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Sovrappeso e obesità non fanno differenza tra sessi e causano infertilità anche nei maschi, con effetti negativi sulla spermatogenesi o sulla salute sessuale

Come nelle donne, essere sovrappeso od obesi comporta l’infertilità anche nei maschi. È questa l’ultima novità che riguarda il sovrappeso e l’obesità.

Ma come e perché l’obesità causa o favorisce l’infertilità nei maschi? Diversi sono i meccanismi.

 

1) Ridotta o inibita spermatogenesi per riduzione dei livelli di testosterone e aumento dei livelli di estrogeni.

L’accumulo di grasso nel corpo comporta disturbi ormonali. Il principale è l’inibizione dell’asse ipotalamo-ipofisario, un’area del cervello che regola la produzione di ormoni importanti per il corretto funzionamento dell’apparato riproduttivo maschile e femminile. Conseguenza del ridotto funzionamento di questo “asse” è la riduzione dei livelli nel sangue dell’ormone testosterone in quanto viene trasformato in estrogeni (estradiolo) ad opera di un particolare enzima (chiamato aromatasi), con effetti detrimentali sulla normale crescita e maturazione degli spermatozoi (spermatogenesi) e causando infertilità. Un’altra conseguenza è la riduzione delle gonadotropine FSH (ormone follicolo-stimolante) e LH (ormone luteinizzante), anch’esse fondamentali per la corretta spermatogenesi.

La riduzione dei livelli di testosterone per inibizione dell’asse ipotalamo-ipofisario è dovuta anche ad un altro ormone chiamato leptina, prodotto normalmente dai tessuti grassi per la regolazione dell’appetito, del metabolismo energetico e delle funzioni ormonali. L’accumulo di grasso nei maschi obesi comporta un aumento dei livelli di leptina, favorendo l’inibizione dell’asse ipotalamo-ipofisario con riduzione della produzione dei livelli di testosterone a livello dei testicoli e con conseguente inibizione della maturazione degli spermatozoi.

2) Inibita spermatogenesi, ipogonadismo e disfunzione erettile per produzione di sostanze proinfiammatorie e riduzione dei livelli di testosterone.

L’accumulo di tessuto grasso nei maschi obesi determina anche un eccesso di produzione di sostanze pro-infiammatorie (cioè che favoriscono l’infiammazione), come le adipochine, che inibiscono l’asse ipotalamo-ipofisario, con effetti negativi sulla spermatogenesi.

Nei maschi obesi e con diabete di tipo 2, la produzione di queste sostanze pro-infiammatorie e il loro effetto sull’asse ipotalamo-ipofisario determina pure la comparsa di ipogonadismo.

Una conseguenza della riduzione dei livelli di testosterone, insieme anche all’aumento di sostanze pro-infiammatorie conseguente all’accumulo di tessuto grasso soprattutto nell’addome, è la disfunzione erettile, che è riscontrabile nel 79% dei soggetti obesi in presenza anche di pressione alta, diabete ed elevati livelli di trigliceridi e di colesterolo cattivo (LDL) nel sangue. Va sottolineato che nella disfunzione erettile subentrano  anche fattori psicologici: i soggetti obesi difatti hanno una bassa autostima e ritengono di essere meno attraenti e desiderabili, elementi che condizionano negativamente le funzioni sessuali.

3) Danni agli spermatozoi per aumento della temperatura nello scroto e stress ossidativo dovuto ai radicali liberi.

Il sovrappeso e l’obesità accompagnati da uno stile di vita sedentario comportano un aumento del deposito di grasso a livello del basso addome, del pube e dello scroto, tale da favorire un aumento della temperatura a livello dei testicoli ben al di sopra dei 34-35°C, che sono i valori ideali per una corretta spermatogenesi. Questo aumento di temperatura conseguente all’accumulo di grasso inficia il processo di spermatogenesi e favorisce l’accumulo di radicali liberi  con conseguente aumento dello stress ossidativo, il quale è un processo molto dannoso e nocivo per le cellule di tutti i tipi, inclusi gli spermatozoi: l’aumento dello stress ossidativo causa difatti danni al DNA (frammentazione) al loro interno, con conseguenti alterazioni della qualità del liquido seminale e della funzionalità degli spermatozoi.

Senza contare, poi, che nel tessuto grasso si accumulano volentieri molti inquinanti ambientali che possono quindi esercitare la loro azione tossica sugli spermatozoi, causando mutazioni genetiche nel loro DNA o alterazioni strutturali e funzionali tali da renderli meno fecondi o infecondi.

 

4) Ridotti livelli di testosterone per apnea ostruttiva notturna.

Nei soggetti obesi è molto frequente l’apnea ostruttiva dovuta a russamento durante il sonno. Questo disturbo causa condizioni di ridotto apporto di ossigeno al cervello (ipossia) con ripercussioni negative sull’asse ipotalamo-ipofisario e sui livelli di testosterone.

 

In conclusione, l’obesità è diventata un problema sanitario di dimensioni mondiali che ha conseguenze detrimentali importanti sulla salute in generale e sulla salute riproduttiva maschile e femminile, causando infertilità. Pertanto, la prevenzione e la cura dell’obesità diventano un obiettivo chiave per evitare o ridurre tutta la sua serie di dannose complicanze.

 

Fonti

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In Italia l’infertilità è in crescita. Varie sono le cause di questo problema, ma nel nostro Paese una poco “nota” pesa particolarmente: il sovraffollamento

Pochi giorni fa, il 13 giugno 2018, nel sito Sanihelp.it sono stati pubblicati i numeri aggiornati sull’infertilità in Italia, i quali testimoniano che il problema è più serio di quanto si possa immaginare.

È ormai noto che da vari anni in Italia il numero delle nascite tende sempre di più a calare raggiungendo minimi allarmanti: il nostro Paese è difatti uno dei Paesi europei con il più basso tasso di natalità e nel 2017 si è toccato il minimo storico, con soli 464.000 bambini nati.

Questo drammatico calo della natalità può essere spiegato senz’altro con la crisi economica, in quanto le difficoltà finanziarie e lavorative scoraggiano le coppie italiane, che posticipano volontariamente sempre più avanti con l’età il momento della genitorialità: in Italia l’età media della prima gravidanza è di 31,8 anni, valore più alto della media europea (29 anni) e di quella francese (28,5 anni). Il motivo socioeconomico, tuttavia, può spiegare il calo delle nascite solo in parte perché in realtà il fattore che sta incidendo in maniera sempre più preponderante è l’aumento dell’infertilità maschile e femminile, problema che affligge attualmente il 15-20% delle coppie.

Le donne italiane adesso partoriscono in media 1,34 figli, tasso di fecondità che è quindi ben lungi dal valore ideale (pari a 2,1) necessario a mantenere costante e giovane la popolazione.

 

Perché in Italia, al di là dei fattori socioeconomici, l’infertilità e il calo delle nascite stanno diventando un problema così allarmante e in crescita? 

I motivi possono essere tanti. Sicuramente l’inquinamento ambientale gioca un ruolo importante e sono state ben documentate le sue ripercussioni negative sulla fertilità maschile (alterazioni qualitative e numeriche degli spermatozoi) e femminile, così come il fumo di sigaretta e le alimentazioni scorrette.

Già questi fattori sarebbero sufficienti a spiegare il perché di un fenomeno così dilagante come l’infertilità. Però come mai l’Italia è così penalizzata in tal senso rispetto agli altri Paesi europei? Ci deve essere quindi un altro motivo, un’altra causa determinante che è alla portata dei nostri occhi e del nostro naso (leggendo più avanti si capirà meglio cosa s’intende…) che sfugge ingenuamente, inconsapevolmente o distrattamente alla nostra attenzione e alla comunità scientifica. A quale causa ci stiamo riferendo in particolare? All’elevata densità di popolazione, cioè il sovraffollamento sul nostro territorio italiano.

 

Ma cosa c’entra il sovraffollamento col problema dell’infertilità? 

Per capire il legame tra sovraffollamento su un territorio e comparsa di tutta una serie di effetti fortemente negativi sulla salute psicofisica, sessuale e comportamentale occorre fare riferimento ad un importantissimo esperimento condotto da Southwick CH nel 1955 su un modello animale (topi). Seppur datato, questo studio rimane comunque una pietra miliare per spiegare le cosiddette “patologie da stress sociale” causate dalle condizioni di sovraffollamento.

Già negli anni ’50 era noto che tutte le popolazioni animali, inclusa quella umana, per un certo periodo di tempo e su un certo territorio si accrescono progressivamente in maniera esponenziale, ma ad un certo momento la crescita inizia a rallentare fino a non crescere più del tutto ad un certo punto.

Proprio per capire quali fattori, oltre alla disponibilità di risorse (acqua e cibo), intervenissero a fermare la crescita di una data popolazione su un dato territorio, Southwick ideò questo esperimento veramente esemplare ipotizzando che fosse proprio lo spazio a disposizione (territorio) il fattore chiave in grado di controllare la crescita di una popolazione.

Allestì quindi varie gabbie di dimensioni diverse (cioè dotate di diverso spazio a disposizione) in cui mise pochi topi maschi e femmine, con disponibilità illimitate di acqua e cibo, in modo tale che queste risorse non fossero fattori limitanti in grado di bloccare la crescita della popolazione di animali. Come atteso, gli animali iniziarono ad accoppiarsi e nel tempo vennero alla luce le varie generazioni figliari, le quali a loro volta misero al mondo altri piccoli e così via; quindi le popolazioni nelle gabbie crescevano esponenzialmente, ma ad un certo punto la crescita ha iniziato a rallentare fino poi praticamente quasi ad azzerarsi. Andando ad esaminare cosa fosse successo all’interno delle gabbie, Southwick scoprì che le popolazioni non crescevano più perché nascevano pochissimi piccoli o addirittura non ne nascevano più. Andando a scoprire come mai si fosse verificato un drastico calo delle nascite, il ricercatore scoprì che vi erano:

  • una drammatica diminuzione dei parti e delle gravidanze per una ridotta fertilità degli animali maschi e femmine; questa era conseguenza di una maturazione sessuale fortemente ritardata o completamente inibita, di un ritardo nella maturazione degli spermatozoi nei giovani maschi e di un prolungamento del ciclo estrale nelle femmine con riduzione delle frequenze di ovulazione;
  • un aumento del numero di aborti spontanei e della mortalità degli embrioni nell’utero;
  • un aumento della mortalità dei neonati perché le mamme non allattavano i loro piccoli o li uccidevano appena nati (infanticidi) o per un aumento della suscettibilità dei piccoli alle malattie;
  • una riduzione del corteggiamento da parte dei maschi, che mostravano disinteresse ad accoppiarsi con le femmine.

Per avere l’ulteriore dimostrazione che era il sovraffollamento la causa di tutte queste ripercussioni negative sulla fertilità e sulla fecondità, Southwick permise ai topi di potere uscire dalle gabbie gremite e di potere “migrare” in altre gabbie vuote e con spazio a disposizione. Ebbene: osservò che i topi “colonizzatori” che s’insediavano nelle nuove gabbie spaziose a questo punto riprendevano ad accoppiarsi e a riprodursi con successo, con aumento delle nascite e ripresa della crescita delle nuove popolazioni. La riprova che fosse la disponibilità di spazio nelle nuove gabbie non ancora sovraffollate a consentire la crescita venne infine dall’osservazione che l’attività riproduttiva di questi animali colonizzatori rimaneva alta anche quando il cibo veniva fornito in quantità limitate.

 

Ma l’elevata densità di individui e il sovraffollamento come possono favorire l’infertilità e impedire l’ulteriore crescita di una popolazione? 

Southwick ha dato una parziale spiegazione scientifica anche a questo quesito. Difatti attraverso la vista e l’olfatto i Mammiferi (inclusi quindi gli esseri umani) “percepiscono” la densità di individui nel territorio che li circonda: la vista e l’olfatto agiscono quindi da veri e propri “sensori” e mandano una serie di segnali ad una zona particolare del cervello, chiamata ipofisi, che controlla la produzione delle gonadotropine ipofisarie, ossia gli ormoni FSH (ormone follicolo-stimolante), LH (ormone luteinizzante) e hCG (gonadotropina corionica). Questi ormoni sono presenti sia nella femmina che nel maschio (ad eccezione dell’hCG, per ovvie ragioni) ed hanno funzioni essenziali sullo sviluppo, sulla maturazione e sul mantenimento delle funzioni delle ovaie (formazione dei follicoli ovarici e quindi della formazione degli ormoni estradiolo e progesterone) e dei testicoli (formazione e maturazione degli spermatozoi). In presenza di sovraffollamento sul territorio quindi la vista e l’olfatto mandano segnali all’ipofisi a cui conseguono alterazioni a carico della produzione e dei livelli delle gonadotropine che portano alla riduzione o al ritardo della fertilità e della fecondità. 

Ovviamente l’influenza del sovraffollamento sugli ormoni che regolano le funzioni sessuali è solo uno dei meccanismi che contribuiscono alla riduzione della fertilità e della fecondità; sicuramente il fenomeno è più complesso ed entrano in gioco anche altri meccanismi (metabolici o nervosi); tuttavia anche solo questo meccanismo descritto aiuta a capire bene cosa succede alla salute sessuale se si vive in una situazione di sovraffollamento.

 

I risultati dell’esperimento di Soutwick sono applicabili alla situazione italiana?

I risultati straordinari ottenuti dall’esperimento di Southwick dimostrano che lo spazio a disposizione (cioè un dato territorio), oltre alle risorse ambientali quali cibo e acqua, è un fattore naturale importante in grado di controllare la crescita delle popolazioni animali (inclusa quella umana) compatibilmente col territorio a disposizione. Quando sussiste una condizione di sovraffollamento – cioè un’eccessiva densità di individui su un dato territorio – si attivano meccanismi “compensatori” che portano gli organismi ad essere meno fertili o infertili e ad accoppiarsi di meno, proprio per contrastare l’ulteriore crescita della popolazione che sarebbe incompatibile con le dimensioni e/o le risorse di quel dato territorio.

Esaminando la situazione geo-demografica italiana si scopre sorprendentemente la congruenza concettuale dell’esperimento di Southwick: in Italia, il Paese col più basso indice di natalità (1,34) vivono 60.497.174 persone su una superficie piuttosto limitata (301.340 km2) e il valore della densità di popolazione è di 200,76 abitanti/km2; se si fa un confronto con la Francia, il Paese della UE che fa più figli (tasso di fertilità pari a 1,92), scopriamo che a parità di popolazione – 64.920.398 abitanti – la Francia ha però dimensioni del territorio nazionale più che raddoppiate rispetto a quello italiano (675.417 km2), con una densità di popolazione, guarda caso, che è la metà (99 abitanti/km2). 

Questo significa che la minore densità di popolazione e la maggiore disponibilità di “spazio” nel territorio francese fanno sì che gli effetti del “sovraffollamento” siano meno forti e più contenuti, per ora, rispetto all’Italia.

Concludendo, qui in Italia il sovraffollamento – insieme alla situazione economica, l’inquinamento e gli stili di vita errati – sta iniziando a fare sentire la sua “voce” sulla salute riproduttiva e sulla fecondità.

 

Fonti

Christian JJ et al. Endocrine adaptative mechanisms and the physiologic regulation of population growth. In Psychological Mammalogy, vol. I; Mammalian Populations Eds. WV Mayer and RG van Gelder, pp. 189-353. New York: Academic Press, 1963.

Christian JJ et al. Endocrines, behavior and population. Science 1964; 146: 1550-1560.

Southwick CH. The population dynamics of confined House Mice supplied with unlimited food. Ecology 1955; 36: 212-225.

Southwick CH. Regulatory mechanisms of House Mouse populations: social behavior affecting litter survival. Ecology 1955; 36: 627-634.

http://www.sanihelp.it/news/27137/–infertilit-donne-problema/1.html

 

 

 

Il fumo di sigaretta determina una serie di effetti nocivi sulla salute e rappresenta una delle cause principali d’insorgenza di varie patologie e di mortalità. È ormai noto a tutti che il vizio del fumo, chiamato tecnicamente tabagismo, è causa di diverse malattie, quali quelle cardiovascolari, e respiratorie, e di cancro ai polmoni, alla vescica, all’esofago, al rene, al pancreas e allo stomaco. Decisamente meno conosciuto dal grande pubblico è invece il deleterio effetto del tabagismo sulla fertilità; da parecchi anni i ricercatori che hanno studiato il rapporto tra il fumo di sigaretta e la salute riproduttiva hanno fornito prove sostanziali che il fumo è un fattore di rischio d’infertilità maschile e femminile e riduce le probabilità di una coppia di ottenere una gravidanza, oltre al fatto che aumenta la possibilità di effetti negativi sulla salute dei propri figli.

 

Impatto del fumo sulla fertilità maschile

Diversi studi hanno dimostrato che il fumo determina effetti nocivi su diversi parametri del liquido seminale; in particolare i fumatori presentano una riduzione del volume seminale, del numero totale di spermatozoi, nonché del numero di spermatozoi mobili e di spermatozoi con morfologia normale, rispetto agli individui non fumatori. Recenti studi hanno inoltre rilevato che i fumatori hanno un rischio maggiore di presentare alterazioni (frammentazioni) del DNA all’interno degli spermatozoi che possono determinare problemi durante la fecondazione, lo sviluppo dell’embrione, l’impianto dell’embrione ed essere causa di aborti spontanei.

Gli effetti del fumo sull’alterazione dei parametri indicatori della qualità dello sperma sembrano dipendere dalla dose, vale a dire che tanto maggiore è il numero di sigarette fumate ogni giorno e tanto maggiore è il rischio di alterazione della qualità dello sperma. Il meccanismo biologico con cui il fumo determina il peggioramento dei parametri spermatici non è ancora ben chiaro, anche se sembra sia coinvolto un aumento dello stress ossidativo e quindi dei dannosi radicali liberi causato dalle molte sostanze tossiche presenti nel fumo stesso.

Va anche aggiunto il noto il rapporto tra fumo di sigaretta e problemi di disfunzione erettile: infatti maggiore è la quantità di sigarette fumate e maggiore è il rischio di andare incontro a problemi di erezione che possono incidere negativamente sulla sessualità e quindi sulla capacità riproduttiva del fumatore.

Il fumo contribuisce in modi diversi ai problemi di erezione, ma in particolar modo determina soprattutto vasospasmi a livello del pene e favorisce un aumento dell’attività del sistema nervoso simpatico che rende difficoltosa la dilatazione dei vasi sanguigni necessaria all’inturgidimento del pene.

 

Impatto del fumo sulla fertilità femminile

Le donne fumatrici presentano un’incidenza più elevata d’infertilità e impiegano più tempo a concepire rispetto alle non fumatrici. Il fumo è dannoso per le ovaie ed accelera la naturale diminuzione del numero di ovociti che può anticipare la comparsa della menopausa. Le sostanze contenute nel fumo causano sia un’alterazione nella produzione degli ormoni sia una maggiore incidenza di anomalie nel patrimonio genetico (DNA) contenuto all’interno degli ovociti; in aggiunta, il fumo si associa ad un maggior rischio di aborti.

Le gestanti che fumano durante la gravidanza presentano un maggiore rischio di andare incontro a nascite premature e di partorire un bambino con basso peso alla nascita, così come un maggior rischio di anomalie del feto. Senza contare poi che le fumatrici producono meno latte e di più bassa qualità e i loro bimbi hanno un rischio più alto di infezioni respiratorie e di asma, rispetto alle non fumatrici. Come nell’uomo, anche nelle donne il danno biologico causato dal fumo è proporzionale al numero di sigarette fumate ogni giorno.

La riduzione della fertilità nelle donne fumatrici sembra essere dovuta all’interferenza delle sostanze tossiche contenute nel fumo con la maturazione degli ovociti. Alcuni dati della letteratura medica suggeriscono, inoltre, che anche il fumo passivo gioca un impatto sulla fertilità della donna solo lievemente minore rispetto al fumo attivo; pertanto, non solo il fumo attivo ma anche quello passivo va considerato come un fattore di rischio d’infertilità femminile.

Impatto del fumo sulla procreazione medicalmente assistita (PMA)

Il tasso di successo delle tecniche di PMA risulta notevolmente ridotto nelle donne fumatrici: difatti, rispetto alle non fumatrici, è necessario quasi il doppio dei cicli per ottenere una gravidanza.

Le donne fumatrici inoltre:

  • richiedono dosi maggiori dei farmaci utilizzati nella PMA per ottenere una corretta stimolazione ovarica;
  • producono un minor numero di ovociti;
  • devono sottoporsi ad un maggior numero di cicli di PMA in quanto presentano un più basso tasso di fertilizzazione dell’ovocita e di impianto dell’embrione;
  • presentano un più alto tasso di aborti.

Smettere di fumare almeno 2 anni prima di sottoporsi alle tecniche di PMA aumenta significativamente le probabilità di concepimento, sebbene vada precisato che le fumatrici di lungo termine potrebbero manifestare danni alla capacità riproduttiva ormai irreversibili.

 

Conclusioni

I risultati degli studi effettuati sui modelli sia animali che umani e pubblicati nell’ultimo decennio indicano che il tabagismo e l’esposizione alle sostanze tossiche presenti nel fumo hanno un effetto fortemente nocivo sulla fertilità umana, alterando negativamente la qualità e la quantità degli spermatozoi e degli ovociti; non è un caso, quindi, che il tasso di infertilità nei fumatori sia quasi il doppio rispetto ai soggetti non fumatori. Infine è importante sottolineare che gli studi umani suggeriscono che smettere di fumare può consentire di ritardare l’età della comparsa della menopausa e di migliorare potenzialmente la qualità degli ovociti e dello sperma. In sintesi, gli studi attualmente disponibili suggeriscono che gli uomini e le donne in età riproduttiva debbano essere fortemente incoraggiati a smettere di fumare, al fine di preservare la loro fertilità.

 

Dott. Maurizio Cignitti

Responsabile Centro Medicina della Riproduzione, OORR Ancona

 

 

Fonti

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  12. Sun L et al. Meta-analysis suggests that smoking is associated with an increased risk of early natural menopause. Menopause 2012; 19: 126–132.

Marzo è il mese dell’endometriosi, una patologia cronica invalidante che si associa a varie complicanze, tra cui l’infertilità

In tutto il mondo marzo è il mese dedicato all’endometriosi, che quest’anno è culminato con la “Giornata Mondiale dell’endometriosi” – tenutasi sabato 24 marzo -, ossia l’evento clou istituito ad hoc per sensibilizzare le persone su questa malattia.

L’endometriosi è una malattia cronica dolorosa e complessa che colpisce il tessuto che costituisce la parte interna (cavità) dell’utero, chiamato endometrio, da cui il nome “endometriosi”. La malattia origina quando il tessuto endometrio è presente anche al di fuori dell’utero dove non dovrebbe esserci, ad esempio nell’addome, nelle ovaie e nelle tube ovariche. Essendo un tessuto tipico dell’utero e quindi sensibile agli ormoni femminili, l’endometrio “ectopico” (cioè presente altrove al di fuori dell’utero) continua a reagire e a rispondere alle variazioni ormonali che si verificano ad ogni ciclo mestruale, ispessendosi. Ciò provoca rigonfiamento degli organi in cui si trova, con emorragia interna, rottura dei tessuti e infiammazione degli organi colpiti e comparsa di forti dolori, problemi intestinali e di aderenze e, nel 30-40% delle pazienti, problemi d’infertilità.

L’endometriosi è tutt’altro che una patologia poco frequente: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il 10-15% delle donne in età fertile soffre di endometriosi. Solo in Italia i casi di endometriosi sono 3 milioni, generalmente appartenenti alla fascia d’età tra i 25 e i 35 anni; purtroppo la malattia viene diagnosticata con ernome ritardo, mediamente dopo 7 anni.

Oltre al rilevante impatto epidemiologico, l’endometriosi è anche una malattia invalidante sotto il profilo della qualità di vita, con risvolti negativi a livello sociale, relazionale e lavorativo: la malattia causa difatti ansia, discriminazione, paura, giornate di malattia e rischio di perdere il posto di lavoro; problematiche, quindi, di estrema attualità e importanza.

Ma la conseguenza sicuramente più grave e invalidante per la donna stessa e per le coppie è che l’endometriosi porta ad infertilità. Nelle donne affette da endometriosi il tasso di gravidanza è difatti inferiore al 2% per ciclo mestruale, contro un valore del 20% in condizioni normali, con una riduzione quindi della possibilità di avere figli di 10 volte.

L’infertilità  diventa quindi un aspetto fondamentale di cui il medico deve tener conto e che deve affrontare nel momento in cui si appresta alla diagnosi e alla cura dell’endometriosi; dal canto suo, questa patologia condiziona poi l’approccio diagnostico e terapeutico per la cura dell’infertilità per le coppie che decidono di rivolgersi alla fecondazione assistita. La medicina riproduttiva è difatti un’opportunità terapeutica da intraprendere grazie agli elevati tassi di successo che caratterizzano questa tecnica.

Negli ultimi anni sono stati compiuti numerosi passi in avanti sul fronte terapeutico-assistenziale ma anche istituzionale dell’endometriosi: nel 2016 la malattia è stata inserita dal Governo Italiano nell’elenco delle patologie croniche e invalidanti; infine, da marzo 2017 sono entrati in vigore i nuovi LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) previsti per gli stadi clinici di endometriosi moderata e grave.

 

 

Cosa accade a livello psicologico alle donne che, dopo uno o due anni di tentativi per via naturale di rimanere incinta, ricevono una diagnosi di infertilità? Quali emozioni? Quali difficoltà o resistenze psicologiche se decidono di affrontare un percorso di PMA? E qual è il ruolo del compagno nel supportare la donna in questo difficile cammino?

I problemi che alcune donne incontrano nel realizzare il desiderio di maternità possono comportare conseguenze psicologiche molto importanti. La difficoltà a procreare obbliga la donna a fare i conti con un grembo vuoto, con l’assenza di un bambino fantasticato, mai arrivato. L’insuccesso procreativo pone la donna di fronte alla necessità di elaborare un lutto della possibilità di generare un prolungamento di se stessa e del desiderio di continuità. Il compagno potrebbe aiutarla a contenere tali angosce e a mantenerla concentrata sulla consapevolezza dell’unione della coppia nonostante le difficoltà.

Una delle conseguenze psicologiche all’infertilità è la perdita di sintonia con il partner. Capita che il compagno, inizialmente, venga vissuto dalla donna come una figura sullo sfondo, incapace di sintonizzarsi sul proprio dolore, ed ella, chiusa nella ricerca pervasiva di un figlio, inizia a escluderlo dal turbinio delle proprie emozioni, vivendosi completamente sola all’interno del percorso della ricerca di un figlio.

Tuttavia, dopo un’iniziale fase di disperazione e di silenzio, la coppia inizia a confrontarsi sul problema e a riflettere sul da farsi. In questa seconda fase si collocano le prime indagini diagnostiche e i primi contatti con lo specialista di procreazione medicalmente assistita (PMA) al quale spetta, a volte, l’ingrato compito di comunicare l’infertilità e/o sterilità della coppia. Le conseguenze psicologiche di una diagnosi d’infertilità e le ripercussioni che questi percorsi comportano hanno un impatto diverso sulla persona a seconda della diagnosi, della dolorosità e dell’invasività delle procedure diagnostiche nella sfera più intima della coppia. Ammettere di essere impossibilitati a completare il progetto di coppia in senso procreativo significa per entrambi i partner entrare in contatto con i vissuti depressivi legati alla consapevolezza della perdita.

Angosce abbandoniche e aridità: ecco alcune tra le conseguenze psicologiche di una diagnosi d’infertilità

Le conseguenze psicologiche di una diagnosi d’infertilità sono rappresentate nella donna innanzitutto da manifestazioni quali il viversi come un corpo deteriorato, contemporaneamente, emergono angosce di tipo abbandonico, senso d’inconsistenza, di aridità associate a sensazioni di rabbia, di depressione, inferiorità e mancanza di desiderio (Martinelli, 1999). Il compagno ha il compito di aiutare la donna ad affrontare il percorso della PMA come una difficoltà che rafforzerà comunque la coppia stessa. La difficoltà dovrebbe unire i due partner, proprio perché nelle difficoltà si hanno le opportunità di sostenersi, consolarsi, aiutarsi oltre una routine, dove tutto avviene senza ostacoli.

Dottoressa Petrozzi

La nuova tecnica contro l’infertilità maschile che offre
concrete speranze di procreazione

Ecco come la nuova tecnica contro l’infertilità maschile, il Micro-TESE, consente fino
a un 56% di recupero di spermatozoi nei pazienti con azoospermia

 

La nuova tecnica contro l’infertilità maschile, Micro-TESE (Microdissection Testicular Sperm Extraction), rappresenta una vera e propria rivoluzione. Consiste in una biopsia testicolare eseguita mediante un microscopio chirurgico che identifica con precisione le zone del testicolo dove sono sicuramente presenti spermatozoi.

Un microscopio che permette di selezionare solo spermatozoi adatti alla procreazione

Nello specifico, il microscopio aumenta il campo visivo dell’urologo, che esegue la biopsia di 25-40 x a livello dei tuboli dove si sviluppano gli spermatozoi all’interno del testicolo, consentendo una maggior selettività dell’operazione, evitando danni e facendo crescere del 20% la possibilità di identificare spermatozoi adatti alla riproduzione.

 

Praticata in Spagna già da diversi anni ha permesso un recupero di oltre il 56% e 6 gravidanze

La nuova tecnica contro l’infertilità maschile arriva dalla Spagna, dove è già praticata da diversi anni nelle cliniche specializzate integralmente nella riproduzione umana. Per fare un esempio concreto, solo nel 2016 grazie al Micro-TESE, sono state eseguite 23 biopsie da cui, in 13 casi, è stato possibile il recupero degli spermatozoi. I dati stimano un tasso di recupero pari al 56,53%, un numero davvero significativo. Inoltre, grazie al recupero di tali spermatozoi, si sono avviate, attraverso un ciclo di fecondazione in vitro, 6 gravidanze.

Aumentando le probabilità di ottenere spermatozoi ottimi per la fecondazione rispetto a quanto accade con la biopsia testicolare classica, il Micro-TESE diminuisce i casi in cui la coppia deve ricorrere alla donazione del seme, per infertilità maschile.

 

Gli esperti spiegano come funziona la nuova tecnica contro l’infertilità maschile

La nuova tecnica contro l’infertilità maschile si pratica presso IVI, un’istituzione sanitaria spagnola specializzata integralmente nella riproduzione umana che conta oltre 40 cliniche in 10 Paesi del mondo. IVI è tra i pochi centri in Spagna dove si utilizza il recupero di spermatozoi tramite Micro-TESE.

“Dobbiamo sempre contare su personale qualificato, con un team di urologi e biologi – afferma il dottor Saturnino Lujan, urologo presso il Centro IVI di Valencia -. Una volta ottenuto il campione di sperma, questi potrà essere congelato in vitro per essere utilizzato in futuro o direttamente senza la necessità di ricorrere a trattamenti di congelamento”.Anche se Micro-TESE è un metodo rivoluzionario per recuperare gli spermatozoi, “l’ideale – conclude la dottoressa Daniela Galliano, direttrice del Centro IVI di Roma – sarebbe raggiungere un ingrandimento visivo tale che ci consenta di vedere direttamente lo sperma. Attualmente stiamo lavorando su tecniche di immagine che ci renderanno più facile l’individuazione dei tubuli che contengono sperma”.

Qualunque forma essa prenda, la diagnosi d’infertilità scuote le radici profonde dell’immagine di sé costituendo un’esplosione emotiva che necessita, quasi sempre, di un intervento psicoterapico, volto ad aiutare le persone a superare l’angoscia, il dolore, la deprivazione.
L’intervento psicoterapico ha lo scopo, in primis, di spingere la coppia verso una ridefinizione dell’identità, incanalando e sublimando il bisogno di prendersi cura verso un’immagine più libera, radicandola nelle personali capacità creative, piuttosto che non restringendola alle sole capacità procreative.

 

L’intervento psicoterapico deve servire anche a scindere atto sessuale e fecondazione

Un’altra funzione che ha l’intervento psicoterapico, all’interno dei percorsi di PMA, consiste nell’aiutare la coppia a recuperare l’intimità sessuale inevitabilmente violata dalle tecnologie. Molto spesso il ricorso alle tecniche di PMA si ripercuote negativamente sulla vita sessuale della coppia, con conseguente calo della libido in entrambi i sessi, fino alla disfunzione erettile nell’uomo e con una riduzione della fertilità nella donna. L’elaborazione della separazione tra atto sessuale e fecondazione è un punto cruciale dell’intervento psicoterapico che può condurre ad accettare una declinazione della sessualità fondata sul senso di appartenenza affettiva e a facilitare il superamento del vissuto mortifero connesso a una generatività desessualizzata.

 

Anche dopo la nascita del figlio l’intervento psicoterapico serve a gestire sentimenti complessi

Inoltre, il grado di elaborazione da parte degli adulti dei vissuti angosciosi connessi alla PMA, induce a ritenere altamente opportuno l’intervento psicoterapico specifico per le coppie anche successivamente alla nascita del figlio così tanto atteso, sia perché la realizzazione del desiderio costringe i genitori a confrontarsi con quel groviglio di sentimenti complessi che l’insuccesso riproduttivo aveva accantonato, sia perché i bambini voluti caparbiamente sono esposti più degli altri al rischio di rimanere soffocati in un rapporto esclusivo con i genitori, in particolare con la madre, privati della possibilità di accedere ad altri investimenti relazionali.

Dott.ssa Angela Petrozzi

Oggi sono molte le donne che hanno difficoltà a rimanere incinte. Le ragioni sono varie: in primis, sicuramente, rispetto a una volta, l’età anagrafica più alta in cui si decide di avere un figlio. Ecco, allora, che prima di parlare d’infertilità o di ricorrere a tecniche più sofisticate, il ginecologo può consigliare, come primo tentativo, di provare con una stimolazione ovarica semplice.
Andiamo a vedere, allora, come funziona questa procedura.

Per una-due settimane si assumono ormoni che inducono la produzione follicolare

La stimolazione ovarica semplice consiste nell’assunzione di farmaci – per la precisione gli ormoni FSH (follicolo stimolante) e LH (luteinizzante) – atti a indurre un’ovulazione di modo che l’ovaio produca follicoli maturi di almeno 18 millimetri di diametro contenenti un ovocita da fecondare.
La terapia è dunque finalizzata a scegliere gli spermatozoi idonei a sbloccare le tube uterine in modo da permettere il passaggio degli ovociti. In questo senso la stimolazione ovarica semplice si rivela particolarmente adatta alle donne sopra i 40 anni che faticano ad avere figli.
La procedura è semplice: la paziente dovrà seguire la cura a base di ormoni per un periodo che varia da una a due settimane iniettandosi, per via sottocutanea o intramuscolare, i farmaci. Tutto questo avverrà con la supervisione di un medico che terrà sotto controllo l’andamento della terapia e la risposta della donna mediante monitoraggio e controlli ormonali.
Durante l’ecografia, eseguita con una sonda transvaginale, il ginecologo, già a distanza di 2-3 giorni dalla prima iniezione, valuta la risposta ovarica.

La procedura di stimolazione ovarica semplice può essere ripetuta più volte

Ormai diffusi da tempo, i ginecologi considerano sicuri questi trattamenti di stimolazione ovarica semplice, tanto che, se non andassero subito a buon fine, possono essere ripetuti anche fino a 8-9 volte senza rischi per la salute futura della donna.
Potrebbero esserci, però, degli inconvenienti legati ai principali effetti secondari derivanti dall’assunzione di ormoni: tensione addominale, gonfiori, difficoltà digestive, nausea, diarrea, aumento di peso, pelle e capelli più secchi, urina più scura.

Dott. Placido Borzì.

Esistono numerosi protocolli di stimolazione ovarica ma, per la fecondazione in vitro, i più utilizzati sono i protocolli di stimolazione lungo e corto. In entrambi i casi i farmaci impiegati sono gli stessi, mentre le differenze sostanziali riguardano il momento di somministrazione e le candidate all’accesso.
Vediamo allora di vedere, un po’ più nel dettaglio, quali sono le differenze sostanziali tra i protocolli di stimolazione lungo e corto.

 

Come funziona il protocollo di stimolazione lungo

Nel protocollo di stimolazione lungo la paziente inizia ad assumere gli ormoni il secondo giorno del ciclo. La funzione svolta da questi farmaci è di sopprimere gli ormoni FSH e LH in modo da bloccare l’ovulazione e la produzione di estradiolo. La soppressione controllata delle ovaie con il protocollo FIVET di stimolazione lungo prevede che i follicoli che si origineranno non saranno di dimensioni superiori ai 15 mm e consente allo specialista di controllare completamente la stimolazione ovarica, al fine di evitare una luteinizzazione precoce, ovvero un picco di LH intempestivamente determinato come risposta a concentrazioni crescenti di estrogeni, cioè quando il follicolo è ancora immaturo.
La stimolazione ovarica si effettua con antagonisti dell’ormone di rilascio delle gonadotropine (GnRH) e di norma la crescita follicolare è stabile. Una volta verificato che i follicoli hanno le giuste dimensioni (inferiori a 17 mm) e che il livello di estradiolo è buono (150-200 pg/ml), si somministra hCG (human chorionic ormone) o gonadotropina corionica per ottenere la maturazione ovarica finale. Queste iniezioni di hCG vengono somministrate, infatti, 32-36 ore prima del prelievo degli ovociti.

 

Come funziona il protocollo di stimolazione corto

Il protocollo di stimolazione corto ha durata di circa 4 settimane e corrisponde al ciclo naturale. Tende a essere consigliato alle donne “più avanti con l’età” (in genere dai 37 anni in su) soprattutto se hanno mostrato una bassa risposta delle ovaie nei precedenti cicli.
Tra i protocolli di stimolazione lungo e corto, la differenza è che in quest’ultimo la stimolazione inizia subito il primo giorno del ciclo per sfruttare la liberazione massiva di gonadotropine endogene che si verifica con la somministrazione di GNRHa, prima che s’instauri il blocco ipofisario. Se tutti i controlli e le analisi del sangue vanno bene si procede subito con la somministrazione delle GnRH antagoniste.
I vantaggi sono che, a differenza del protocollo lungo, la quantità introdotta di ormoni è molto più bassa. Se la donna non risponde a questo tipo di stimolazione è chiaramente evidente fin da subito che non può produrre ovuli per conto proprio e che, se desidera un figlio, l’unica opzione praticabile è un programma di FIVET che preveda l’ovodonazione.

Dott. Placido Borzì