Le pazienti sottoposte alle procedure di stimolazione ovarica possono essere definite pazienti poor responder e hyper responder.
Le possibilità di successo delle diverse procedure di stimolazione ovarica variano in base all’età e alle caratteristiche delle singole pazienti.
Una ridotta risposta al protocollo di stimolazione: le poor responder
Si definiscono pazientipoor responder coloro che hanno appunto una ridotta risposta al protocollo di stimolazione ovarica e dunque con una riserva ovarica ridotta.
Si tratta di uno dei problemi maggiori nelle procedure di procreazione medicalmente assistita, in quanto la scarsa risposta sembra rappresentare un fattore prognostico sfavorevole per cicli successivi abbassando notevolmente la possibilità di concepimento. Va sottolineato che i criteri d’identificazione di scarsa risposta ovarica non sono uniformi: nella maggior parte dei casi le poor responder vengono identificate in base al numero dei follicoli pre ovulatori reclutati o sul numero di ovociti prelevati. Non c’è però consenso sul numero soglia: si va da 2 a 5 per i follicoli e da 3 a 5 per gli ovociti.
Alto numero di follicoli prodotti: le hyper-responder rischiano l’iperstimolazione ovarica
Esiste poi un gruppo diverso di pazienti definite hyper-responder, che producono un alto numero di follicoli anche con basse dosi di gonadotropine e richiedono, pertanto, una gestione più attenta al fine di evitare il rischio d’incorrere in una vera e propria patologia definita sindrome da iperstimolazione ovarica (ovarian hyperstimulation syndrome – OHSS). Si tratta di una patologia causata dai farmaci utilizzati per indurre l’ovulazione. Va però altresì chiarito che la sindrome non è una necessaria conseguenza della terapia di stimolazione ovarica, si tratta anzi di un’evenienza eccezionale, e che può essere prevenuta riducendo le stimolazioni dell’ovaio con dosaggi delle gonadotropine più bassi di quelli abituali.
Dott. Placido Borzì
I fattori predittivi di abbandono dei trattamenti della PMA, se valutati in anticipo, possono aiutare i medici a reinstradare le pazienti nell’iter terapeutico.
Dopo aver descritto i motivi e le principali situazioni che portano una coppia al drop-out della PMA, ovvero a decidere di abbandonare il percorso diagnostico-terapeutico per l’infertilità, è opportuno, infatti, esaminare i cosiddetti fattori predittivi di abbandono dei trattamenti della PMA.
Valutare per tempo i suddetti fattori, dunque, può essere un buon aiuto per gli specialisti a individuare le coppie più propense all’abbandono e a intervenire nel modo giusto per far capire l’importanza dell’aderenza all’iter terapeutico.
Tre le variabili ascrivibili tra i fattori predittivi di abbandono dei trattamenti della PMA
I fattori predittivi di abbandono dei trattamenti della PMA sono legati prevalentemente a tre variabili. Analizziamoli nel dettaglio.
Storia dell’infertilità: abbandonano più facilmente le coppie che:
hanno già avuto un figlio;
in cui la causa dell’infertilità è maschile;
le donne con endometriosi e con problemi cronici di ovulazione.
Tipo di trattamento: abbandonano più facilmente le pazienti:
sottoposte a regimi terapeutici molto aggressivi;
quelle in cui è stato recuperato un basso numero di ovociti, in cui l’embryo transfer non è stato effettuato per mancata fertilizzazione degli ovuli;
chi ha avuto una gravidanza esitata in aborto;
che hanno aspettato un tempo troppo lungo tra un trattamento e un altro.
Tipologia di pazienti: correlati negativamente al completamento dei trattamenti sono:
età avanzata;
fattori psico-sociali;
difficoltà economiche;
problemi di relazione di coppia;
basso livello sociale;
fattori personali quali idiosincrasia, motivi etici, ansia e depressione, logistica, paura per la propria salute, altre scelte come l’adozione.
Riferimenti bibliografici
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2. Gameiro et al, Human Reproduction Update 2012, Nov, 18(6): 652-69
3. M. Brandes et al, Human Reproduction 2009 vol 24, N° 12: 3127-35
4. S. Gameiro et al, Human Reproduction Update, 2012, vol 0, pp 1-12
5. Domar et al, Human Reproduction 2012, n°4, pp 1073-79
Dott.ssa Luciana De Lauretis
Lo stress può essere causa d’infertilità perché favorisce la produzione di cortisolo impedendo all’organismo di concepire
Generare aiuta l’uomo e la donna a completare il proprio processo evolutivo di cui fanno parte l’essere figlio, poi giovane-adulto, uomo, padre e infine nonno. Quando questo processo si inceppa, inevitabilmente nella persona si sviluppa stress. Il concetto di stress si inserisce in una visione moderna dell’uomo, in cui mente e corpo non sono scissi, ma integrati, e la salute, così come descritta dall’Organizzazione mondiale della sanità, è uno stato di completo benessere fisico, psicologico e sociale. Il concetto di salute, così inteso, ci fa comprendere in modo più allargato anche il concetto di malattia, intesa come un’alterazione dello stato di salute dovuta non solo e/o non sempre a una causa organica, ma solitamente a più fattori. In questa logica si capisce bene che anche lo stress può essere causa d’infertilità perché determina una condizione di mancato benessere psicofisico.
Lo stress può essere causa d’infertilità, soprattutto di quella inspiegata
A tale proposito, nelle ultime linee guida si legge che il 15% di coppie che accedono a un percorso di PMA (procreazione medicalmente assistita) riceve una diagnosi d’infertilità cosiddetta inspiegata, un’infertilità cui non si riesce ad attribuire una causa accertata, ma a cui si imputano più cause: infertilità definita idiopatica. Entrano in gioco, spesso in questi casi, i fattori psicologici.
C’è dunque un legame tra psicologia e infertilità, ma quale è la causa e quale la conseguenza?
Per rispondere al quesito dobbiamo ripartire dal modello mente-corpo e descrivere il meccanismo dello stress come un fattore da cui partono una serie di effetti-cascata che interessano sia il sistema nervoso autonomo, che reagisce allo stress con specifiche risposte emotivo-comportamentali, sia quello biologico che attiva una serie di risposte ormonali la cui conseguenza può essere riassunta con un calo della libido in entrambi i sessi, fino alla disfunzione erettile nell’uomo e con una riduzione della fertilità nella donna. Dunque lo stress può essere causa d’infertilità.
Un organismo sotto stress non ha le energie per avviare una gravidanza
Un organismo sottoposto a stress va in allarme e, per far fronte a tale situazione ansiogena e reperire tutte le risorse, ha bisogno di un risparmio energetico.La gravidanza è una faccenda troppo dispendiosa per un organismo: un individuo sotto stress difficilmente potrà permettersela. I motivi per cui lo stress può essere causa d’infertilità sono da ricercare nei tratti della personalità. Una struttura di personalità ansiosa e perfezionista, tendente al controllo, con scarsa tolleranza alla frustrazione, difficoltà a chiedere aiuto, elementi psicopatologici pregressi, come disturbi del comportamento alimentare, avrà difficoltà a concepire perché questi sono tutti elementi caratterizzati da una scarsa flessibilità e un’elevata rigidità e competitività.
Se lo stress cala è più probabile che avvenga il concepimento
Sarà capitato a molte coppie infertili, senza una precisa causa, di sentirsi dire da un familiare e/o da un amico “non ci pensate e vedrete che presto arriverà una gravidanza”. Non pensare in tali situazione è pressoché impossibile, paradossale. Soltanto quando sarà la coppia stessa, dopo vari tentativi deludenti di mettere al mondo un figlio, a decidere di abbandonare il progetto e sarà pronta a scegliere strade alternative, è probabile che a questo punto si instauri una gravidanza. Difficile spiegarlo, o meglio dimostrarlo, ma si ipotizza che in quel momento la coppia si mostri più flessibile, esca da uno schema rigido in cui esiste soltanto quell’unico obiettivo, quell’unica soluzione. La coppia si rilassa, la tensione diminuisce, l’organismo sente che non esiste più uno stato di allerta, la produzione ormonale cambia, perché viene meno la produzione di cortisolo, (l’ormone dello stress), il corpo si risveglia predisponendosi ad accogliere una gravidanza.
Dott.ssa Angela Petrozzi
È ormai un dato reale: Ecofoodfertility illustra gli effetti nocivi di certe sostanze sulla fertilità e invita a una rapida soluzione
L’inquinamento ambientale come causa dell’infertilità maschile. È questo uno dei temi caldi emersi a seguito della recentissima inaugurazione a Roma presso l’ospedale San Camillo di Roma di un ambulatorio dedicato proprio al tema dell’infertilità maschile. Un argomento delicato ma di grande attualità, una condizione fisica determinata anche daicambiamenti ambientali e sociali del tempo che stiamo vivendo.
Inquinamento ambientale come causa dell’infertilità maschile e patologie genitali in adolescenza
Ne ha parlato il dottor Giuseppe La Pera in occasione del Convegno della Società italiana di andrologia (Sia) che si è tenuto – appunto – presso l’azienda ospedaliera San Camillo Forlanini in questi giorni. Nell’ambito del convegno è stato affrontato il tema dell’inquinamento ambientale come causa dell’infertilità maschile anche dovuta all’età sempre più avanzata in cui si decide di fare un figlio.
Si è discusso, inoltre, del peso che hanno alcunepatologie dell’apparato genitale in età adolescenziale sulla futura vita fertile e sessuale. Un adolescente su due ha un problema genitale più o meno grave ma, nella stragrande maggioranza dei casi, non se ne fa carico, non si rivolge a specialisti e spesso cerca soluzioni fai-da-te ancor più dannose per la sua salute.
Ecofoodfertility: il progetto che analizza l’inquinamento ambientale come causa dell’infertilità maschile
Ecco allora che occorre un’attenzione maggiore sin da un’età molto giovane alla preservazione della fertilità. Su questa linea preventiva si posiziona Ecofoodfertility, un progetto di respiro internazionale che analizza sia l’alimentazione sia l’inquinamentoambientale come causa dell’infertilità maschile. I risultati di un’indagine approfondita condotta in luoghi molto inquinati, come la Terra dei Fuochi, Gela, Piombino, Taranto e Brescia, hanno fornito subito un dato preoccupante: gli spermatozoi degli abitanti di queste zone hanno una diminuita mobilità. Dunque il seme maschile, all’interno di questa indagine epidemiologica, diventa un vero e proprio sensore della qualità ambientale e quindi un indicatore precoce dello stato di salute. Secondo le ricerche svolte dagli artefici di Ecofoodfertility lo sperma danneggiato può rendere più vulnerabili i bambini che nasceranno, se non, persino, più generazioni.
Vanno ridotte subito tutte le fonti d’inquinamento che creano danni agli spermatozoi
Motivo per cui, in base ai dati dei ricercatori, è di primaria importanza ridurre in brevissimo tempo tutte le fonti di inquinamento. Sotto accusa i metalli pesanti e tutti quegli elementi che rientrano nella categoria degli interferenti endocrini, ovvero sostanze che interferiscono con i recettori per gli ormoni sessuali impedendo un corretto sviluppo degli spermatozoi.
Intraprendere la fecondazione eterologa: luci e ombre di un “salvagente” delle gravidanze fino a poco fa ritenute impossibili
Intraprendere la fecondazione eterologa rappresenta una possibilità per la coppia con diagnosi di sterilità. La legge 40/2004 in materia di Procreazione medicalmente assistita (Pma) prevedeva, fino a due anni fa, l’utilizzo esclusivo di tecniche di tipo omologo (quelle cioè che utilizzano seme e ovociti della stessa coppia).
9 aprile 2014, una data storica: via libera della Consulta a intraprendere la fecondazione eterologa in Italia
Il 9 aprile 2014 la Corte Costituzionale ha dato il via libera ad intraprendere la fecondazione eterologa in Italia, attraverso una modifica (sentenza 162) delle linee guida previste in materia di Pma: quando uno dei due partner è sterile, è possibile arrivare a una gravidanza attraverso l’utilizzo di un gamete, un ovulo o uno spermatozoo, di una terza persona, cioè il donatore.
L’accesso alla fecondazione eterologa è stato inserito dalle varie regioni nei Lea (Livelli essenziali di assistenza) e prevede per la coppia il pagamento di un ticket. Il permesso legislativo di accedere alla fecondazione eterologa apre un nuovo scenario emotivo per le coppie. Se fino a qualche anno fa, per una coppia impossibilita a procreare, la legge prevedeva come unico diritto alla genitorialità l’adozione e/o l’affidamento (Legge 149/2001), questo ampliamento di orizzonti sconvolge, in un certo senso, la psicologia della coppia sterile.
I dubbi sulla difficile scelta d’intraprendere la fecondazione eterologa
A questo punto dobbiamo chiederci: quali fasi emotive precedono la scelta del percorso da intraprendere? Che differenze ci sono sul piano emotivo tra adottare un bambino oppure procreare un figlio decidendo di intraprendere la fecondazione eterologa? Quali vissuti si generano nella coppia? Come viene vissuta la scelta di intraprendere la fecondazione eterologa da una coppia con problemi oncologici? Cercherò di rispondere ai vari interrogativi, partendo dal concetto di sterilità, pur nella consapevolezza che, in Italia, esistono poche ricerche scientifiche sull’argomento “eterologa”, quindi ancora pochissimi risultati utili a orientare le risposte su un’evidenza scientifica.
Distinguiamo tra diagnosi di sterilità e d’infertilità: quali conseguenze psicologiche
La diagnosi di sterilità differisce innanzitutto profondamente da quella d’infertilità.
Una coppia infertile è una coppia che non è stata in grado di concepire dopo 12/18 mesi di rapporti sessuali intenzionalmente fecondi (2-3giorni/settimana) le cui cause sono ancora da individuare. La coppia sterile è una coppia nella quale esistono delle cause accertate che riguardano uno o entrambi i coniugi, per cui esiste una condizione fisica permanente che non rende possibile la procreazione. Esiste una diagnosi d’incapacità biologica da parte della coppia di contribuire al concepimento. In Italia sono circa il 20% le coppie che arrivano a un centro di PMA dove viene fatta una diagnosi di reale sterilità. Alla diagnosi segue un periodo turbolento per la coppia in cui si alternano solitamente tre fasi: accettare di non potere, accettare di dover chiedere aiuto e “ristrutturare” la propria identità personale e di coppia.
La dura fase di accettazione è il primo passo per chiedere aiuto e ridefinire la propria identità
La prima fase ha a che fare con l’elaborazione della perdita del progetto di genitorialità. La coppia vive la frustrazione di non essere capace di progredire nel proprio ciclo vitale. La coppia sterile perde improvvisamente la prospettiva di poter evolversi da coppia coniugale a coppia genitoriale e vede svanire un progetto che era solitamente “il progetto” della propria vita: quello di avere un figlio. Come succede quando viviamo un lutto importante, la reazione emotiva rispetto a una perdita è caratterizzata da varie fasi che passano dal senso d’incredulità alla disperazione, dalla rabbia alla rassegnazione e quindi alla consapevolezza che le cose sono immutabili ed è necessario accettarle per quello che sono. Accettare di non potere è un passo necessario per poter chiedere aiuto. La coppia ha bisogno che qualcuno la guidi nella fase di ristrutturazione della propria identità.
Riuscire a superare il vissuto di fallimento e il senso d’inferiorità rispetto all’altro (partner) o agli altri (coppie fertili), sentendosi ancora uomo o donna nonostante la propria sterilità, è fondamentale per poter rinnovare il proprio progetto iniziale verso nuove prospettive. A questo punto la coppia sterile può decidere di adottare, d’intraprendere la fecondazione eterologa oppure di rimanere soltanto coppia per sempre.
Intraprendere la fecondazione eterologa offre alla coppia l’opportunità di vivere la gravidanza
Decidersi a intraprendere la fecondazione eterologa, permette alla coppia di riparare la diagnosi di sterilità attraverso una procreazione non solo affettiva, come avviene nell’adozione, ma anche biologica.
L’eterologa permette, infatti, alla coppia di viversi l’esperienza della gravidanza, di seguire la crescita del proprio bambino fin dai primi momenti della vita prenatale, a partire dal risultato, tanto atteso del test di gravidanza, fino al suo monitoraggio attraverso le visite ecografiche. Tuttavia, il donatore o la donatrice alterano la normalità del processo di procreazione a tal punto da generare talvolta, nell’uomo e nella donna “riceventi”, sentimenti ambivalenti molto simili a quelli vissuti dalla coppia adottiva. Il sentimento di gratitudine si alterna a fantasie che percepiscono il donatore come una figura potente, giovane e fertile. Ne consegue, per il ricevente, un senso d’inferiorità e un vissuto di esclusione. L’uomo e la donna possono vivere tali emozioni in modo differente a seconda del ruolo che rivestono in tale processo.
La donna, anche quando si vive come la causa della sterilità di coppia, attraverso la scelta d’intraprendere la fecondazione eterologa ha la possibilità di superare il vissuto del fallimento procreativo, identificandosi con un corpo capace di ospitare, contenere e alimentare. La funzione materna, pur castrata della sua capacità generativa iniziale, si riinserisce immediatamente nel percorso procreativo, attraverso la funzione contenitiva e nutritiva dell’utero ospitante.
L’ovodonazione per l’uomo può essere vissuta come minaccia alla propria paternità
Nel caso dell’ovodonazione la donna può respingere così l’insidia dell’intruso. Quando è l’uomo ad avere una diagnosi di sterilità, ricorrere a un donatore può rappresentare una minaccia per la propria identità maschile all’interno della coppia. L’esclusione della sessualità genitale o l’intrusione in essa di elementi estranei tende a deresponsabilizzare l’atto creativo, evocando nell’uomo più spesso che nella donna, fantasmi di onnipotenza” (Passarelli C, 2002) e di persecuzione. Un po’ similarmente a quanto avviene per la coppia adottiva, si sviluppano fantasie sul genitore biologico che può essere vissuto come una minaccia alla propria paternità e il partner, poiché genitore biologico, può venire vissuto in vantaggio rispetto al nascituro.
In questi termini, la coppia adottiva vive un vantaggio: entrambi i partner sono estranei alla storia iniziale del bambino, per cui il vissuto di esclusione accomuna e unisce i genitori adottivi, anziché dividerli.
Nei pazienti oncologici intraprendere la fecondazione eterologa è una conquista importante
La situazione è diversa quando a intraprendere la fecondazione eterologa è una coppia con problemi oncologici. La preservazione della fertilità nei pazienti oncologici, attraverso la conservazione degli ovociti, o del liquido seminale, prima di effettuare il trattamento chemioterapico, è una conquista importante della medicina degli ultimi anni. Tuttavia non è sempre una scelta percorribile a causa delle varie difficoltà che la malattia oncologica comporta. Per esempio, sebbene nell’uomo la preservazione dei gameti, non implichi un ritardo nell’inizio del trattamento antitumorale, alcuni pazienti non hanno il tempo per eseguire raccolte plurime, limitando così i campioni di eiaculato disponibili.
Inoltre la crioconservazione riduce la qualità del liquido seminale per cui è possibile che non ci siano spermatozoi utilizzabili dopo scongelamento. Tra le tecniche di crioconservazione per la donna, l’unica che abbia dimostrato risultati riproducibili, oltre alla crioconservazione degli embrioni vietata in Italia dalla legge 40/2004, è la crioconservazione di ovociti maturi, tecnica che richiede dei tempi non sempre disponibili. Intraprendere la fecondazione eterologa, quindi tramite donatore esterno alla coppia, rappresenta, spesso, l’unica possibilità anche per le coppie con una storia di malattia oncologica.
Tuttavia, i vissuti psicologici, che si sviluppano in questi casi, presentano delle differenze rispetto a quelli che vive normalmente una coppia sterile senza una causa oncologica. Se la coppia sterile vive il sentimento della “vergogna” nel percepirsi ingiustamente diversa rispetto agli altri e sviluppando comportamenti d’isolamento rispetto al mondo degli amici e talvolta anche dei familiari, la coppia con storia oncologica si ritiene fortunata per essere riuscita a vincere la malattia e vive la mancanza del gamete, non come una vergogna legata al Sé, al senso d’identità: “sono una persona sterile”, ma come un evento fortuito, che non dipende dal Sé, ma da un evento esterno di cui si è vittima.
La coppia con storia oncologica vive il donatore come una figura salvifica
Nel 1954 Julian B. Rotter, uno psicologo statunitense, descrisse il costrutto “attribuzione causale interna/esterna” (Locus of control) per indicare la modalità con cui un individuo ritiene che gli eventi della sua vita siano prodotti da suoi comportamenti o azioni, oppure da cause esterne indipendenti dalla sua volontà. Il senso di attribuzione causale esterna alla propria sterilità protegge la coppia con storia oncologica da sentimenti di vergogna e bisogno di isolamento. La scelta d’intraprendere la fecondazione eterologa, in questi casi, viene affrontato con maggior naturalezza, quasi come una delle tante medicalizzazioni già vissute nei reparti di oncologia. Sono persone che hanno ricevuto trasfusioni di sangue e talvolta veri e propri trapianti. Il donatore, da queste coppie, viene vissuto come una risorsa indispensabile, una figura salvifica e non una minaccia alla propria identità.
La coppia può anche scegliere di rinunciare alla genitorialità valorizzando ciò che ha
La reazione emotiva della coppia alla sterilità dipende sostanzialmente dalla sua capacità di far fronte alle difficoltà. In psicologia si utilizza il termine “resilienza”, intesa come quella capacità di una persona o di un gruppo di svilupparsi positivamente, di continuare a progettare il proprio futuro, a dispetto di avvenimenti destabilizzanti. Le risposte degli individui alle malattie sono chiaramente diverse a seconda, sia delle caratteristiche di queste ultime, in relazione al tipo, alla gravità, alla durata della malattia stessa, che delle caratteristiche personali, intese come stili cognitivi, emotivi e relazionali.
È importante per la coppia poter valutare, come possibili alternative alla procreazione e all’adozione, il non avere figli, approfondendo i propri vissuti di accettazione o di rifiuto in merito alla mancata genitorialità. La coppia può decidere di rinunciare al progetto della procreazione, accettare di non avere figli, restando una coppia per sempre. Per compiere al meglio tale processo, è di grande aiuto cercare di valorizzare quello che uno ha, in termini di amicizie, relazioni, progetti e interessi, piuttosto che su quello che non si ha, riprogettando il proprio futuro attraverso nuove aspettative.
Dott.ssa Angela Petrozzi
La comunità scientifica evidenzia il rapporto diretto tra fattori contaminanti e infertilità: i rischi maggiori
L’ infertilità è un tema sempre più attuale, al di là delle polemiche legate alla campagna del ministero della Salute in occasione del primo Fertility Day del 22 settembre prossimo. Per parlarne nel modo più esauriente possibile occorrerebbe, secondo quanto sostiene l’Associazione nazionale dei medici per l’ambiente (ISDE Italia), iniziare, per esempio, ad analizzare più nel dettaglio il legame strettissimo tra contaminanti ambientali e infertilità.
Contaminanti ambientali e infertilità: i pesticidi minano la “salute” degli spermatozoi
Esiste ormai una letteratura scientifica in merito che dimostra esserci una reale correlazione tra esposizione a contaminantiambientali e infertilità, a cominciare dai pesticidi. In particolare, pare che l’esposizione professionale a queste sostanze determini un problema di alterazione della funzione gonadica maschile, ovvero di diminuzione della qualità degli spermatozoi sia dal punto di vista della motilità sia come numero. E non finisce qui. L’esposizione a contaminanti come i pesticidi causerebbe alterazioni nel DNA andando a influenzare negativamente il processo di spermatogenesi, ovvero tutte quelle fasi che determinano la maturazione delle cellule germinali maschili che avviene nei testicoli.
In linea generale sembra che tutte le sostanze che agiscono come interferenti endocrini, ovvero i parabeni, gli ftalati, i ritardanti di fiamma, le diossine eccetera provochino alterazioni ormonali con conseguente danno sulla fertilità.
L’inquinamento espone al rischio di nascite pretermine, basso peso alla nascita e abortività
È perciò ormai ben chiaro che contaminanti ambientali e infertilità abbiano un rapporto diretto, basti pensare solo ai danni provocati all’organismo dalla cattiva qualità dell’aria: si può cominciare elencando i problemi ischemici, circolatori, respiratori, tumorali fino ad arrivare ai danni causati al cervello e, non ultima, alla salute riproduttiva. I pericoli per la fertilità, stando ai dati di un’importante metanalisi svolta pochi anni fa, si stimano, per ogni incremento di 10µg/m3 di PM 2.5, in un aumento del 15 per cento di rischio di nascite pretermine e di un incremento del 9 per cento di rischio di basso peso alla nascita. Contaminanti come l’inquinamento atmosferico, secondo altri studi scientifici, sarebbe poi all’origine dell’abortività spontanea.
Più consapevolezza e norme più stringenti per spezzare il legame tra contaminanti ambientali e infertilità
Insomma, contaminantiambientali e infertilità si terrebbero strette la mano, motivo per cui l’invito dei medici per l’ambiente sarebbe quello di acquisire una maggior consapevolezza dei rischi connessi all’insalubrità del normale ambiente di vita e lavorativo al fine di prevedere normative a maggior tutela della salute pubblica.
Le ragioni di abbandono in PMA, in linea generale, sono principalmente attribuibili a stress psico-fisico, a vari tipi di paure, oltre a scarsa fiducia nel centro e nello staff medico.
Va detto che le tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) forniscono elevate probabilità cumulative di gravidanza, ma a dispetto di queste buone possibilità di realizzare il proprio progetto genitoriale, molte coppie, per una propria decisione, scelgono di non seguire il trattamento in maniera continuativa, quindi per ragioni che non sono di ordine medico né relative ai costi dei trattamenti stessi. Anzi, molte volte si tratta di pazienti a buona prognosi e in grado di sostenere il peso economico delle terapie.
Inoltre è importante evidenziare questi dati:
• circa la metà delle coppie infertili non ricorre a trattamenti per l’infertilità;
• un terzo delle coppie abbandona dopo il primo fallimento FIVET/ICSI;
• il 1° ciclo è quello più favorevole sui risultati, ma più tentativi aumentano le probabilità di arrivare alla gravidanza;
• la percentuale di bambini nati da tecniche di PMA è il 22% per ogni ciclo iniziato e può raggiungere il 50% se i pazienti si sottopongono ad un numero ottimale di cicli (3);
• esiste un modello teorico secondo il quale il Centro di PMA registrerebbe circa il doppio di gravidanze se tutte le coppie senza successo fossero disposte a concludere 7 cicli di PMA.
Le principali ragioni di abbandono in PMA? Stress emotivo e fisico (Global Burden of Disease)
Ma quante sono le coppie che abbandonano? Il dato è estremamente disomogeneo. Nell’ambito della letteratura scientifica può variare dal 7 all’80 per cento. In media il numero di abbandono in PMA è compreso tra il 25 e il 60 per cento.
I momenti più critici nell’interruzione si verificano nel 50 per cento dei casi prima che inizi qualunque trattamento e 2/3 dei pazienti abbandona prima di iniziare procedure di 2° livello (FIVET/ICSI).
Le ragioni di abbandono in PMA sono principalmente: lo stress emotivo, la scarsa prognosi, il rifiuto dei trattamenti e problemi di relazione.
In termini generali, le cause dell’abbandono possono essere raggruppate in tre fattori. Vediamoli.
1. fattori legati alla coppia/individuo: si tratta di paure e timori nei riguardi delle procedure, della salute dei futuri bambini, e di aspettative spesso non realistiche;
2. fattori legati al Centro medico: accesso alle cure, tempi di attesa, organizzazione dello staff di lavoro, deficit d’informazione e difficoltà nella comunicazione, mancanza di supporti psicologici;
3. fattori legati al trattamento in sé: complessità delle terapie, numero di iniezioni, difficoltà a inserire i numerosi controlli nel proprio contesto di lavoro, logistica eccetera. Dott.ssa Luciana De Lauretis
Interferenti endocrini, i nuovi responsabili d’infertilità. Nascosti in moltissimi oggetti di uso comune, ecco come agiscono
Pensavamo di essere arrivati a elencare più o meno tutte le cause d’infertilità, a parte i casi d’infertilità inspiegata. E invece no. Questa volta a salire sul banco degli imputati sono delle sostanze chimiche che possiamo trovare in moltissimi oggetti di uso comune e con cui, a nostra insaputa, “conviviamo” ogni giorno. Stiamo parlando degli interferenti endocrini, una delle cause d‘infertilità. Sono balzati all’onor delle cronache dopo recenti studi effettuati che li descrivono, sostanzialmente, come dei perturbatori o dei distruttori endocrini, nel senso che vanno ad alterare il normale funzionamento del sistema endocrino. In pratica, queste sostanze sarebbero responsabili dell’“accensione”, dello “spegnimento” o dell’“alterazione” dei segnali inviati dagli ormoni al sistema endocrino.
Come difenderci dagli interferenti endocrini, cause d’infertilità
La serietà del problema è dovuta al fatto che tali sostanze si trovano praticamente ovunque. Per esempio sono frequentemente utilizzate nelle lavorazioni industriali, giungendo poi così nelle acque e nel sottosuolo. Occorre perciò capire meglio come potersi difendere dagli interferenti endocrini, cause d’infertilità.
Vediamo come difenderci grazie ai suggerimenti degli esperti di sicurezza alimentare e di tutela della salute.
Non mangiare cibi con parti bruciate;
diminuire il consumo degli alimenti affumicati a caldo;
non travasare liquidi e/o cibi caldi in contenitori di plastica inadeguati a sopportare le alte temperature;
utilizzare pellicole trasparenti e carte per alimenti soltanto attenendosi alle indicazioni del produttore obbligatoriamente riportate in etichetta;
prevedere un’adeguata ventilazione con cappa aspirante quando si cucina;
non utilizzare pentole o padelle antiaderenti se risultano deteriorate e non acquistare tali oggetti su Internet se non si è del tutto sicuri della provenienza;
se sono monouso, non riutilizzare mai recipienti in plastica per gli alimenti;
limitare ogni forma di combustione in ambienti chiusi (fumo di sigaretta, pipa, sigari, candele e incenso) o prevedere un continuo ricambio d’aria;
preferibilmente non acquistare oggetti o componenti d’arredo per la casa in PVC morbido;
moderare l’uso di capi d’abbigliamento trattati con antimacchia e/o idrorepellenti.
Gli interferenti endocrini, cause d’infertilità, minano soprattutto la salute maschile
Tra le varie ricerche svolte in relazione alla fertilità è emerso che gli interferenti endocrini, contenuti soprattutto nei prodotti industriali per la cura della casa e della persona, sarebbero soprattutto responsabili della salute riproduttiva maschile, del cancro ai testicoli, insieme a deformazione degli stessi e del pene.
Un serissimo problema per la salute e di grave impatto sociale, che dovrebbe far scattare l’allarme e la necessità di ritirare dal mercato i prodotti che li contengono, affinché gli interferenti endocrini, cause d’infertilità, vengano “messi alle corde”.
Resto incinta, che fare degli embrioni sovrannumerari?
La coppia che ricorre alle tecniche di fecondazione assistita firma inizialmente un consenso informato in cui decide se vuole ottenere in quel ciclo un numero di embrioni tale da non averne in esubero in seguito al transfer in utero, oppure se vuole venga prodotto un numero maggiore di embrioni in modo da aumentare le probabilità di successo potendo selezionare gli embrioni migliori. Nel secondo caso è chiaro che il biologo insemina un numero di ovociti elevato che genererà degli embrioni in eccesso rispetto a quelli destinati al transfer, gli embrioni sovrannumerari possono essere congelati e utilizzati in cicli successivi per ottenere un’ulteriore gravidanza o perché il primo tentativo è fallito. Gli embrioni in esubero vengono crioconservati e mantenuti in banche di azoto liquido a -196°C. Il transfer da embrioni scongelati risulta molto semplice e per niente invasivo in quanto la donna non viene sottoposta ad alcuna stimolazione ovarica ne ad alcun intervento chirurgico. Tuttavia accade spesso, che, se la coppia ha già ottenuto una o più gravidanze e non desidera averne altre, pur avendo altri embrioni crioconservati a disposizione, decida di non volerli più. Secondo la legge 40 non si può obbligare una donna a trasferire in utero i suoi embrioni congelati, quindi restano abbandonati ad un destino molto incerto. Ciò ha portato ad avere in Italia ad oggi migliaia di embrioni abbandonati. Per poter lasciare degli embrioni congelati in stato di abbandono, i genitori biologici devono produrre un documento scritto di rinuncia e non risultano più contattabili dalla clinica.
In Italia, a differenza di molti altri stati europei vi è un vuoto legislativo riguardo alle sorti di tali embrioni, quello che è certo è che essi non possono venire utilizzati né a scopo di ricerche scientifiche né possono venire donati a coppie infertili. Affinchè l’embriodonazione possa essere praticata in Italia, gli embrioni dovrebbero essere dichiarati “adottabili” e la legislazione in tal senso non esiste ancora.