidamento e lo sviluppo della gravidanza.

Quali sono i fattori che possono danneggiare la qualità dell’endometrio?

I fattori che possono danneggiare la qualità dell’endometrio, interferendo negativamente sul suo sviluppo e dunque sullo spessore sono:

  • Infezioni croniche (endometriti)
  • Ripetuti raschiamenti (sindrome aderenziale /sindrome di Asherman)
  • Dimagramento severo, stress, fumo attivo (ipovascolarizzazione tissutale)
  • Età avanzata ed ipoestrogenismo

Studi scientifici dimostrano che un endometrio più spesso è associato a un maggiore tasso di gravidanza.

Cos’è il “ringiovanimento endometriale”?

Nelle coppie che hanno sperimentato fallimenti ripetuti di impianto embrionale dopo PMA o con endometrio persistentemente sottile – inferiore ai 7 mm – in quanto ipovascolarizzato e scarsamente recettivo ad eventuali terapie ormonali, trova riscontro la procedura del “ringiovanimento endometriale”, tecnica di medicina rigenerativa che ha lo scopo di migliorare lo spessore endometriale e dunque la recettività uterina ai fini procreativi. Tale tecnica solitamente si basa sull’uso di PRP, ovvero Plasma Ricco di Piastrine, e sta guadagnando l’attenzione dei ricercatori grazie ai suoi vantaggi unici.

Le infusioni di PRP possono, infatti, migliorare la recettività endometriale favorendo la proliferazione cellulare, la vascolarizzazione, le proprietà antinfiammatorie e riducendo la fibrosi. E’ stato dimostrato, infatti, che il PRP stimola i processi di neoangiogenesi, che rendono in ultimo l’endometrio più recettivo.

I risultati di un lavoro pubblicato nel 2015 “Autologus platelet-rich plasma promotes endometrial growth and improves pregnancy outcome during IVF” (Y. Chang et al., Int J Clin Exp Med 2015 Jan 15;8(1):1286-90), hanno dimostrato che il PRP aumenta la crescita endometriale e migliora l’outcome di gravidanza in pazienti con endometrio sottile.

Cos’è il PRP (Plasma Ricco di Piastrine)?

Il Plasma Ricco di Piastrine (PRP) è un concentrato di piastrine ottenuto per centrifugazione da un campione di sangue intero della paziente. Tale volume di plasma, ha una conta piastrinica superiore a quella basale. Le piastrine, fondamentali nel processo di coagulazione e guarigione, rilasciano numerosi fattori di crescita che stimolano la rigenerazione tissutale.

Il campo di utilizzo del PRP riguarda comunque molte specialità (ortopedia, chirurgia plastica, odontoiatria, dermatologia, ginecologia, etc…). In ambito ginecologico, gli ultimi dati di letteratura supportano l’ipotesi del notevole miglioramento della capacità riproduttiva della donna.

Quando iniettare il PRP

Nelle pazienti con ripetuti fallimenti di PMA o abortività ripetuta, il PRP viene preparato e infuso nella cavità uterina o a livello subendometriale, lo stesso giorno del prelievo ovocitario, o anche durante i monitoraggi ecografici, se già all’8°-10° giorno di stimolazione, lo spessore endometriale risulta < 7 mm. La procedura può essere ripetuta da 1 a 3 volte, monitorando lo spessore endometriale tramite ecografia dopo ogni applicazione. Le infusioni possono essere effettuate anche nel ciclo precedente al transfer.

I risultati possono variare, ma in molte donne si nota un miglioramento dello spessore dell’endometrio da poche settimane fino a due mesi dopo la procedura (aumento dello spessore endometriale di 1-3 mm in circa il 60%-70% dei casi.

Con l’infusione intrauterina di PRP, numerose proteine, diversi fattori di crescita (GF) e citochine immagazzinate nelle piastrine agiscono sull’endometrio attraverso la promozione della proliferazione cellulare e della neoangiogenesi e attraverso le proprietà antinfiammatorie, con conseguente successo dell’impianto embrionale.

Quali sono i rischi del ringiovanimento dell’endometrio con PRP?

In quanto materiale biologico autologo, la procedura è generalmente sicura, ed il rischio di reazioni allergiche e malattie contagiose è praticamente nullo. Inoltre, l’estrazione del PRP è poco invasiva in quanto ottenuto mediante prelievo di sangue venoso periferico.

Quando è indicata la rigenerazione endometriale?

La rigenerazione endometriale è indicata nelle pazienti con persistente spessore endometriale che non supera i 7 mm su cicli spontanei o supportati da terapia ormonale, nei casi di ripetuti fallimenti di impianto embrionale, di scarsa crescita endometriale alla stimolazione ormonale, di endometriti croniche e sindrome di Asherman, di amenorrea post-dimagramento/fumo.

È stato dimostrato che la somministrazione intrauterina di PRP in regime ambulatoriale incrementa lo spessore e la qualità endometriale in donne con endometrio sottile o di scarsa qualità e/o con ripetuti fallimenti riproduttivi e pertanto determina un aumento significativo delle percentuali di gravidanza (Chang 2019).

Chi può sottoporsi al trattamento di ringiovanimento endometriale?

Il trattamento con PRP può essere effettuato in tutte le pazienti, tendendo conto la loro idoneità secondo normativa vigente 1-4, con particolare riferimento alla conta piastrinica basale (200.000, 75.000/µL).

Criteri di inclusione:

  • Età potenzialmente fertile (solo per il PRP ovarico)
  • Almeno due tentativi di PMA fallimentari
  • Valutazione ecografica dell’utero (nessuna lesione a carico dell’utero e delle ovaie, spessore endometriale < 7 mm)
  • BMI compreso fra 18 e 28

Criteri di esclusione:

  • Malattie autoimmuni
  • Malattie sessualmente trasmissibili, infettive, infiammatorie croniche
  • Valori di emocromo al di sotto degli standard

Conclusioni

Il ringiovanimento endometriale rappresenta una svolta per le pazienti affette da infertilità per scarsa crescita endometriale e/o ripetuti fallimenti di PMA. E’ una procedura di medicina rigenerativa verso cui è ormai proiettato il futuro; uno strumento utile e sicuro da integrare nei percorsi di PMA per migliorare le probabilità di successo procreative.

Malgrado le evidenze attuali dimostrino risultati positivi in ambito riproduttivo, la mancanza di protocolli standardizzati e di “Randomized Controlled Trial”  di ampia scala ne limita ancora la piena validazione della procedura.

Il futuro della ricerca dovrà orientarsi verso la personalizzazione del trattamento in base al fenotipo della paziente, la valutazione del ruolo dello stile di vita (in particolare fumo e BMI, come fattori che modulano la risposta al trattamento), la combinazione di strategie, ad es: PRP + supporto ormonale + modulazione immunitaria.

Normativa di riferimento 

  1. DM 2 novembre 2015 – Disposizioni relative ai requisiti di qualità e sicurezza del sangue e degli emocomponenti.
  2. Legge 21 ottobre 2005 n. 219 – Nuova disciplina delle attività trasfusionali e della produzione nazionale degli emoderivati.
  3. DLgs 20 dicembre 2007 n. 261 – Revisione del Decreto legislativo 19 agosto 2005, n. 191, recante attuazione della direttiva 2002/98/CE che stabilisce norme di qualità e di sicurezza per la raccolta, il controllo, la lavorazione, la conservazione e la distribuzione del sangue umano e dei suoi componenti.
  4. DM 1 settembre 1995 – Disciplina dei rapporti tra le strutture pubbliche provviste di servizi trasfusionali e quelle pubbliche e private, accreditate e non accreditate, dotate di frigo emoteche.
  5. DLgs n. 37/2010 (di recepimento della Direttiva 2007/47/CE) – Attuazione della direttiva 2007/47/CE che modifica le direttive 90/385/CEE per il ravvicinamento delle legislazioni degli stati membri relative ai dispositivi medici impiantabili attivi, 93/42/CE concernente i dispositivi medici e 98/8/CE relativa all’immissione sul mercato dei biocidi.
  6. Accordo Stato-Regioni del 20/10/2015 “Prezzo unitario cessione emocomponenti ed emoderivati”.
  7. Legge 40/2004 “Norme in Materia di Procreazione Medicalmente Assistita”;
  8. DM 21 Luglio 2004 “Linea guida in materia di procreazione medicalmente assistita”.
  9. ESHRE Guidelines on Recurrent Implantation Failure, 2023.
  10. Zadehmodarres S. et al. Intrauterine PRP infusion – Reprod Biomed Online, 2017.
  11. Gleicher N. et al. G-CSF for thin endometrium – AJOG, 2013.
  12. Linee Guida S.I.G.O. Medicina della Riproduzione, 2024.

Ricevere una diagnosi di vulvodinia può far nascere molte domande, soprattutto se stai cercando una gravidanza. È naturale sentirsi smarrite e chiedersi: “La vulvodinia può compromettere il mio sogno di diventare mamma? Può causare infertilità?”

È una preoccupazione comprensibile, ne abbiamo parlato con la Dottoressa Federica Esposito, ginecologa presso la UOSD Procreazione Medicalmente Assistita dell’AOU Azienda Ospedale Università di Padova.

Quando il dolore tocca la sfera più intima, è naturale chiedersi se possa compromettere anche la possibilità di avere una gravidanza.

La risposta più corretta, e speriamo rassicurante, è: non necessariamente in modo diretto. La vulvodinia non è considerata una causa diretta di infertilità e non esiste una correlazione diretta di causa-effetto tra vulvodinia e infertilità. Ad oggi, infatti, non ci sono evidenze scientifiche che questa condizione alteri l’ovulazione, la qualità degli ovociti, la riserva ovarica o la funzionalità delle tube.

Questo però non significa che la vulvodinia non possa influenzare il percorso verso una gravidanza, infatti, può incidere in modo significativo sul percorso riproduttivo, soprattutto quando si associa a dolore nei rapporti, endometriosi, dolore pelvico cronico o contrattura del pavimento pelvico.

​Cos’è la vulvodinia?

​La vulvodinia è una condizione caratterizzata da dolore vulvare persistente, che dura da almeno tre mesi, senza che sia identificabile una causa specifica come infezioni, malattie dermatologiche o lesioni neurologiche.

Si manifesta spesso come bruciore, dolore al contatto, fitte o sensazione di punture, irritazione, dolore ai rapporti, fastidio persistente quando si è sedute o si indossano abiti aderenti.

​Nella maggior parte delle donne il dolore interessa il vestibolo vaginale (vestibolodinia provocata), cioè è localizzato nell’area attorno all’ingresso della vagina.

Le più recenti linee guida internazionali descrivono la vulvodinia come una patologia multifattoriale, nella quale possono contribuire diversi fattori: alterazione delle terminazioni nervose (ipersensibilità), infiammazione locale, ipertono del pavimento pelvico, fattori ormonali e una diversa elaborazione del dolore da parte del sistema nervoso.

​La vulvodinia riduce la fertilità?

La risposta è no.

Molte donne con vulvodinia concepiscono naturalmente e vivono gravidanze fisiologiche.

La vulvodinia, di per sé, non altera l’ovulazione, non causa la chiusura delle tube, non riduce direttamente la riserva ovarica e non impedisce biologicamente l’impianto dell’embrione. Per questo non viene inserita tra le cause di infertilità, come l’endometriosi, l’occlusione tubarica, l’ovaio policistico, l’età riproduttiva avanzata o alcuni fattori maschili.

​La difficoltà, quando presente, non è quasi mai un blocco biologico, ma un ostacolo funzionale: il dolore, o la paura di provarlo (dispareunia), può rendere i rapporti sessuali meno frequenti o fonte di ansia anticipatoria, riducendo di fatto le opportunità di concepimento nei giorni fertili.

​Perché alcune donne con vulvodinia fanno più fatica ad ottenere una gravidanza?

​È importante distinguere tra l’incapacità biologica di concepire e le barriere che il dolore crea nella vita quotidiana.

Quando un rapporto è doloroso, è naturale ridurne la frequenza, evitandolo anche nei giorni fertili. In alcuni casi il dolore è talmente intenso da impedire la penetrazione, sviluppando ansia anticipatoria.

​In queste situazioni si parla non di infertilità in senso medico, ma di riduzione delle opportunità di concepimento. È una distinzione importante: la capacità biologica di avere una gravidanza è conservata, ma il dolore rende più difficile avere rapporti sessuali nei momenti utili al concepimento.

​Il ruolo del pavimento pelvico

​In molte donne con vulvodinia è presente un ipertono del pavimento pelvico, cioè una contrazione persistente e involontaria dei muscoli che circondano la vagina, che rende la penetrazione dolorosa ed estremamente difficile.

Anche in questo caso, non si tratta di una causa di infertilità, ma di una condizione che può contribuire indirettamente alla difficoltà di concepimento. Per questo motivo la riabilitazione del pavimento pelvico rappresenta oggi uno dei percorsi terapeutici più efficaci nella gestione della vulvodinia.

Cosa dicono gli studi più recenti

Uno studio svedese del 2024, basato su registri nazionali, ha osservato che donne con endometriosi, vestibolodinia provocata o entrambe avevano maggiori probabilità di diagnosi di infertilità e di ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita rispetto ai controlli.

Questo dato è importante, ma va letto con attenzione: lo studio mostra un’associazione, non dimostra che la vulvodinia causi infertilità. Piu probabilmente, in alcune pazienti vulvodinia, endometriosi, dolore pelvico, difficoltà sessuali e infertilità possono appartenere a una stessa storia clinica complessa.

Esistono malattie che possono causare sia vulvodinia sia infertilità?

Sì.

In alcuni casi la vulvodinia può coesistere con malattie ginecologiche che possono influenzare anche la fertilità.

Non significa che una condizione provochi necessariamente l’altra, ma che condividano alcuni meccanismi o possano essere presenti nella stessa paziente.

La patologia ponte più importante: l’endometriosi

Tra le condizioni che possono collegare dolore vulvare, dolore nei rapporti e infertilità, l’endometriosi è probabilmente la più rilevante.

L’endometriosi può causare:

  • dolore pelvico cronico;
  • dolore profondo durante i rapporti;
  • dolore mestruale intenso;
  • infiammazione;
  • aderenze;
  • alterazioni tubariche;
  • endometriomi ovarici;
  • riduzione della qualità dell’ambiente pelvico.

Per questo è una delle patologie ginecologiche più frequentemente associate a infertilità. Negli ultimi anni diversi studi hanno dimostrato che molte donne con endometriosi presentano anche vulvodinia.

Perché succede? Una delle spiegazioni riguarda la cosiddetta sensibilizzazione del sistema nervoso.

Quando il dolore persiste per mesi o anni, il sistema nervoso può diventare progressivamente più sensibile agli stimoli dolorosi. Questo fenomeno, definito sensibilizzazione centrale, può favorire la comparsa di dolore anche in aree diverse da quella inizialmente coinvolta.

Inoltre, il dolore cronico dell’endometriosi può determinare una contrazione persistente del pavimento pelvico, contribuendo allo sviluppo della vulvodinia.

Il risultato può essere un quadro in cui dolore profondo, dolore superficiale, bruciore vulvare e difficoltà nei rapporti si alimentano reciprocamente.

In questo caso, quindi, non è la vulvodinia a causare infertilità, ma entrambe le condizioni possono essere la manifestazione di una stessa patologia sottostante.

Pavimento pelvico, dolore e sessualità

Nelle donne con vulvodinia, soprattutto nella vestibolodinia provocata, si osservano spesso ipertono, disfunzione o alterazioni muscolari del pavimento pelvico.

Un pavimento pelvico contratto può rendere la penetrazione dolorosa, aumentare il bruciore, favorire la paura del rapporto e creare un circolo vizioso: dolore, anticipazione del dolore, contrazione muscolare, ulteriore dolore.

Anche in questo caso non si parla di infertilità biologica diretta, ma di un ostacolo funzionale e relazionale alla possibilità di avere rapporti completi e sereni.

Le altre sindromi dolorose croniche

Le linee guida internazionali sottolineano che la vulvodinia raramente è una malattia “isolata”.

Può infatti coesistere con altre condizioni caratterizzate da dolore cronico, come:

  • sindrome della vescica dolorosa (cistite interstiziale);
  • sindrome dell’intestino irritabile;
  • fibromialgia;
  • cefalea cronica;
  • dolore pelvico cronico.

Queste condizioni condividono alcuni meccanismi biologici legati alla regolazione del dolore da parte del sistema nervoso. Non sono tutte cause dirette di infertilità, ma possono peggiorare la qualità di vita, la sessualità, l’aderenza ai percorsi diagnostici e terapeutici e il vissuto emotivo della ricerca di gravidanza.

Le infezioni ricorrenti possono essere responsabili?

Molte pazienti raccontano di aver avuto numerosi episodi di candidosi prima della diagnosi di vulvodinia.

Oggi sappiamo che, in alcune donne predisposte, episodi infiammatori ripetuti possono contribuire alla sensibilizzazione delle terminazioni nervose della vulva e rappresentare uno dei fattori coinvolti nello sviluppo della malattia.

È però importante ricordare che non tutto il bruciore vulvare è dovuto a una candidosi.

Quando i tamponi vaginali risultano ripetutamente negativi oppure i sintomi persistono nonostante le terapie antimicotiche, è opportuno rivalutare la diagnosi.

Continuare a trattare una vulvodinia come se fosse un’infezione può ritardare la diagnosi corretta e prolungare inutilmente la sofferenza della paziente.

Il peso psicologico e relazionale

Il dolore vulvare cronico non riguarda solo il corpo. Può interferire con l’immagine di sé, il desiderio sessuale, la relazione di coppia, la fiducia nel proprio corpo e il progetto di maternità.

Quando il dolore porta a evitare i rapporti o a viverli con paura, la ricerca di gravidanza può diventare emotivamente più faticosa. Per questo è importante che la paziente non venga ridotta al singolo sintomo, ma venga ascoltata nella sua storia complessiva: dolore, sessualità, relazione, desiderio di gravidanza e tempi riproduttivi.

La vulvodinia può interferire con la procreazione medicalmente assistita?

In alcuni casi sì.

Le ecografie transvaginali, le visite ginecologiche e alcune procedure necessarie durante i percorsi di procreazione medicalmente assistita possono risultare particolarmente dolorose.

Per questo motivo è importante informare sempre il ginecologo o il centro di fertilità della presenza della vulvodinia.

Con alcuni accorgimenti e una gestione multidisciplinare è possibile rendere il percorso molto più tollerabile.

La vulvodinia, di per sé, non rappresenta una controindicazione ai trattamenti di fertilità.

Un approccio multidisciplinare migliora il percorso verso la gravidanza

La gestione della vulvodinia richiede spesso la collaborazione di diversi specialisti.

A seconda della situazione clinica possono essere coinvolti:

  • il ginecologo esperto in patologia vulvare;
  • il fisioterapista del pavimento pelvico;
  • il terapista del dolore;
  • il sessuologo;
  • lo psicologo, quando il dolore cronico ha un impatto importante sulla qualità della vita e sulla relazione di coppia.

L’obiettivo non è soltanto ridurre il dolore, ma permettere alla donna di tornare a vivere serenamente la propria sessualità e, quando lo desidera, affrontare con maggiore tranquillità la ricerca di una gravidanza.

Cosa è importante ricordare 

La vulvodinia non causa infertilità, ma può rendere più difficile il concepimento naturale perché il dolore limita o impedisce i rapporti sessuali. In alcuni casi, inoltre, può essere associata a patologie come l’endometriosi, che invece rappresentano una causa riconosciuta di riduzione della fertilità.

Per questo motivo il dolore vulvare persistente non dovrebbe mai essere considerato “normale” o qualcosa con cui imparare a convivere.

Una diagnosi precoce e un trattamento personalizzato consentono non solo di migliorare la qualità della vita, ma anche di affrontare con maggiore serenità il desiderio di una gravidanza.

​Un pensiero per te

​Se senti che il dolore sta frenando il tuo progetto di maternità, non cercare risposte da sola. ​Anche se il percorso può sembrare più tortuoso, non sei meno capace di diventare madre. Molte donne, dopo aver affrontato un percorso di cura consapevole, riescono a ritrovare il piacere e a vivere con gioia la ricerca di un figlio.

​La vulvodinia non definisce la tua capacità di procreare; è solo un aspetto della tua salute che, con il supporto giusto, può essere gestito per permetterti di realizzare il tuo progetto di vita.

 

Riferimenti scientifici

  • Bernstein J, Goldstein AT, Stockdale CK, et al. 2015 ISSVD, ISSWSH and IPPS Consensus Terminology and Classification of Persistent Vulvar Pain and Vulvodynia. Obstetrics & Gynecology. 2016.
  • Bornstein J, Preti M, Simon JA, et al. Descriptors of Vulvodynia: A Multisocietal Consensus Terminology. Journal of Lower Genital Tract Disease. 2019.
  • Muhlrad H et al. Health and socioeconomic well-being of women with endometriosis and provoked vestibulodynia: longitudinal insights from Swedish registry data. PLOS ONE. 2024;19(9):e0307412. doi: 10.1371/journal.pone.0307412.
  • American College of Obstetricians and Gynecologists (ACOG). Committee Opinion No. 673: Persistent Vulvar Pain. Reaffirmed 2024.
  • International Society for the Study of Vulvovaginal Disease (ISSVD). 2013 Vulvodynia Guideline Update.
  • European Society of Human Reproduction and Embryology (ESHRE). Guideline on Endometriosis. 2022.
  • International Pelvic Pain Society (IPPS). Clinical guidance on chronic pelvic pain.
  • Reed BD, Harlow SD, Sen A, Edwards RM, Chen D, Haefner HK. Relationship between vulvodynia and chronic comorbid pain conditions. Obstetrics & Gynecology. 2012;120(1):145-151. doi: 10.1097/AOG.0b013e31825957cf.
  • Merlino L et al. Vulvodynia: Pain Management Strategies. Journal of Clinical Medicine. 2022;11(23):7063. doi: 10.3390/jcm11237063.

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L’impatto dell’ambiente in cui viviamo sulla capacità riproduttiva di uomini e donne è un tema a cui la comunità scientifica dedica sempre più attenzione. L’aria che respiriamo, gli oggetti che tocchiamo e i cibi che portiamo in tavola contengono sostanze invisibili capaci di dialogare – alterandone i messaggi – con il nostro sistema ormonale.

Queste sostanze le incontriamo ogni giorno, spesso senza saperlo: nel fumo di sigaretta, negli alimenti, negli oggetti di plastica che usiamo in casa. Si chiamano interferenti endocrini, e secondo l’Istituto Superiore di Sanità sono in grado di alterare la struttura e la funzione dell’apparato riproduttivo, sia maschile che femminile, incidendo su fertilità, endometriosi e altre patologie (ISSalute).

Le prove sono solide: ad esempio, i dati raccolti dalla Società Europea di Riproduzione Umana ed Embriologia (ESHRE) indicano che l’esposizione prolungata agli inquinanti urbani riduce la probabilità di concepimento naturale e riduce la qualità dei gameti.

Ne abbiamo parlato con il Dottor Bruno Barba, responsabile centro PMA Casa di Cura Salus Brindisi, per capire quali sono le sostanze più diffuse, come agiscono sul nostro corpo e cosa possiamo fare, nel concreto, per proteggere la nostra fertilità.

Cosa sono gli interferenti endocrini e perché se ne parla sempre di più quando si affronta il tema della fertilità?

L’esposizione quotidiana a numerosi fattori ambientali è ormai da tempo considerata un fattore di rischio per la salute di uomini e donne e ha un impatto negativo sulla fertilità degli stessi.

Queste sostanze a cui quotidianamente siamo esposti vengono definiti INTERFERENTI ENDOCRINI poiché sono in grado di interferire con il nostro sistema endocrino alterando la produzione di ormoni che regolano la funzione degli organi, tra cui anche l’apparato riproduttivo.

L’esposizione costante e prolungata incide per circa il 20% sullo sviluppo di patologie dell’apparato riproduttivo come endometriosi, infertilità, ridotta qualità degli spermatozoi, malformazioni congenite e tumori.

È stata riscontrata una grande quantità di interferenti endocrini presenti nell’ambiente, nelle sostanze e oggetti di uso quotidiano che possiamo così sintetizzare:

  • FUMO DI SIGARETTA
  • ALIMENTAZIONE E CONTAMINANTI ALIMENTARI
  • PESTICIDI E ANTIPARASSITARI
  • ADDITIVI E PRESERVANTI DI PRODOTTI INDUSTRIALI

In che modo il fumo di sigaretta danneggia la capacità riproduttiva, in particolare in ottica di PMA?

Il fumo di tabacco contiene centinaia di sostanze nocive che peggiorano la fertilità, maschile e femminile. Nella donna il fumo di sigaretta riduce la fertilità e aumenta il tempo necessario per ottenere la gravidanza; determina una riduzione della qualità ovocitaria con minori tassi di gravidanza nelle pazienti che si sottopongono a tecniche di fecondazione assistita e un danneggiamento della funzione tubarica con maggiore tasso di gravidanza extrauterina.

Sull’uomo il fumo determina una riduzione del numero e della motilità degli spermatozoi e una maggiore frammentazione del loro DNA.

Che ruolo ha l’alimentazione?

Le diossine generate dai processi industriali e di combustione e i metalli pesanti entrano nella catena alimentare, accumulandosi in alimenti come pesci di grossa taglia, riso, cereali e ortaggi e determinando alterazioni della qualità delle cellule riproduttive maschili e femminili.

Una dieta ricca di antiossidanti, vitamine, acidi grassi omega 3 e minerali può contribuire a contrastare lo stress ossidativo e a proteggere gli ovociti e gli spermatozoi dai danni indotti dagli agenti inquinanti, mentre, un consumo elevato di zuccheri raffinati e grassi saturi è associato a ridotta qualità di ovociti e spermatozoi.

Per altre sostanze, come l’alcool e la caffeina, i dati a disposizione (seppur non totalmente esaustivi) dimostrano comunque, in caso di eccessivo uso, un aumento del tempo necessario per ottenere la gravidanza.

E pesticidi e antiparassitari? Sono sostanze con cui entriamo in contatto più spesso di quanto pensiamo?

Nell’uomo adulto, l’esposizione è correlata ad alterazioni del numero e della motilità degli spermatozoi mentre nella donna è responsabile di alterazioni del ciclo mestruale, dell’ovulazione, della fertilità e della menopausa.

Ci sono poi gli additivi e i preservanti presenti in moltissimi prodotti industriali: quali sono i principali, e dove li troviamo nella vita di tutti i giorni?

I principali sono:

  • PERFLUORATI (PFOS e PFOA): usati per la produzione di prodotti di consumo come isolanti, tappezzerie, tappeti, detersivi, presidi odontotecnici, tessuti tecnici, rivestimenti impermeabili ad olio e grassi per carta ad uso alimentare, antiaderenti delle padelle, schiume antincendio, vernici per pavimenti ed insetticidi.
  • FTALATI (DEHP): sostanze utilizzate per rendere flessibili le plastiche a base di PVC utilizzate nella produzione dei materiali di imballaggio, nei giocattoli per l’infanzia e nei dispositivi medici quali i tubi e le sacche per trasfusione.
  • BISFENOLO A: un composto utilizzato nella produzione di plastiche e dei suoi derivati, di prodotti per bambini, bottiglie, attrezzature sportive, dispositivi medici, lenti per gli occhiali, elettrodomestici, caschi di protezione. Le resine che contengono Bisfenolo A sono invece utilizzate come rivestimento interno nella maggior parte delle lattine per alimenti e bevande.

Tutte queste sostanze hanno un impatto negativo sulla salute riproduttiva, sulla la qualità dello sperma, ma anche sullo sviluppo embrionale e sui risultati riproduttivi complessivi.

Cosa si può fare concretamente per ridurre questi rischi, iniziando già in giovane età?

Ormai da anni l’Unione Europea ha emanato una serie di provvedimenti atti a monitorare e gestire la presenza di interferenti endocrini nell’ambiente per garantire la salute pubblica.

Ogni individuo dovrebbe adottare uno stile di vita corretto con una dieta sana, svolgendo attività fisica ed evitando il fumo di sigaretta e il consumo di alcol.