Social freezing e transizione demografica: l’esperienza della Regione Puglia

Sempre meno nascite, mamme sempre più tardi: è la fotografia dell’Italia degli ultimi decenni. Il nostro è un Paese in cui la fecondità è ormai scesa a 1,14 figli per donna e l’età media in cui si diventa mamma è di 31,9 anni (dati ISTAT 2025). La denatalità non è più solo un dato statistico ma è diventata una sfida demografica, economica e culturale.

In questo scenario il “social freezing”, cioè la crioconservazione degli ovociti come scelta di vita, non come necessità medica, è una opportunità sempre più considerata da un numero sempre crescente di donne.

La Puglia ha intrapreso un percorso specifico, pionieristico: è la prima regione in Italia a cofinanziare la preservazione della fertilità per motivi sociali per le donne tra i 27 e i 37 anni con ISEE inferiore a 30.000 euro. Attualmente, infatti, la crioconservazione degli ovociti è garantita dal servizio sanitario nazionale solo in caso di patologia oncologica.

Abbiamo approfondito questi aspetti con il Professor Giuseppe D’Amato, MD PhD Chief of Unit of Reproductive Medicine and IVF, ASL Bari PTA F. Jaja, Conversano (BA) Reproductive Risk Department, ASL BA, le radici e le implicazioni di questa iniziativa.

Professor D’Amato, la Puglia ha recentemente introdotto un provvedimento innovativo sul cosiddetto “social freezing”. Di cosa si tratta esattamente e qual è l’obiettivo?

L’esperienza pugliese nasce in un contesto storico che ha portato la regione a essere la prima in Italia a cofinanziare la possibilità, per donne tra i 27 e i 37 anni con un ISEE inferiore a 30.000 euro, di conservare i propri ovociti per fini sociali e non solo strettamente medici. È importante sottolineare che questa iniziativa ha un fine anche socio-economico. Stiamo affrontando quella che definiamo “transizione demografica”, un concetto che affonda le radici nel pensiero di grandi economisti come Malthus, David Ricardo o, più recentemente, Piero Sraffa. L’obiettivo è offrire uno strumento concreto in un’epoca in cui la capacità di espansione demografica tende a ridursi di pari passo con la crescita del livello culturale e socio-economico.

Lei ha accennato a una “transizione demografica”. Quali sono i dati che dovrebbero farci riflettere sulla situazione attuale?

Negli anni Settanta, Paul Ehrlich aveva teorizzato i rischi di una crescita incontrollata della popolazione mondiale. Ma oggi, nella parte più emancipata del pianeta, il problema è esattamente opposto: stiamo assistendo a quello che possiamo definire una “depopulation bomb”.

Tra i Paesi che hanno affrontato in questi anni un declino riproduttivo sempre maggiore, l’Italia si colloca al sedicesimo posto nelle serie storiche e ci sono Paesi che perdono continuamente e progressivamente abitanti, quindi occasioni di crescita culturale, sociale, economica, produttiva.

Questo fenomeno non è nuovo: era già stato anticipato dal Club di Roma, che negli anni Settanta aveva identificato il 2030 come l’anno critico in cui la specie umana avrebbe faticato a trovare un equilibrio con il contesto ambientale. Quello che stiamo vivendo oggi è, in fondo, una declinazione di quel principio di decrescita progressiva.

Cosa significa tutto questo per l’Italia?

Dobbiamo tenere presente due elementi. Il primo è che abbiamo bisogno non solo di più bambini, ma anche di più donne. Già dalla fine degli anni Ottanta, con la riduzione progressiva dell’effetto del “baby boom”, la quota delle donne nate in quegli anni è andata diminuendo. Oggi siamo arrivati ad avere bisogno di donne per poter avere questi bambini. Quindi non basta più dire “maybe babies” — io suggerisco anche “maybe ladies”.

Un secondo aspetto riguarda specificamente il Sud Italia: molti giovani decidono di condurre l’esperienza della propria vita in un’altra parte del mondo, e si assiste a una continua migrazione dai sud verso i nord — dal Sud Italia verso il Nord Italia, da lì verso il Nord Europa, e da lì verso gli Stati Uniti, ancora percepiti come la terra dove tutto è possibile. Questo impoverimento demografico interno si somma alla denatalità e rende il quadro ancora più complesso. In questo quadro, anche la scienza deve cercare di creare nuovi equilibri.

Come si è arrivati a proporre il social freezing? Qual è stato il punto di partenza in Puglia?

La capacità di crioconservare gli ovociti l’abbiamo mutuata dall’oncofertility, cioè dalla possibilità di preservare la fertilità nelle donne che affrontano una patologia oncologica. In Puglia, l’Unità Operativa Complessa di Conversano è diventata un punto di riferimento centrale in questo ambito, non solo a livello regionale. Siamo arrivati, per esempio, alla prima gravidanza in un caso di tumore della mammella incluso nel protocollo POSITIVE — che prevede di non attendere cinque anni dopo le cure, ma solo tre — grazie alla collaborazione con il professor Fedro Peccatori.

Da questa esperienza il passo successivo è arrivato naturalmente: se siamo in grado di crioconservare gli ovociti per ragioni mediche, perché non offrire questa possibilità anche a donne sane che vogliono preservare la propria fertilità per scelta?

Come è nata concretamente la legge regionale pugliese?

Il percorso è iniziato prima della legge, nel 2024. Quando la fecondazione in vitro (IVF) era ancora un’extra-LEA, in Puglia applicavamo una tariffa che risultava molto favorevole per le pazienti. Ci siamo resi conto che quella stessa tariffa poteva essere utilizzata per avviare un ambulatorio dedicato alla preservazione dei gameti femminili a fini sociali, e lo abbiamo aperto all’interno dell’Azienda Sanitaria di Bari.

Successivamente, quando la IVF è entrata nei LEA, ho avviato un percorso per capire se fosse possibile continuare questo programma con una base legislativa solida. Ho trovato riscontri favorevoli nella scorsa legislatura, e sottolineo che sia la maggioranza sia l’opposizione hanno votato questa proposta.

L’emendamento è stato inserito nella finanziaria di fine 2024, con un investimento di un milione di euro diviso in tre tranche annuali, distribuite tra le sei Aziende Sanitarie Locali pugliesi. Il programma è diventato operativo nel 2025 e il nuovo bando per il 2026 è già stato pubblicato.

L’impatto è andato ben oltre le aspettative anche al di fuori del territorio nazionale, tanto che abbiamo ricevuto anche la visita di un’équipe televisiva scandinava, venuta a documentare questo sforzo.

Chi può accedere al programma e come si presenta la domanda?

I requisiti per accedere al programma sono due: avere un’età compresa tra i 27 e i 37 anni e un ISEE non superiore a 30.000 euro.

Le donne interessate presentano una domanda tramite un modulo specifico, vengono inserite in una graduatoria e accedono al trattamento secondo l’ordine di lista.

Il programma non riguarda solo la preservazione a fini sociali: continuiamo naturalmente a trattare anche le pazienti oncologiche e quelle con patologie benigne che richiedono la preservazione della fertilità.

Esiste il rischio che questa tecnologia venga percepita come una garanzia assoluta di maternità futura? Cosa dice la scienza a riguardo?

È un punto fondamentale. Bisogna prestare attenzione al trend del cosiddetto “Forever Fertile”: la convinzione di molte pazienti di poter cercare una gravidanza in qualunque fase della vita, senza tenere conto dei rischi ostetrici e organici che questo comporta. I dati del registro europeo della fecondazione in vitro mostrano che la quota di pazienti con 40 anni o più si va affermando progressivamente. È uno sforzo culturale che dobbiamo fare tutti per uscire da una visione approssimativa del ruolo della scienza, che soccorre le donne ma non può sostituire la biologia.

Infatti, tecnicamente, per avere una ragionevole probabilità di successo e una quota efficiente di embrioni dopo lo scongelamento, occorre prelevare un numero elevato di ovociti, indicativamente tra i 12 e i 15. La medicina della riproduzione non è una soluzione magica, ma un supporto che richiede consapevolezza e una corretta informazione scientifica.

Qual è il ruolo del medico in questo scenario?

I clinici hanno nelle proprie mani la responsabilità di dettare il ritmo della condotta migliore nell’approccio alla riproduzione. Il medico diventa, in un certo senso, un pacemaker. Dobbiamo scegliere se adottare un “tempo lento” — dicendo “va tutto bene, sei ancora giovane, aspettiamo” — oppure incutere un ritmo più appropriato alla situazione.

Questo non riguarda solo i medici: sempre più, in tutta Europa, sono i governi e i parlamenti nazionali a rendersi conto della problematica e a muoversi di conseguenza. La Puglia, in questo senso, ha aperto una strada.

Un messaggio conclusivo per le donne e per chi si occupa di politiche sanitarie?

Dobbiamo condurre un approccio socioeconomico favorevole e aperto a una discussione alta e nobile sul destino non solo riproduttivo, ma anche socioculturale che vogliamo trasferire alle giovani generazioni.

La denatalità non è solo un problema medico: è una questione che riguarda il rispetto che una società dimostra verso i propri giovani e verso il futuro che vuole costruire.

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