I contraccettivi incidono sulla fertilità? Alcuni ricercatori hanno indagato e hanno pubblicato i risultati del loro studio sul British Medical Journal, una delle più prestigiose riviste scientifiche internazionali.
Le donne che fanno uso di contraccettivi possono dover attendere fino a 8 mesi prima che la propria fertilità torni come prima dell’assunzione di tali farmaci. Alcuni ricercatori americani e danesi hanno misurato i tempi di ritorno alla fertilità dopo l’uso di alcuni metodi contraccettivi. Essi hanno scoperto che il tempo necessario è dipeso dal metodo usato. Il ritorno della fertilità non era legato alla durata del periodo di assunzione. In passato sono già stati fatti studi sulla durata dell’infertilità causata dai contraccettivi orali. I risultati furono che il ritardo era di circa due o tre mesi.
I metodi contraccettivi: i dati nel mondo
Nel mondo, circa il 22% delle donne in età fertile hanno utilizzato la contraccezione ormonale nel 2019. I preservativi e i contraccettivi orali sono i metodi più utilizzati in Nord America e in Europa ma i metodi LARC (long-acting reversible contraceptive), come ad esempio i dispositivi intrauterini, gli impianti, i patch e i contraccettivi iniettabili, stanno diventando sempre più popolari a livello mondiale.
Lo studio
Un team di ricercatori della Boston University School of Public Health guidato da Jennifer Yland, in collaborazione con la Aarhus University danese, ha lavorato ad un progetto di ricerca per valutare la relazione tra l’assunzione di contraccettivi prima della gravidanza e la successiva probabilità di concepire un figlio, una volta sospesa l’assunzione.
I ricercatori hanno accorpato i dati di tre studi condotti su un campione complessivo di 18.000 donne danesi e americane che avevano pianificato una gravidanza tra il 2007 e il 2019. Le donne hanno compilato dei questionari a inizio studio e poi ogni due mesi per un massimo di 12 o finchè non ha avuto inizio la gravidanza. Complessivamente, sono stati registrati e osservati 66.769 cicli mestruali e 10.729 gravidanze.
I risultati
Dai risultati emerge che le donne che utilizzavano contraccettivi orali, gli anelli vaginali o alcuni metodi reversibili hanno riscontrato il periodo più breve di ritorno alla fertilità: 2 o 3 cicli. Un tempo intermedio l’ha registrato chi utilizzava dispositivi intrauterini e impianti (4 cicli). Le donne, invece, che usavano contraccettivi iniettabili hanno riscontrato il tempo maggiore: da 5 a 8 cicli.
Gli anticoncezionali più comunemente usati sono i contraccettivi orali (38%), seguiti da preservativi, diaframma e spugna (31%). Il 15% del campione ha praticato la contraccezione naturale (astinenza o rapporti evitando i giorni fertili). All’ultimo posto, i dispositivi intrauterini come le spirali.
Oltre la metà delle donne (56%) è rimasta incinta entro 6 cicli mestruali, complessivamente il 77% entro 12 cicli.
I contraccettivi, quindi, incidono sulla fertilità? Non vanno tratte conclusioni affrettate ma anche questo studio mette in evidenza che il ritorno alla normale fertilità varia in modo sostanziale a seconda del metodo contraccettivo usato.
Fonte: Jennifer J Yland et al, Pregravid contraceptive use and fecundability: prospective cohort study, BMJ (2020). DOI: 10.1136/bmj.m3966
Dal baby boom al baby flop: Fondazione Onda, Osservatorio Nazionale sulla salute della donna e di genere, e Farmindustria hanno presentato il Libro Bianco “La salute della donna – La sfida della denatalità”, giunto alla settima edizione.
La voce degli esperti
La voce degli esperti sembra essere unanime: “In poco più di 50 anni siamo passati dal baby boom degli anni ’60 al baby flop dei nostri giorni”, commentano alcuni, altri parlano di “inverno demografico”. In effetti, nel nostro Paese la popolazione continua a invecchiare e si fanno sempre meno figli. Di conseguenza, si sta ridisegnando anche l’idea stessa di famiglia: tre quinti dei bambini non avranno fratelli, cugini e zii; solo genitori, nonni e bisnonni.
I dati ISTAT
Secondo i dati ISTAT, nel 2019 in Italia le nascite risultano decisamente inferiori ai decessi: sono 435 mila i nuovi nati contro 647 mila deceduti, con un nuovo record negativo, –4,5% rispetto al 2018. Inoltre, a causa dell’emergenza sanitaria Covid-19 le nascite potrebbero calare ulteriormente di oltre 10 mila unità.
Al 1° gennaio 2020, l’Istat stima che la popolazione italiana sia di circa 60 milioni, 116 mila in meno rispetto all’anno precedente. Le nascite risultano decisamente inferiori ai decessi. Infatti, sono 435 mila contro 647 mila, dato che segna un nuovo record negativo (-4,5%) con una diminuzione di 20 mila unità rispetto all’anno precedente. “Inverno demografico”, come lo definiscono alcuni sociologi; la popolazione continua a invecchiare e fa sempre meno figli. Questo vuol dire che si sta ridisegnando l’idea di famiglia: tre quinti dei bambini non avranno fratelli, cugini e zii; solo genitori, nonni e bisnonni.
Il Libro Bianco di Fondazione Onda
Questi sono alcuni degli aspetti evidenziati nel Libro bianco “La salute della donna – La sfida della denatalità”, realizzato da Fondazione Onda, Osservatorio Nazionale sulla salute della donna e di genere, grazie al supporto di Farmindustria. “Questa settima edizione del Libro Bianco è dedicata alla denatalità, una delle più importanti e urgenti sfide che il nostro Paese deve affrontare, resa ancora più complessa dal Covid-19”, commentaFrancesca Merzagora, Presidente Fondazione Onda.
Nuovo record di minor numero di nati
Già oggi, per 100 bambini di età inferiore ai 15 anni ci sono 161 over 64 e tra vent’anni il rapporto sarà di 100 a 265. L’Italia è il secondo Paese più vecchio al mondo. Aumenta poi l’età media delle madri al parto: 32 anni. Il numero di figli per donna (il tasso di fecondità), invece, rimane costante, pari a 1,29. Il numero di figli desiderato è due, ciò evidenzia un significativo divario tra quanto si vorrebbe e quanto si riesce a realizzare. Infatti, ben il 46% degli Italiani che desidera una famiglia vorrebbe due figli, il 21,9% tre o più, mentre solo il 5,5% vorrebbe avere solo un figlio.
“Purtroppo”, afferma Gian Carlo Blangiardo, Presidente ISTAT, “il 2019 ha messo in luce, per il settimo anno consecutivo, un nuovo superamento, al ribasso, del record di minor numero di nati mai registrato: si tratta del più basso livello di ricambio naturale mai espresso dal Paese dal 1918. La natalità italiana, già bassa, potrebbe subire un calo ulteriore a causa di Covid-19. Una recente simulazione ha infatti evidenziato un calo delle nascite nell’ordine superiore alle 10 mila unità”.
Dal baby boom al baby flop
“L’Italia è tra i paesi che fa meno figli al mondo, meno anche rispetto agli anni della Prima e Seconda guerra mondiale”, sottolinea Fabio Mosca, Presidente Società Italiana di Neonatologia. “In poco più di 50 anni siamo passati dal baby boom degli anni ’60 al baby flop dei nostri giorni. Una questione non solo demografica, ma principalmente sociale ed economica causata dalla mancanza di politiche organiche e continuative di sostegno alla famiglia e alle donne-madri, per anni sottovalutata. Con il Family Act del 2020 è stato finalmente compiuto il primo passo concreto per sostenere la genitorialità e mettere la famiglia al centro del futuro del nostro Paese”.
Come conciliare famiglia e lavoro?
L’effetto più negativo del calo delle nascite sulla società italiana non è tanto la diminuzione della popolazione complessiva quanto il suo progressivo invecchiamento. Ciò produce una quota insufficiente di nuovi lavoratori. Inoltre, sono circa 10 milioni le donne costrette a rinunciare al lavoro o che perdono il lavoro a causa di problematiche di conciliazione famiglia-lavoro. Non a caso l’Italia figura tra gli ultimi Paesi europei per numero di donne occupate.
“Le donne sono scoraggiate”, continua Mosca, “perché è difficile conciliare i tempi di vita e lavoro e per questo talvolta rinunciano ad allattare e spesso ad avere un secondo figlio. La scelta di avere uno o più figli non dipende solo dalla condizione economica ma principalmente dal livello di benessere, cioè dalla qualità della vita. Ormai è un dato di fatto: a bassi tassi di occupazione femminile corrispondono bassi tassi di fecondità”. In Italia, infatti, solo il 48,9% delle donne in età fertile lavora, contro una media del 62,4% dell’Unione europea.
Pari opportunità
Nell’ambito delle pari opportunità le imprese del farmaco rappresentano una best practice. Il 42% dei lavoratori è rappresentato da donne, una netta maggioranza rispetto al 29% negli altri settori dell’industria. Spesso, le donne rivestono ruoli importanti: sono il 40% dei dirigenti e quadri, mentre negli altri settori non superano il 17%. Nell’area della ricerca, poi, sono la maggioranza, con il 52% degli addetti. Inoltre, le aziende del settore farmaceutico, ispirandosi al concetto di sviluppo sostenibile, hanno introdotto diverse pratiche di welfare. Un’attenzione particolare viene dedicata alla conciliazione vita-lavoro e al benessere dei dipendenti e dei loro familiari.
“La forte presenza femminile e la forte attenzione alle persone fanno sì che da anni nelle imprese del farmaco le pari opportunità siano una realtà”, conclude Massimo Scaccabarozzi, Presidente Farmindustria. “Dati Istat mostrano che la farmaceutica è il settore con la più alta quota di imprese che adottano misure concrete per pari opportunità, diversity, inclusion, conciliazione vita-lavoro e sostegno della genitorialità. Grazie a questo il settore ha una produttività più alta del totale dell’economia che si accompagna a un maggiore numero di figli rispetto alla media nazionale”.
Dal baby boom al baby flop, dunque: la tendenza della denatalità in Italia sembra proprio lontana da un’inversione di tendenza.
Malattie autoimmuni e maternità: prende il via il 1° settembre #anchiomammaTALK, un ciclo di 8 incontri online con medici specialisti e rappresentanti dei pazienti. L’appuntamento è sul profilo Facebook di #anchiomamma
Un programma ricco di approfondimenti
Gli argomenti da approfondire sono molti: l’impatto delle patologie sulla fertilità, il counseling, la gestione della terapia in gravidanza, la sessualità, la procreazione medicalmente assistita. Gli incontri daranno voce alle pazienti e ad autorevoli esperti su ciò che è importante sapere per chi ha una malattia autoimmune e desidera un figlio. Inoltre, si farà il punto sulla medicina di genere nelle malattie autoimmuni e su come la telemedicina può essere di supporto a chi convive con le patologie croniche autoimmuni, reumatologiche e dermatologiche.
Le malattie autoimmuni colpiscono frequentemente le donne in età fertile, quando si fanno progetti per il futuro. Talvolta influenzano negativamente il desiderio di creare una propria famiglia fino a condizionare la vita di coppia. Le pazienti temono che l’andamento ciclico della patologia o la terapia farmacologica possano danneggiare il nascituro, che il figlio possa “ereditare” la patologia, che la gravidanza possa interrompere una fase di remissione duratura e che lo stato di salute non permetta di accudire il bambino e di accompagnarlo nella crescita.
Fino a non molto tempo fa, la gravidanza era fortemente sconsigliata. Oggi, invece, diventare mamma con una malattia autoimmune reumatologica o dermatologica è un sogno realizzabile. I medici dispongono di opzioni terapeutiche con un alto profilo di sicurezza ed efficacia, che possono essere usate in gravidanza senza rischi per il feto. Sotto la guida degli specialisti, quindi, è possibile programmare una gravidanza, gestendo la malattia autoimmune.
Il progetto #anchiomamma
#anchiomamma è un progetto di informazione nato per sostenere le donne che vivono con una malattia autoimmune, reumatologica o dermatologica, che desiderano diventare mamma. L’obiettivo è informare in modo corretto, chiaro e completo le donne che si ammalano in età fertile, affinché nessuna rinunci al proprio sogno di diventare mamma.
È promosso dalle associazioni di pazienti ANMAR (Associazione Nazionale Malati Reumatici Onlus), APIAFCO (Associazione Psoriasici Italiani Amici della Fondazione Corazza) e APMARR (Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare), con il supporto non condizionato di UCB Pharma S.p.A. e di IBSA Farmaceutici Italia S.r.l.
Un board scientifico composto da medici specialisti (reumatologi, dermatologi, ginecologi) garantisce la correttezza dei contenuti.
La salute della tiroide e la fertilità sono strettamente correlate. I disturbi della tiroide, infatti, se non curati, possono interferire con la fertilità, sia nella donna sia nell’uomo. In Italia, il 10% della popolazione soffre di patologie della tiroide e l’1,5% delle donne soffre di ipotiroidisimo. Di queste il 2,3% ha problemi di fertilità.
Le malattie della tiroide sono strettamente correlate alla fertilità e possono portare non solo percentuali ridotte di concepimento ma anche aborti spontanei e, in alcuni casi, difficoltà di impianto nei trattamenti di procreazione medicalmente assistita.
I disturbi della tiroide e le loro conseguenze possono essere prevenuti. Molte persone si accorgono di avere un disturbo alla tiroide proprio quando cercano di avere un figlio e si imbattono nelle difficoltà di concepimento. Tra gli esami per approfondire le cause del ritardo nel concepimento c’è quello per verificare la quantità dell’ormone TSH nel sangue.
L’ormone TSH
Il TSH è un ormone prodotto dall’ipofisi, una ghiandola che si trova nel cranio e stimola la tiroide a produrre gli ormoni tiroidei. Gli ormoni tiroidei sono prevalentemente la tiroxina (T4) e la triiodiotironina (T3) e, a loro volta, regolano la produzione di TSH da parte dell’ipofisi. Questo ciclo è continuo e consente di mantenere costante il livello di ormoni tiroidei nel sangue. Infatti, in condizioni normali, se la concentrazione di ormoni tiroidei nel sangue tende a ridursi, l’ipofisi aumenta la produzione di TSH. La tiroide risponde all’aumento del TSH nel sangue producendo più ormoni tiroidei per ristabilire l’equilibrio. Quando i livelli di ormoni tiroidei nel sangue diventano normali, l’ipofisi riduce la produzione di TSH.
Ipotiroidismo e ipertiroidismo
Se la tiroide non funziona correttamente, l’equilibrio descritto sopra si rompe.
Se i livelli di ormone TSH nel sangue sono troppo bassi significa che la tiroide funziona troppo e l’ipofisi troppo poco. Questo è il caso dell’ipertiroidismo, in cui i livelli dell’ormone TSH nel sangue diventano così bassi da non essere misurabili. Sintomi dell’ipertiroidismo possono essere: nervosismo, ansia, iperattività, perdita di peso, irregolarità del ciclo mestruale, battito cardiaco rapido o irregolare, disturbi del sonno.
Diversamente, se la tiroide non funziona a sufficienza i livelli di ormoni tiroidei diventano troppo bassi (ipotiroidismo) e l’ipofisi aumenta la produzione di TSH nel tentativo di stimolare la tiroide a produrre più ormoni. Nelle fasi iniziali, l’ipotiroidismo raramente provoca disturbi e i sintomi tendono a svilupparsi lentamente, perciò è difficile riconoscerli. Col passare del tempo, però, se non curato, l’ipotiroidismo può causare problemi di salute, tra i quali l’infertilità. I sintomi includono: fatica, aumento della sensibilità al freddo, stitichezza, pelle secca, aumento di peso, viso gonfio, ciclo mestruale irregolare, depressione, alterazioni della memoria, colesterolo alto.
Il test del TSH
Il test del TSH si effettua con un semplice prelievo ematico e consiste nella misurazione della quantità di TSH nel sangue. Oltre ad approfondire i problemi di sterilità nella donna, consente di valutare la funzionalità dell’ipofisi, scoprire disturbi della tiroide e monitorare l’efficacia delle terapie nelle persone con ipertiroidismo o ipotiroidismo, patologie che possono avere un impatto anche rilevante sulla fertilità.
Alimentazione e salute della tiroide
Una alimentazione corretta è fondamentale per la salute della tiroide e del nostro organismo in generale. La tiroide, per funzionare bene, ha bisogno di iodio: il fabbisogno giornaliero di un adulto è di 150microgrammi. Questo minerale si trova nel cibo, possiamo assumerlo a tavola.
Pesci, molluschi e crostacei sono gli alimenti con le concentrazioni più alte di iodio. Sarebbe preferibile mangiarli crudi, dato che durante la cottura il minerale si disperde, infatti il sushi è una vera e propria miniera di iodio. Anche le patate iodate ne sono una buona fonte. L’Istituto Superiore di Sanità raccomanda l’uso del sale iodato: 5 grammi al giorno bastano per far fronte alle necessità quotidiane.
Corriere.it – La Dieta per la Tiroide: dove si trova davvero lo iodio? – Articolo del 17 maggio 2020 a firma Eliana Liotta.
Alcune malattie autoimmuni interessano più frequentemente le donne in età fertile e possono influenzare, a volte fortemente, le scelte familiari e di coppia. A supporto dell’informazione su queste tematiche c’è un punto di riferimento in rete: il progetto #anchiomamma, che proprio in questi giorni compie un anno.
Il progetto #anchiomamma
Nato a maggio del 2019, #anchiomamma è un progetto di informazione per sostenere le donne che vivono con una malattia autoimmune, reumatologica o dermatologica, che desiderano diventare mamma.
L’obiettivo è dare informazioni corrette, chiare e complete, per permettere alle donne che si ammalano in età fertile di pianificare la propria vita familiare con consapevolezza, affinché nessuna rinunci al proprio sogno di diventare mamma.
È promosso dalle associazioni di pazienti ANMAR (Associazione Nazionale Malati Reumatici Onlus), APIAFCO (Associazione Psoriasici Italiani Amici della Fondazione Corazza) e APMARR (Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare), con il supporto non condizionato di UCB Pharma S.p.A. e di IBSA Farmaceutici Italia S.r.l.
Un board scientifico composto da medici specialisti (reumatologi, dermatologi, ginecologi) garantisce la correttezza dei contenuti.
Il sito www.anchiomamma.it e i profili social
Il sito www.anchiomamma.it è il cuore pulsante del progetto. I profili Facebook e Instagram danno visibilità ai contenuti, ne favoriscono la condivisione e incoraggiano l’interazione. Gli accessi al sito hanno raggiunto i 100.000 utenti e sui social si è creata una vera e propria community. Infatti, 3.000 persone ad oggi seguono i profili #anchiomamma e sono più di 340mila le interazioni generate nel corso di questo primo anno di attività.
Le novità del 2020
Inizialmente era focalizzato solo sulle malattie reumatologiche. Oggi #anchiomamma tratta anche due delle patologie infiammatorie croniche dermatologiche più diffuse: la psoriasi e l’artrite psoriasica. Oltre a una sezione dedicata ad approfondire la conoscenza delle patologie, sul sito si possono trovare contenuti su tutti gli aspetti del “diventare mamma” per le donne con malattie autoimmuni: la contraccezione, la gestazione, il parto l’allattamento, la fertilità e la procreazione medicalmente assistita.
Inoltre, ci sono due nuove sezioni interattive: “Chiedi all’Esperto” e Racconta la tua storia”. Nella prima, chi accede al sito ha la possibilità di mandare le proprie domande agli esperti che collaborano al progetto; nella seconda, si può partecipare attivamente, lasciando la propria testimonianza. L’augurio è di leggere presto le storie non solo delle donne con malattia autoimmune che desiderano un figlio o che l’hanno avuto, ma anche che dei loro partner, familiari, amiche, tutte figure importantissime, affetti preziosi e indispensabili nella vita di ognuno.
L’evento “Diventare mamma con una malattia autoimmune”
Si può diventare mamma con una malattia autoimmune? Quali sono i maggiori ostacoli da affrontare dalla pianificazione della gravidanza alla gestione quotidiana dei figli? Come superarli?
«Diventare mamma con una malattia autoimmune» è l’evento organizzato da Corriere Salute durante il quale si parlerà di questi temi. È promosso da ANMAR, APIAFCO, APMARR, con il supporto di MediaForHealth e il contributo non condizionato di Ucb Pharma.
Parteciperanno Clara De Simone, U.O.C. di Dermatologia al Policlinico “A. Gemelli” IRCCS, Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma; Angela Tincani, U.O. Reumatologia e Immunologia Clinica della ASST Spedali Civili di Brescia, Università degli Studi di Brescia; Antonella Celano, Presidente APMARR (Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare); Valeria Corazza, Presidente APIAFCO (Associazione Psoriasici Italiani Amici della Fondazione Corazza); Silvia Tonolo, Presidente ANMAR (Associazione Nazionale Malati Reumatici).
L’incontro sarà moderato da Luigi Ripamonti, Responsabile editoriale di Corriere Salute.
#anchiomamma
Le tre Associazioni di pazienti, insieme, supportano #anchiomamma, un progetto di informazione su malattie immuni e maternità nato per sostenere le donne che vivono con una malattia infiammatoria cronica autoimmune reumatologica o dermatologica e desiderano diventare mamme.
La Prof.ssa Tincani e la Prof.ssa De Simone sono tra gli esperti che fanno parte del board scientifico di #anchiomamma, un gruppo di medici specialisti che garantiscono la correttezza dei contenuti presenti sul sito www.anchiomamma.it.
L’evento sarà anche occasione per presentare il progetto, a un anno dal lancio.
Le domande
È possibile sin d’ora proporre domande per i relatori inviandole all’indirizzo incontricorrieresalute@rcs.it . Verranno selezionate quelle che ricorreranno con maggior frequenza.
Pre maggiori informazioni sull’evento di Corriere Salute “Diventare mamma con una malattia autoimmune”: https://bit.ly/2NMa0fG
Per maggiori informazioni su #anchiomamma: www.anchiomamma.it
PMA e Covid-19: come dovrebbe cambiare l’approccio alla riproduzione assistita ai tempi del coronavirus? Stiamo combattendo una pandemia virale senza precedenti. L’ASRM (American Society for reproductive medicine) ha, a questo proposito, fornito a questo proposito precise raccomandazioni. Queste hanno come obiettivo la tutela della salute e della sicurezza dei pazienti, così come del personale. Si tratta di una guida che affronta una lacuna nelle attuali linee guida che riguardano la COVID-19, che menzionano solo indirettamente l’infertilità e il suo trattamento. Le coppie che stanno sottoponendosi a terapie di PMA non devono dunque sorprendersi se il loro centro di riferimento decide di assumere precauzioni anche importanti, è per il bene comune. Va sottolineato che la Società scientifica rivaluterà regolarmente queste raccomandazioni, con la speranza di riprendere al più presto l’inizio di un’assistenza completa per la fertilità.
PMA e Covid-19: le raccomandazioni durante l’epidemia di coronavirus
Le raccomandazioni generali valgono sempre. Quindi prima tra tutte, è valida l’indicazione ad attuare ogni necessaria azione per mitigare il rischio e per mantenere il distanziamento sociale. Anche i viaggi non essenziali, soprattutto nelle zone ad alto impatto, dovrebbero essere evitati quando possibile. La gestione attiva dei pazienti deve dunque seguire queste indicazioni.
In particolare, si consiglia di:
Sospendere l’inizio di nuovi cicli di trattamento, compresa l’induzione dell’ovulazione, le inseminazioni intrauterine (IUI), la fecondazione in vitro (FIV), compresi i prelievi e i trasferimenti di embrioni congelati, nonché la crioconservazione dei gameti non urgenti.
Prendere fortemente in considerazione l’annullamento di tutti i trasferimenti di embrioni, sia freschi che congelati. Al momento, infatti, vi è una scarsità di dati relativi all’impatto e al rischio potenziale di COVID-19 sulla gravidanza, sul feto e sul benessere del bambino. I cicli di donazione diretta di ovociti, in cui la donatrice ha iniziato la stimolazione ovarica, possono essere continuati e gli embrioni devono essere crioconservati per un uso futuro.
Continuare a prendersi cura dei pazienti che sono attualmente “in ciclo” o che richiedono una stimolazione e una crioconservazione urgenti.
Sospendete gli interventi chirurgici elettivi e le procedure diagnostiche non urgenti.
Ridurre al minimo le interazioni interpersonali e aumentare l’utilizzo della telesalute.
Infine, si consiglia di non sottoporre le pazienti con COVID-19 attivo a un trattamento di fertilità, a meno che non richiedano un’urgente conservazione della fertilità.
Le fake news sul concepimento sono innumerevoli e, mentre alcune di queste sono particolarmente fantasiose, altre possono sembrare più verosimili, o sono credenze popolari tanto radicate da aver influenzato generazioni di coppie. Il risultato è che queste possono formarsi opinioni errate e prendere decisioni basate su fondamenti scorretti. Ecco alcune delle fake news più diffuse.
La sterilità è un problema che riguarda prevalentemente le donne
La sterilità può colpire le donne quanto gli uomini. Si tratta di un problema che riguarda, complessivamente, circa il 15% delle coppie.
Alcune posizioni durante i rapporti aumentano la possibilità di concepire
Le posizioni durante i rapporti sessuali dovrebbero seguire la spontaneità del momento. Sebbene alcune potrebbero facilitare il contatto tra eiaculato e cervice, non esistono prove scientifiche a sostegno.
Le fasi lunari determinano il sesso del nascituro
Secondo questa ipotesi, se l’ovulazione cade nei giorni di luna piena, è molto probabile che nascerà una bambina. Se l’ovulazione invece cade in prossimità della luna nuova è favorita la nascita di un maschio. Si tratta di credenze popolari non basate su dati scientifici: secondo le attuali conoscenze, le fasi lunari non hanno influenza sul sesso del nascituro.
Per il concepimento di un maschio, raffreddare i testicoli
Una credenza popolare sostiene che, per concepire un figlio maschio, sia consigliabile raffreddare, per esempio con una borsa del ghiaccio, i testicoli del partner prima dei rapporti sessuali. Questo avrebbe come razionale l’ipotesi che gli spermatozoi portatori del cromosoma Y (quello maschile), siano più resistenti alle basse temperature e che quindi sarebbero favoriti nella fecondazione dell’ovulo. Vi esortiamo a evitare questa pratica: è tanto sgradevole quanto infondata.
Il concepimento, quando si è giovani e sani, avviene in poco tempo
La possibilità di concepimento non è solo frutto di una semplice probabilità matematica. Sebbene la gioventù e la salute siano fattori che influenzano sicuramente in modo positivo la fertilità, non sono gli unici da tenere in considerazione. Numerosi disturbi e patologie, come il varicocele per esempio, possono minare la capacità maschile di procreare, e lo stesso si può dire per quella femminile, che può essere danneggiata da alterazioni ormonali o tubariche, patologie uterine, età, malattie sistemiche o genetiche.
A questo si possono aggiungere gli effetti negativi, sulla capacità di concepimento, dati da errati stili di vita, come l’abitudine al fumo o al consumo di alcol, l’uso di sostanze stupefacenti, l’obesità o l’eccessiva magrezza.
Anche in assenza di problemi, due partner giovani, sani e fertili potrebbero non concepire in pochi mesi. Se però dopo un anno di rapporti mirati non si verifica l’attesa gravidanza, si consiglia di consultare un medico. In caso di partner femminile oltre i 35 anni, un parere specialistico andrebbe richiesto già prima, dopo 6 mesi di tentativi infruttuosi, per non perdere tempo prezioso.
Il periodo fertile è facile da calcolare, basta contare 14 giorni dopo il ciclo
Il periodo fertile, cioè quella finestra di tempo che vede il picco della fertilità femminile, si ha durante l’ovulazione. Si stima che questa avvenga 14 giorni dall’inizio dell’ultima mestruazione. Questo però è valido solamente quando la donna presenta un ciclo regolare di 28 giorni. In caso questo non avvenga, il calcolo del periodo fertile non è così semplice e scontato: si può stimare, ma bisogna essere consapevoli che non si tratta di una indicazione che offre una certezza matematica.
Diverso è se si monitorano e osservano i segni dell’ovulazione, dalla temperatura basale alle osservazioni del muco cervicale. Questi segni sono in genere sempre presenti e indicativi. C’è tuttavia la possibilità di una scarsa produzione di muco o di cicli anovulatori, quindi anche questa soluzione non sempre è così certa e semplice.
La strategia migliore rimane quella di parlarne con il medico, che potrà eventualmente consigliare di utilizzare i test di identificazione dell’ovulazione.
In caso di impotenza maschile, per risolvere il problema è sufficiente una “pillola”
L’impotenza maschile può essere conseguenza di numerose problematiche, da una patologia cardiaca o altro a un accumulo di stress. Pensare che una “pillola” sia la soluzione più indicata per ogni caso è non solo limitativo ma pure pericoloso. Il consiglio è invece quello di non sottovalutare il problema e parlarne con il medico, perché potrebbe essere spia di patologie o disagi che possono necessitare di altri percorsi terapeutici.
Agopuntura e fertilità possono essere collegate in diversi modi sia per la donna che per l’uomo, e può aiutare anche prima e durante i trattamenti di procreazione assistita.
Sono ancora necessari studi di approfondimento, ma ci sono ricerche che hanno dimostrato che l’agopuntura possa essere utile nel trattamento dei problemi di fertilità. In particolare, i fautori dell’agopuntura la hanno raccomandata per una varietà di condizioni mediche che influenzano la fertilità. Queste includono la sindrome dell’ovaio policistico, i fibromi, l’endometriosi e i problemi di riserva ovarica e di qualità dello sperma. L’agopuntura può inoltre aiutare ad alleviare alcuni degli effetti collaterali associati ai farmaci per la fertilità (come gonfiore e nausea). Infine, particolarmente importante, l’agopuntura ha dimostrato di promuovere il rilassamento. Questo rappresenta un aiuto concreto per le coppie che desiderano concepire e per quelle che fanno ricorso alle tecniche di procreazione assistita, talvolta possibili cause di ansia.
Che cos’è l’agopuntura?
L’agopuntura è un trattamento medico alternativo che comporta la collocazione di aghi molto sottili in diversi punti del corpo. Si ritiene che sia nata in Cina circa 2.000 anni fa, anche se molti sostengono che la pratica sia iniziata tra i 3.000-4.000 anni fa.
Ne esistono diversi stili e tecniche; gli aghi possono essere differenti, anche nelle dimensioni.
Quando iniziare il trattamento di agopuntura?
Alle donne si consiglia di iniziare l’agopuntura 3 mesi prima di iniziare trattamenti come la fecondazione in vitro (FIVET) o l’inseminazione intrauterina (IUI). Tuttavia, può essere utile anche iniziare l’agopuntura insieme alla terapia di fertilità consigliata dal medico.
Cosa aspettarsi alla prima visita con l’agopuntore?
Alla prima visita, l’agopuntore farà domande sullo stile di vita (dieta, livelli di stress, esercizio fisico, abitudini di sonno) e sulle preoccupazioni per la fertilità. Potrà fare anche delle valutazioni più approfondite, come sentire il polso e guardare la lingua.
La sessione di agopuntura che prevede l’uso degli aghi può quindi durare da circa 30 minuti a un’ora.
Quale frequenza si consiglia per l’agopuntura?
Si consiglia una frequenza di 1-3 volte alla settimana, anche se sarà l’agopuntore a decidere le modalità di trattamento più adatte.
Gli aghi faranno male?
La maggior parte dei pazienti prova poco o nessun dolore. Alcuni potrebbero provare la sensazione di un pizzicotto. Occasionalmente, possono verificarsi ecchimosi nei punti in cui sono inseriti gli aghi. È importante mettere l’agopuntore nelle condizioni di svolgere al meglio il suo lavoro, ecco perché è consigliabile non dimenticarsi di avvisarlo se si sta assumendo aspirina o altri anticoagulanti (fluidificanti del sangue).
Infine, va ricordato che gli agopuntori qualificati usano aghi monouso, in modo da minimizzare il rischio di infezione.
Cosa fare o evitare prima dell’agopuntura?
In genere, è consigliato integrare il lavoro dell’agopuntore con una dieta corretta e uno stile di vita sano. Inoltre, è meglio evitare attività fisiche intense, come corsa o palestra, subito dopo una sessione, visto che l’obiettivo dell’agopuntura è anche quello di aiutare il rilassamento.