Tag: fecondazione eterologa

Quando deve avvenire il transfer degli embrioni, in terza o in quinta/sesta giornata dalla fecondazione?

Una volta effettuata la tecnica di fecondazione in vitro più appropriata per la coppia, l’embriologo osserva meticolosamente lo sviluppo degli embrioni che ne derivano. La valutazione della qualità degli embrioni ottenuti viene eseguita quotidianamente così da selezionare il o gli embrioni migliori da trasferire nella cavità uterina della donna. Ad oggi, il transfer viene eseguito per lo più in terza (D3) o in quinta/sesta giornata (D5/D6) dal prelievo ovocitario. In D3 l’embrione ottimale è allo stadio di 6/8 cellule, in D5/D6 si trova ad uno stadio di sviluppo più avanzato, detto blastocisti. Se per una coppia si hanno molti embrioni a disposizione, la coltura in vitro prolungata a blastocisti ha il vantaggio di selezionare in laboratorio gli embrioni più “forti” che riescono a raggiungere tale stadio di maturazione (non tutti gli embrioni ne sono capaci) e quindi trasferirli in utero ed eventualmente congelare i sovrannumerari.

Fisiologicamente, in quinta/sesta giornata l’embrione ha già percorso la tuba dove è avvenuto l’incontro tra spermatozoo e ovulo, e si trova allo stadio di blastocisti all’interno della cavità uterina, dove avverrà l’annidamento. È dunque ragionevole pensare che il risultato migliore, in seguito ad un ciclo di fecondazione assistita, si ottenga in seguito al transfer effettuato in D5/D6, in quanto si cerca di mimare ciò che avviene in natura. In realtà vi sono delle situazioni in cui è preferibile il transfer in D3 e dei casi in cui è preferibile il transfer in D5/D6.

Il transfer in D3 viene privilegiato nel caso in cui la paziente sia giovane (<35 anni) ed al primo ciclo di fecondazione assistita, in quanto la coltura in vitro fino alla quinta/sesta giornata potrebbe non portare allo sviluppo di blastocisti e ciò comporterebbe un annullamento del transfer, con conseguente insoddisfazione della coppia. Risulta inoltre più favorevole il transfer in D3 nel caso in cui vi siano pochi embrioni disponibili per la coppia, percui risulterebbe inutile la selezione a blastocisti.

D’altro canto, il transfer in D5/D6 viene preferito per migliorare la selezione degli embrioni da trasferire alle coppie che hanno vissuto ripetuti fallimenti di cicli di fecondazione in vitro, gravidanze biochimiche o aborti in seguito a IVF, e per le coppie per cui sono disponibili molti embrioni di ottima qualità in D3 percui risulta difficile, se non impossibile, scegliere solo dal punto di vista osservazionale il o gli embrioni migliori da trasferire. Il transfer in D5/D6 è preferibile anche per le donne che hanno ricorso all’ovodonazione in quanto gli embrioni derivano da ovociti di donne giovani e quindi con buone probabilità di dare gravidanza. Consente inoltre di trasferire un unico embrione evitando così il rischio di gravidanze plurime. Infine, quando una coppia decide di sottoporre i suoi embrioni alla diagnosi genetica preimpianto (PGD/PGS), ciascun embrione viene privato di 1 o 2 cellule in D3 per l’indagine genetica. I risultati genetici si ottengono dopo circa 48 ore, quindi si attende lo sviluppo in vitro a blastocisti, e si trasferiscono solamente quelle geneticamente “sane”.

Dott.ssa Stefania Luppi

Che cosa si intende per fecondazione eterologa?

Per fecondazione eterologa si intende una tecnica di procreazione medicalmente assistita con l’utilizzo di ovociti o seme di donatore. La legge 40 del 2004 che regola in Italia la fecondazione in vitro, fino a qualche tempo fa vietava tale pratica. Grazie a una sentenza della Corte Costituzionale del 9 aprile 2014, è stata dichiarata l’incostituzionalità del divieto. Dunque da quasi due anni tale procedura può essere effettuata anche in Italia.

Requisito fondamentale è la scelta dei donatori maschio e/o femmina, sulla base di rigorosi criteri emanati dalla linee guida del ministero della Sanità nel luglio 2016. La procedura è e deve essere totalmente anonima e prevede tre possibile tecniche: inseminazione semplice con seme di donatore, fecondazione in vitro con seme di donatore o ovociti di donatrice.

Dott. Fulvio Cappiello

La Consulta ammette a eterologa e diagnosi preimpianto coppie fertili, portatrici sane di malattie genetiche. Ora bisogna reperire i donatori 

 

Maggio ha segnato un punto di svolta fondamentale nella vicenda tormentata della Legge 40/2004. L’abolizione del divieto di accesso alla fecondazione eterologa per le coppie fertili, ma portatrici sane di una malattia genetica. La Consulta si è finalmente pronunciata per il sì alla procedura di PMA eterologa per queste coppie il 15 maggio scorso, dopo una serie di rinvii che avevano messo a dura prova le speranze delle molte coppie italiane che avevano presentato ricorso contro una norma definita incostituzionale.

È una vittoria che va ascritta alla perseveranza di queste famiglie e all’appoggio incondizionato di più associazioni che da tempo le sostengono, a iniziare dall’Associazione Luca Coscioni e dall’Avvocato Filomena Gallo, sempre in prima linea, ma senza dimenticare altri, come Amica Cicogna, Parent Project, HERA. L’abolizione del divieto apre quindi le porte alla diagnosi preimpianto dell’embrione, che minimizzerà il rischio di aborto, sia spontaneo, sia richiesto (IVG, interruzione volontaria di gravidanza) proprio per il manifestarsi di una malattia genetica non compatibile con la vita del nuovo essere umano, o comunque destinata a procurargli gravi patologie.

Commenta su “Il Quotidiano Giuridico” Antonio Vallini, professore associato di Diritto Penale delll’Università di Firenze: «La decisione della Corte Costituzionale trae senso da un lungo percorso dottrinale e giurisprudenziale (…). Se si consente, come fa nel nostro ordinamento, la Legge 194/78, il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) nel caso in cui si riscontrino gravi malattie del feto destinate ad avere ripercussioni sul benessere psico-fisico della madre, è evidentemente insensato vietare, al contempo, la selezione e diagnosi preimpianto (PGD), quand’esse possano prevenire i medesimi problemi in una fase ancor più anticipata e con minori rischi per la salute della donna».

Vallini prosegue sottolineando che «un tale divieto, infatti, non tutelerebbe il concepito (vista la possibilità, comunque, di abortire) e invece impedirebbe alla donna di ricorrere, tra più interventi funzionalmente corrispondenti, a quello meno invasivo e meno rischioso. Con violazione, dunque, degli artt. 3 e 32 della Costituzione». Tra l’altro, ribadisce Vallino, la stessa Legge 40/2004 «non delinea in alcun dove, esplicitamente, un divieto di PGD (diagnosi preimpianto)». Il ministero della Salute, dal canto suo, ha già dichiarato che darà “piena attuazione” a quanto deciso dalla Consulta, non appena saranno depositate le motivazioni della sentenza «eventualmente integrando il testo delle nuove linee-guida appena approvate dal Consiglio Superiore di Sanità».

Via libera, dunque, alla PMA con fecondazione eterologa anche alle coppie finora escluse. Nel frattempo, le Regioni aggiornano le proprie delibere in materia di PMA in generale. Laddove il Tar del Veneto ha deciso, il 9 maggio, di abolire il limite d’età a 43 anni per la donna che vuole ricorrere all’eterologa in Centri Pubblici, la Provincia di Bolzano mantiene tale vincolo di età e, con 60 coppie già pronte per sottoporsi alla procedura nel Centro pubblico di Brunico, attende la delibera conclusiva da parte della Giunta Provinciale, che dovrebbe arrivare entro giugno. La fecondazione eterologa aumenta le possibilità di successo della PMA, portandole a oltre il 50%, ma resta l’ostacolo, non da poco, del reperimento di gameti (ovociti o seme).

La Toscana li acquista all’estero. Anche il Friuli Venezia Giulia ha stabilito che, a partire da settembre, sarà possibile utilizzare gameti provenienti dall’estero, per i quali si prevede un rimborso ai donatori, ciò che la Legge 40/2004 vieta, nonostante che, per completare l’intero iter, i donatori debbano necessariamente assentarsi dal lavoro. Infatti la donazione è preceduta da colloqui e valutazioni preliminari e, per la donna, da iperstimolazione ovarica. A debita distanza di tempo si procede al prelievo degli ovociti in sedazione: una procedura decisamente più complessa rispetto a quella maschile. Inoltre, nel caso di donazione di ovociti, i limiti di età sono stringenti: dai 20 ai 35 anni (18-40 per gli uomini).

Tra l’altro, bisogna sempre ricordare che non basta un solo ovocita per procedere a un’eterologa: in genere ne occorrono circa dieci per ciascun tentativo. Ecco perché i costi relativi alla sola disponibilità di ovociti sono calcolati per ogni procedura tra i 4 e i 5mila euro (500 euro per ovocita). Occorre quindi da un lato sensibilizzare la popolazione al tema della donazione di gameti, sia maschili, sia soprattutto femminili, ma anche rendere pienamente operativo un Registro nazionale dei donatori e, contemporaneamente, proporre il tema non secondario del compenso per chi dona. Un’alternativa può intanto essere l’egg-sharing, vale a dire la compartecipazione di ovociti sovrannumerari, messi a disposizione (in modo anonimo) da donne che stanno affrontando un percorso di PMA e che perciò, essendosi sottoposte a iperstimolazione ovarica, possono decidere liberamente di far dono degli ovociti non utilizzati.

 

 

Dopo 10 anni dall’entrata in vigore della Legge 40, sono nati in Italia i primi due bambini con la fecondazione assistita eterologa.

 

Dopo 15 anni di tentativi, una donna di 47 anni è riuscita a diventare madre grazie alla donazione di ovociti di una donatrice.
La notizia è stata data dal ginecologo Pasquale Bilotta della clinica Alma Res Fertility in cui sono nati i bambini. Ed è potuto avvenire solo grazie alla sentenza dell’anno scorso che ha reso possibile questa tecnica.

“La fertilità della donna era risultata del tutto compromessa oltre che dall’età, anche da una riserva ovarica (produzione di ovociti) drasticamente ed irrimediabilmente danneggiata da una patologia a carico delle ovaie, l’endometriosi, responsabile del 45% dei casi di infertilità femminile“, spiega il ginecologo che ha seguito la coppia.
Per la fecondazione eterologa è stato usato il seme del marito mentre per scegliere la donatrice sono state verificate alcune compatibilità come il gruppo del sangue o per caratteristiche come il colore degli occhi, dei capelli, etc. Dopo la fecondazione, i due embrioni sono stati fatti sviluppare fino al quinto giorno in un incubatore per poi essere trasferiti nell’utero della madre.
Il parto è avvenuto alla trentaseiesima settimana mediante taglio cesareo e, come ha spiegato Bilotta, “i bambini e la mamma sono in perfetta salute”.

“Ottima la notizia di queste prime nascite da fecondazione eterologa. Già con loro, lo scorso luglio, condividemmo la gioia dei primi test positivi di gravidanza“. Così Filomena Gallo, segretario dell’Associazione Luca Coscioni: “Mi auguro – aggiunge Gallo – che su questa bella notizia non si scatenino sterili polemiche, ma tutti esprimano gioia per la nascita di questi gemelli. Ricordo quanto ha scritto la Consulta nella sentenza di cancellazione del divieto di fecondazione eterologa dello scorso aprile: Deve anzitutto essere ribadito che la scelta di tale coppia diventare genitori e di formare una famiglia che abbia anche dei figli costituisce espressione della fondamentale e generale libertà di autodeterminarsi, libertà che, come questa Corte ha affermato, sia pure ad altri fini ed in un ambito diverso, è riconducibile agli articoli 2, 3 e 31 della Costituzione”.
Questa decisione “ha significato: libertà, rispetto della Costituzione, nuova vita. Tutte questioni inoppugnabili, che tutti dovrebbero plaudire ed incentivare. Pertanto mi auguro che quanto prima siano rimossi tutti gli ostacoli per le donazioni e l’accesso alle tecniche nel pubblico e che il Parlamento cancelli gli ultimi divieti”, conclude Gallo.

Sottoposta a referendum, la legge 40 è stata “smontata” pezzo per pezzo nelle aule di tribunale, per ben 33 volte passando dalla Corte Costituzionale fino alla Corte Europea dei Diritti di Strasburgo.
Ad Aprile un’ulteriore novità è attesa: la Corte Costituzionale dovrà pronunciarsi sul divieto di diagnosi preimpianto per le coppie fertili con patologie genetiche trasmissibili ai figli.