I disordini alimentari possono determinare ostacoli anche significativi per le donne che desiderano un bambino pertanto lo specialista in PMA deve esserne informato. È infatti importante tenerne conto nel trattamento della fertilità e quindi nella procreazione medicalmente assistita. Si stima che i disordini alimentari colpiscano circa il 6% della popolazione femminile adulta, in particolare il 5%-7,5% delle donne in gravidanza e fino al 21% delle pazienti con forme di disturbi ovulatori.
Cosa sono i disordini alimentari?
I disordini alimentari comprendono gravi malattie mentali legate a problemi di peso e percezione del proprio corpo, comportamenti alimentari problematici e atteggiamenti scorretti di controllo del peso che si verificano nelle donne in età fertile.
La prima si manifesta con il rifiuto del cibo, la seconda è caratterizzato da abbuffate frequenti seguite da episodi di vomito autoindotto, la terza è un disturbo da alimentazione incontrollata caratterizzato da ingestione compulsiva, senza pratiche di eliminazione. Le prime due soprattutto possono avere ripercussioni sulla donna che desidera diventare madre
Disordini alimentari: come possono influire sulla fertilità e la gravidanza?
Sia l’anoressia nervosa che la bulimia nervosa hanno implicazioni fisiche e neuroendocrine varie e complesse e possono coinvolgere, danneggiandoli, il sistema cardiovascolare, gastrointestinale, ematologico, dermatologico e scheletrico, ma anche il sistema endocrino e i processi metabolici rilevanti per la fertilità. In particolare, la funzione riproduttiva femminile sana è direttamente correlata a un range ottimale del peso corporeo della donna e alla disponibilità di energia, entrambi fattori influenzati da disordini alimentari.
Anche dal punto di vista della procreazione medicalmente assistita, o PMA, possono esserci problemi.
L’induzione dell’ovulazione nelle donne che hanno un problema di fertilità secondario a un disturbo alimentare pare aumentare il rischio di gravidanze multiple, criticità che si aggiunge a un maggiore rischio di complicazioni in gravidanza e neonatali. Se l’alimentazione non si normalizza durante la gestazione, infatti, si possono verificare anche difficoltà post-natali, come:
difficoltà nell’allattamento al seno,
minore crescita infantile,
temperamento infantile instabile,
preoccupazioni con l’alimentazione del bambino,
disturbi dell’umore materno.
Le donne con anoressia nervosa o bulimia nervosa sono anche a maggiore rischio di problemi materno-fetali, come:
l’inadeguato aumento di peso gestazionale in gravidanza,
l’aumento dei tassi di aborto spontaneo
il parto di neonati piccoli per l’età gestazionale.
È quindi estremamente importante che lo specialista della fertilità sia a conoscenza dei disordini alimentari.
Disordini alimentari: perché non vengono riconosciuti?
I disordini alimentari spesso non vengono rilevati: sono infatti in genere occultati da chi ne soffre, eppure i campanelli di allarme ci sono. Una particolare attenzione, oltre che i medici, dovrebbero prestarla i familiari, a stretto contatto con le donne.
Le barriere all’individuazione dei disordini alimentari sono molteplici, ma a incidere maggiormente sono quattro:
barriera sociale: spesso si ritiene normale che le donne siano scontente del loro peso corporeo e delle loro forme fisiche. Ecco perché è più difficile che ci si insospettisca se loro manifestano comportamenti di controllo del peso
in genere i pazienti con un disturbo alimentare tendono a non rivelarlo, a minimizzarne i sintomi, o addirittura a impegnarsi attivamente nel nascondere il loro disturbo
a volte viene sottovalutato l’impatto clinico di queste malattie, considerandole più legate a problemi della personalità
poche conoscenze sui campanelli di allarme fisici e psicologici legati ai disordini alimentari.
Purtroppo, però, le conseguenze di diagnosi ritardate o addirittura mancate, quando si parla di disordini alimentari, possono essere anche importanti. Quindi il consiglio è di non sottovalutare mai il sospetto che questi problemi ci siano.
L’obesità è considerata o uno dei principali problemi di salute pubblica del 21° secolo, avendo assunto ormai i connotati di un’epidemia globale.
I recenti dati emanati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sono preoccupanti: a partire dal 1975 la diffusione dell’obesità a livello mondiale si è quasi triplicata attestandosi al 13% e coinvolgendo quindi 650 milioni di individui al di sopra dei 18 anni, più di 340 milioni di bambini ed adolescenti tra i 5 e i 19 anni e 41 milioni di bambini al di sotto dei 5 anni.
L’obesità è una patologia tristemente nota per le sue serie complicanze cardiovascolari, come diabete, ipertensione arteriosa, ictus, infarto miocardico, aterosclerosi. Questa lista ora è destinata ad allungarsi coinvolgendo aspetti della salute di pertinenza non cardiologica ma squisitamente ginecologica: sempre più evidenze indicano ormai che l’obesità si associa ad esiti avversi sia materni che perinatali, nonché compromette la fertilità.
Sul fronte materno, oltre ad aumentare il rischio cardiovascolare per la donna, l’obesità diventa un serio problema anche per la gravidanza, poiché aumenta il rischio di aborti così come di complicanze ostetriche e neonatali, con conseguente riduzione del tasso di nascita di bambini in buona salute.
Ed è appunto anche sulla salute dei figli che l’obesità lascia la sua temibile impronta perché per i nascituri essa è un importante fattore di rischio d’insorgenza di malattie croniche – soprattutto nell’adolescenza e in età adulta – come le patologie cardiovascolari, l’ipertensione, l’ipercolesterolemia, il diabete, l’osteoporosi, nonché di tumori. Ciò sottolinea che l’impatto negativo dell’obesità delle donne gravide (preesistente o acquisita durante la gestazione) sulla salute dei loro figli inizia già sin dal loro concepimento.
L’obesità nella donna ha effetti deleteri anche su un altro aspetto della procreazione, ossia la fertilità. Varie evidenze hanno documentato che le donne obese presentano problematiche nella funzionalità dell’apparato riproduttivo. Per esempio, a parità d’età e condizioni socio-ambientali è stato osservato che tra le donne con peso corporeo in eccesso del 10-46% rispetto al peso ideale, circa il 20% soffre di disturbi del ciclo mestruale – come l’assenza di mestruazioni, chiamata amenorrea in termini medici -, mentre tra quelle con un eccesso di peso superiore al 75% rispetto al peso ideale il numero di disturbi mestruali aumenta a oltre il 50%. Uno studio (il Nurses Health Study) ha dimostrato inoltre che le donne obese (con un indice di massa corporea superiore a 30) avevano un rischio circa 3 volte più alto d’infertilità rispetto a quelle normopeso. Vi è poi il riscontro clinico che le donne obese abbiano una minore probabilità di una gravidanza di successo o comunque abbiano un rischio maggiore d’interruzione spontanea della gravidanza dopo trattamento per infertilità o dopo avvenuta fertilizzazione, rispetto alle donne normopeso.
Queste osservazioni suggeriscono che l’eccesso di peso e l’obesità giochino un ruolo importante nei meccanismi che portano ad incorrere nell’infertilità. Basti pensare, solo per citare qualche meccanismo a titolo esemplificativo, che l’obesità può modificare i livelli di insulina prodotta dal pancreas, causando un’eccessiva produzione di ormoni sessuali maschili (androgeni) tale da determinare cicli mestruali irregolari, riduzione dei cicli ovulatori e, conseguentemente, bassi tassi di fecondità; oppure che il grasso in eccesso che si deposita o a livello delle ovaie può interferire con lo sviluppo embrionale e causare aborti spontanei; oppure il problema della sindrome dell’ovaio policistico, una patologia femminile strettamente connessa all’obesità che riduce notevolmente la capacità di concepire in quanto si associa ad un’aumentata produzione di ormoni sessuali maschili (iperandrogenismo) e a disfunzioni mestruali, con assenza di ovulazione (cicli anovulatori).
Pertanto, alla luce del drammatico aumento dell’obesità attualmente in corso e delle sue rilevanti sequele sulla sfera riproduttiva, sulla salute dei nascituri e sugli esiti della fecondazione assistita diventa estremamente importante sensibilizzare le donne sulla problematica e attuare strategie di prevenzione e correzione del disturbo “obesità”, consigliando e incoraggiando fortemente le donne sovrappeso o francamente obese a normalizzare il loro peso corporeo, con la consapevolezza che anche solo una modesta riduzione del peso può aumentare le probabilità di ovulazione spontanea o indotta. In tale contesto, è fondamentale quindi che i medici diagnostichino l’obesità e raccomandino modifiche del comportamento alimentare e dello stile di vita con diete e aumento dell’attività fisica per ridurre il peso nelle donne prima del concepimento di un bambino o prima di sottoporsi alla fecondazione assistita.
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Gravidanza nel 40% delle donne con problemi di fertilità trattate con isterosalpingografia
Ideata agli inizi del Novecento, l’isterosalpingografia è una metodica di indagine dell’apparato riproduttivo femminile che consiste nell’irrorazione delle tube di Falloppio con un mezzo di contrasto iodato al fine di visualizzarle poi ai raggi X.
L’isterosalpingografia era caduta nel dimenticatoio, eppure funziona per la fertilità
Per diversi anni questa tecnica è stata un po’ dimenticata anche se, in realtà, secondo uno studio condotto dal ginecologo Ben Mol docente all’Università di Adelaide (Australia) con la sua équipe, e in collaborazione con gli esperti in medicina riproduttiva, aumenterebbe in modo significativo la percentuale di gravidanze nelle donne con problemi di fertilità.
La ricerca ha messo a confronto l’impiego di due differenti mezzi di contrasto a distanza di mesi su più di mille pazienti: il primo, a base acquosa e il secondo a base oleosa.
Lo studio condotto da Mol: il 40% delle donne è rimasta incinta dopo 6 mesi dal trattamento
Gli esiti dello studio, pubblicato sul New England Journal of Medicine, testimoniano che dopo sei mesi dall’isterosalpingografia il 40% delle donne trattate con liquido di contrasto a base di olio di semi di papavero ha avviato una gravidanza, contro il 29% di quelle trattate con liquido acquoso.
L’esperto: meccanismo misterioso ma senza effetti collaterali ne fa opzione valida alla fecondazione assistita
“Il meccanismo di azione dell’isterosalpingografia – spiega Mol – non è ancora chiaro, l’unica cosa che sappiamo è che questa tecnica porta benefici, in particolare per le donne che non manifestano altri sintomi curabili. Serviranno ulteriori studi per approfondire i meccanismi che stanno dietro a queste osservazioni – aggiunge – ma considerando che la tecnica è stata usata per 100 anni senza effetti collaterali, crediamo che sia un’opzione praticabile prima della fecondazione assistita”.
L’isterosalpingografia è poco costosa in termini sia economici sia emotivi
Un ulteriore vantaggio del ricorso all’isterosalpingografia riguarda l’aspetto economico: se si considera che la gravidanza è stata ottenuta dal 40% delle donne sottoposte a salpingografia con liquido oleoso, ciò equivale a dire che il 40% delle coppie che incontra problemi di fertilità potrebbe evitare di sostenere gli elevati costi economici ed emotivi legati alla fecondazione assistita.
All’ospedale Sant’Anna della Città della Salute di Torino nasce “Mamme Oltre il tumore”, il primo servizio ambulatoriale per pazienti oncologiche in cerca di un bimbo
Il primo servizio ambulatoriale per pazienti oncologiche che vogliono avere l’opportunità di diventare mamme si chiama “Mamme oltre il tumore” ed è un’iniziativa voluta dall’ospedale Sant’Anna “Città della Salute e della Scienza” di Torino lanciata qualche giorno fa in occasione della Giornata nazionale della salute della donna.
Il servizio sarà gestito dall’équipe, di Ginecologia e Ostetricia 1 universitaria dell’ospedale Sant’Anna della “Città della Salute e della Scienza” di Torino, diretta dalla professoressa Chiara Benedetto.
A chi si rivolge il servizio “Mamme oltre il tumore”
“Mamme oltre il tumore” è un servizio dedicato a donne di età inferiore ai 40 anni, affette da tumore, che vogliano conservare la propria fertilità prima di sottoporsi a terapie oncologiche che potrebbero danneggiare seriamente la loro fecondità. Inoltre, il servizio è rivolto anche a tutte quelle donne che, una volta guarite dalla malattia tumorale, desiderino intraprendere l’avventura della gravidanza.
Che tipo di servizio è “Mamme oltre il tumore”
“Mamme oltre il tumore” sarà un vero e proprio percorso diagnostico/terapeutico suggerito alle giovani pazienti affette da tumori, con un’attenzione particolare a come riuscire a preservare la fertilità anche grazie all’approccio superspecialistico integrato del “Gruppo Multidisciplinare Cure” composto da medici, psicologi e biotecnologi.
-Tutto ciò fa parte del processo di umanizzazione e di personalizzazione delle cure su cui il Sant’Anna si sta impegnando da tempo per rispondere al meglio alle esigenze delle donne e delle coppie. Inoltre, l’ospedale Sant’Anna aderisce ad una Rete Collaborativa Europea che promuove progetti clinico-assistenziali relativi a donne che hanno una gravidanza sia dopo un trattamento oncologico che in corso del trattamento stesso, con monitoraggio dei nati da madri esposte durante la gravidanza a trattamenti chemioterapici- ha commentato la dottoressa Grace Rabacchi, direttore sanitario del Presidio ospedaliero Sant’ Anna.
Informazioni pratiche per accedere al servizio “Mamme oltre il tumore”
Le pazienti potranno accedere a questo servizio, che è offerto da tutti i centri della rete oncologica del Piemonte e della Valle d’Aosta, telefonando allo 011.3134576 nei giorni feriali, dalle ore 11 alle ore 12.30 e dalle ore 14 alle ore 15, a partire dal 2 maggio.
Cosa succede a livello emotivo? Quale il giusto approccio psicologico per supportare la coppia?
La reazione emotiva al fallimento della FIVET (anche a più di un tentativo) dipende sostanzialmente dalla capacità della coppia di far fronte alle difficoltà della vita.
In psicologia si utilizza il termine “resilienza”, intesa come quella capacità di una persona o di un gruppo di svilupparsi positivamente, di continuare a progettare il proprio futuro, a dispetto di avvenimenti destabilizzanti. Le risposte degli individui alle malattie sono quindi chiaramente diverse a seconda, sia delle caratteristiche di queste ultime, in relazione al tipo, alla gravità, alla durata della malattia stessa, sia delle caratteristiche personali, intese come stili cognitivi, emotivi e relazionali. Ognuno di noi ha, inoltre, un modo diverso di percepire gli eventi e di ritenere che gli eventi della sua vita siano prodotti dai propri comportamenti o azioni, oppure da cause esterne indipendenti dalla propria volontà.
La reazione emotiva al fallimento della FIVET varia in base ai caratteri: c’è chi si colpevolizza e chi sa prendere la distanza
Ci sono quindi tipologie di persone più propense a colpevolizzarsi, di solito le più difficili da trattare in tali contesti di PMA perché perdono molta energia a cercare le cause disperdendola, invece, rispetto alla ricerca della soluzione. Ce ne sono altre, invece, capaci di saper prendere distanza dalle responsabilità degli eventi e di concentrarsi su possibili soluzioni alternative. Pensare la propria sterilità di coppia secondo un’attribuzione causale esterna, protegge la coppia da sentimenti di vergogna e bisogno di isolamento, rendendola più libera nelle richieste di aiuto e nella ricerca di una nuova ristrutturazione della propria vita.
Solo un’attenta analisi permette allo psicologo di gestire la reazione emotiva al fallimento della FIVET
Un’attenta analisi da parte del clinico sulle modalità personali dell’individuo di affrontare le difficoltà della vita permetterà allo psicologo di prevedere quale sarà la reazione emotiva al fallimento della FIVET e quale interpretazione darà quella persona all’insuccesso del proprio progetto procreativo. In questo modo sarà possibile andare a individuare meglio quali possano essere le alternative al fallimento. Compito dello psicologo è, infatti, saper distinguere le personalità più rigide da quelle più flessibili, lavorare sul senso di colpa e sulle strategie di “coping” (gestione attiva) che permettono alle persone d’individuare soluzioni alle proprie difficoltà, aiutandole a superare, quando necessario, quelle restrizioni mentali inconsapevoli, dettate da vecchie credenze implicite della persona, che non le consentono di poter procedere ed evolversi sulla linea del ciclo vitale. Dott.ssa Angela Petrozzi
Qualunque forma essa prenda, la diagnosi d’infertilità scuote le radici profonde dell’immagine di sé costituendo un’esplosione emotiva che necessita, quasi sempre, di un intervento psicoterapico, volto ad aiutare le persone a superare l’angoscia, il dolore, la deprivazione.
L’intervento psicoterapico ha lo scopo, in primis, di spingere la coppia verso una ridefinizione dell’identità, incanalando e sublimando il bisogno di prendersi cura verso un’immagine più libera, radicandola nelle personali capacità creative, piuttosto che non restringendola alle sole capacità procreative.
L’intervento psicoterapico deve servire anche a scindere atto sessuale e fecondazione
Un’altra funzione che ha l’intervento psicoterapico, all’interno dei percorsi di PMA, consiste nell’aiutare la coppia a recuperare l’intimità sessuale inevitabilmente violata dalle tecnologie. Molto spesso il ricorso alle tecniche di PMA si ripercuote negativamente sulla vita sessuale della coppia, con conseguente calo della libido in entrambi i sessi, fino alla disfunzione erettile nell’uomo e con una riduzione della fertilità nella donna. L’elaborazione della separazione tra atto sessuale e fecondazione è un punto cruciale dell’intervento psicoterapico che può condurre ad accettare una declinazione della sessualità fondata sul senso di appartenenza affettiva e a facilitare il superamento del vissuto mortifero connesso a una generatività desessualizzata.
Anche dopo la nascita del figlio l’intervento psicoterapico serve a gestire sentimenti complessi
Inoltre, il grado di elaborazione da parte degli adulti dei vissuti angosciosi connessi alla PMA, induce a ritenere altamente opportuno l’intervento psicoterapico specifico per le coppie anche successivamente alla nascita del figlio così tanto atteso, sia perché la realizzazione del desiderio costringe i genitori a confrontarsi con quel groviglio di sentimenti complessi che l’insuccesso riproduttivo aveva accantonato, sia perché i bambini voluti caparbiamente sono esposti più degli altri al rischio di rimanere soffocati in un rapporto esclusivo con i genitori, in particolare con la madre, privati della possibilità di accedere ad altri investimenti relazionali.
Dott.ssa Angela Petrozzi
Che tipo di supporto psicologico può essere indicato dopo la nascita di un bambino nato grazie a una delle tecniche di procreazione medicalmente assistita? Come spiegare al figlio la sua storia?
La coppia che riesce con successo ad avere un figlio grazie all’aiuto delle tecniche di PMA difficilmente si pone il quesito su cosa dire al proprio figlio rispetto alla storia procreativa. Tuttavia capita che alcune coppie chiedano aiuto a uno psicologo per capire cosa dire al figlio nato da tecniche di PMA rispetto alla sua origine. Il problema sotteso a tale quesito è rappresentato dal segreto, non dal suo contenuto. Come ricorda Winnicott: “I bambini non chiedono che venga loro risparmiata la verità, qualunque essa sia, ma che gli venga consegnata con tatto e onestà”.
Cosa dire al figlio nato da tecniche di PMA? Solo la verità espressa con delicatezza e modi idonei alla sua età
“Mamma e papà ti hanno desiderato talmente tanto che, visto che tardavi ad arrivare, hanno chiesto aiuto a un dottore perché aiutasse i due semini, della mamma e del papà, a incontrarsi e a restare insieme, perché tu potessi crescere nella pancia della mamma per poi nascere e farti abbracciare anche dal papà”. Si tratta di una storia del tutto naturale, che non si discosta tanto dal suo iter fisiologico e del tutto semplice ed esaustiva da raccontare a un bambino.
Per molte coppie cosa dire al figlio nato da tecniche di PMA nasconde quesiti più complessi
Tuttavia, capita che alcune coppie che hanno avuto un figlio grazie ad aiuti esterni, si pongono alcuni quesiti rispetto a cosa dire al figlio nato da tecniche di PMA: “Cosa diremo a nostro figlio?”. Una domanda del genere potrebbe, tuttavia, nascondere questioni diverse, più personali, relative alla storia della coppia stessa. Dietro a ogni singola storia dell’individuo c’è un “mandato” generazionale inconsapevole, ossia delle aspettative di solito trasmesse dalla propria famiglia di origine sul ruolo che quell’individuo avrà nella storia familiare. Se si instaura un “gap” tra le aspettative implicite degli altri familiari e quello che l’individuo riesce a realizzare, si insinua nella persona una dissonanza emotiva che non le consente di godere appieno di quello che invece è stata capace di realizzare. Compito del clinico è interessarsi con rispetto ai quesiti che pongono le persone e saperle guidare a ritrovarsi all’interno di un percorso per alcuni versi divergente rispetto a quello atteso.
Situazione più complessa è spiegare al proprio figlio che è nato grazie all’eterologa
Questione del tutto diversa è quella che pone una coppia che ha fatto ricorso a una fecondazione eterologa. Qui il quesito su “cosa dire al figlio nato da tecniche di PMA” o meglio da eterologa, si affaccia abbastanza precocemente nella coppia, fin dalle prime fasi decisive rispetto al percorso da intraprendere. Anche in questo caso non ci sono risposte identiche per tutti, la risposta va costruita insieme alla singola coppia rispettando quella che è la storia familiare che la coppia si porta dietro. Il clinico deve intercettare il significato che rappresenterebbe per quella coppia avere un figlio con l’aiuto di un gamete esterno alla coppia stessa.
Occhio a “risposte facili” trovate sul web: ognuno ha la sua storia e necessita di risposte diverse
Spesso il web spinge le persone a ricercare risposte immediate a ogni singolo problema. Nell’ambito delle questioni psicologiche, soprattutto, bisogna diffidare da risposte predefinite. “Quello che è meglio per me potrebbe non essere buono per te”. Il ruolo dello psicologo è quello di saper ascoltare con orecchio esperto cosa gli sta chiedendo veramente quella coppia ed aiutarla a costruire insieme una risposta, la più personale possibile.
Dott.ssa Angela Petrozzi
Oggi sono molte le donne che hanno difficoltà a rimanere incinte. Le ragioni sono varie: in primis, sicuramente, rispetto a una volta, l’età anagrafica più alta in cui si decide di avere un figlio. Ecco, allora, che prima di parlare d’infertilità o di ricorrere a tecniche più sofisticate, il ginecologo può consigliare, come primo tentativo, di provare con una stimolazione ovarica semplice.
Andiamo a vedere, allora, come funziona questa procedura.
Per una-due settimane si assumono ormoni che inducono la produzione follicolare
La stimolazione ovarica semplice consiste nell’assunzione di farmaci – per la precisione gli ormoni FSH (follicolo stimolante) e LH (luteinizzante) – atti a indurre un’ovulazione di modo che l’ovaio produca follicoli maturi di almeno 18 millimetri di diametro contenenti un ovocita da fecondare.
La terapia è dunque finalizzata a scegliere gli spermatozoi idonei a sbloccare le tube uterine in modo da permettere il passaggio degli ovociti. In questo senso la stimolazione ovarica semplice si rivela particolarmente adatta alle donne sopra i 40 anni che faticano ad avere figli.
La procedura è semplice: la paziente dovrà seguire la cura a base di ormoni per un periodo che varia da una a due settimane iniettandosi, per via sottocutanea o intramuscolare, i farmaci. Tutto questo avverrà con la supervisione di un medico che terrà sotto controllo l’andamento della terapia e la risposta della donna mediante monitoraggio e controlli ormonali.
Durante l’ecografia, eseguita con una sonda transvaginale, il ginecologo, già a distanza di 2-3 giorni dalla prima iniezione, valuta la risposta ovarica.
La procedura di stimolazione ovarica semplice può essere ripetuta più volte
Ormai diffusi da tempo, i ginecologi considerano sicuri questi trattamenti di stimolazione ovarica semplice, tanto che, se non andassero subito a buon fine, possono essere ripetuti anche fino a 8-9 volte senza rischi per la salute futura della donna.
Potrebbero esserci, però, degli inconvenienti legati ai principali effetti secondari derivanti dall’assunzione di ormoni: tensione addominale, gonfiori, difficoltà digestive, nausea, diarrea, aumento di peso, pelle e capelli più secchi, urina più scura.
Dott. Placido Borzì.
Esistono numerosi protocolli di stimolazione ovarica ma, per la fecondazione in vitro, i più utilizzati sono i protocolli di stimolazione lungo e corto. In entrambi i casi i farmaci impiegati sono gli stessi, mentre le differenze sostanziali riguardano il momento di somministrazione e le candidate all’accesso.
Vediamo allora di vedere, un po’ più nel dettaglio, quali sono le differenze sostanziali tra i protocolli di stimolazione lungo e corto.
Come funziona il protocollo di stimolazione lungo
Nel protocollo di stimolazione lungo la paziente inizia ad assumere gli ormoni il secondo giorno del ciclo. La funzione svolta da questi farmaci è di sopprimere gli ormoni FSH e LH in modo da bloccare l’ovulazione e la produzione di estradiolo. La soppressione controllata delle ovaie con il protocollo FIVETdi stimolazione lungo prevede che i follicoli che si origineranno non saranno di dimensioni superiori ai 15 mm e consente allo specialista di controllare completamente la stimolazione ovarica, al fine di evitare una luteinizzazione precoce, ovvero un picco di LH intempestivamente determinato come risposta a concentrazioni crescenti di estrogeni, cioè quando il follicolo è ancora immaturo.
La stimolazione ovarica si effettua con antagonisti dell’ormone di rilascio delle gonadotropine (GnRH) e di norma la crescita follicolare è stabile. Una volta verificato che i follicoli hanno le giuste dimensioni (inferiori a 17 mm) e che il livello di estradiolo è buono (150-200 pg/ml), si somministra hCG (human chorionic ormone) o gonadotropina corionica per ottenere la maturazione ovarica finale. Queste iniezioni di hCG vengono somministrate, infatti, 32-36 ore prima del prelievo degli ovociti.
Come funziona il protocollo di stimolazione corto
Il protocollo di stimolazione corto ha durata di circa 4 settimane e corrisponde al ciclo naturale. Tende a essere consigliato alle donne “più avanti con l’età” (in genere dai 37 anni in su) soprattutto se hanno mostrato una bassa risposta delle ovaie nei precedenti cicli.
Tra i protocolli di stimolazione lungo e corto, la differenza è che in quest’ultimo la stimolazione inizia subito il primo giorno del ciclo per sfruttare la liberazione massiva di gonadotropine endogene che si verifica con la somministrazione di GNRHa, prima che s’instauri il blocco ipofisario. Se tutti i controlli e le analisi del sangue vanno bene si procede subito con la somministrazione delle GnRH antagoniste.
I vantaggi sono che, a differenza del protocollo lungo, la quantità introdotta di ormoni è molto più bassa. Se la donna non risponde a questo tipo di stimolazione è chiaramente evidente fin da subito che non può produrre ovuli per conto proprio e che, se desidera un figlio, l’unica opzione praticabile è un programma di FIVET che preveda l’ovodonazione.