Giorno: 15 Luglio 2026

Ricevere una diagnosi di vulvodinia può far nascere molte domande, soprattutto se stai cercando una gravidanza. È naturale sentirsi smarrite e chiedersi: “La vulvodinia può compromettere il mio sogno di diventare mamma? Può causare infertilità?”

È una preoccupazione comprensibile, ne abbiamo parlato con la Dottoressa Federica Esposito, ginecologa presso la UOSD Procreazione Medicalmente Assistita dell’AOU Azienda Ospedale Università di Padova.

Quando il dolore tocca la sfera più intima, è naturale chiedersi se possa compromettere anche la possibilità di avere una gravidanza.

La risposta più corretta, e speriamo rassicurante, è: non necessariamente in modo diretto. La vulvodinia non è considerata una causa diretta di infertilità e non esiste una correlazione diretta di causa-effetto tra vulvodinia e infertilità. Ad oggi, infatti, non ci sono evidenze scientifiche che questa condizione alteri l’ovulazione, la qualità degli ovociti, la riserva ovarica o la funzionalità delle tube.

Questo però non significa che la vulvodinia non possa influenzare il percorso verso una gravidanza, infatti, può incidere in modo significativo sul percorso riproduttivo, soprattutto quando si associa a dolore nei rapporti, endometriosi, dolore pelvico cronico o contrattura del pavimento pelvico.

Cos’è la vulvodinia?

​La vulvodinia è una condizione caratterizzata da dolore vulvare persistente, che dura da almeno tre mesi, senza che sia identificabile una causa specifica come infezioni, malattie dermatologiche o lesioni neurologiche.

Si manifesta spesso come bruciore, dolore al contatto, fitte o sensazione di punture, irritazione, dolore ai rapporti, fastidio persistente quando si è sedute o si indossano abiti aderenti.

​Nella maggior parte delle donne il dolore interessa il vestibolo vaginale (vestibolodinia provocata), cioè è localizzato nell’area attorno all’ingresso della vagina.

Le più recenti linee guida internazionali descrivono la vulvodinia come una patologia multifattoriale, nella quale possono contribuire diversi fattori: alterazione delle terminazioni nervose (ipersensibilità), infiammazione locale, ipertono del pavimento pelvico, fattori ormonali e una diversa elaborazione del dolore da parte del sistema nervoso.

La vulvodinia riduce la fertilità?

La risposta è no.

Molte donne con vulvodinia concepiscono naturalmente e vivono gravidanze fisiologiche.

La vulvodinia, di per sé, non altera l’ovulazione, non causa la chiusura delle tube, non riduce direttamente la riserva ovarica e non impedisce biologicamente l’impianto dell’embrione. Per questo non viene inserita tra le cause di infertilità, come l’endometriosi, l’occlusione tubarica, l’ovaio policistico, l’età riproduttiva avanzata o alcuni fattori maschili.

​La difficoltà, quando presente, non è quasi mai un blocco biologico, ma un ostacolo funzionale: il dolore, o la paura di provarlo (dispareunia), può rendere i rapporti sessuali meno frequenti o fonte di ansia anticipatoria, riducendo di fatto le opportunità di concepimento nei giorni fertili.

Perché alcune donne con vulvodinia fanno più fatica ad ottenere una gravidanza?

​È importante distinguere tra l’incapacità biologica di concepire e le barriere che il dolore crea nella vita quotidiana.

Quando un rapporto è doloroso, è naturale ridurne la frequenza, evitandolo anche nei giorni fertili. In alcuni casi il dolore è talmente intenso da impedire la penetrazione, sviluppando ansia anticipatoria.

​In queste situazioni si parla non di infertilità in senso medico, ma di riduzione delle opportunità di concepimento. È una distinzione importante: la capacità biologica di avere una gravidanza è conservata, ma il dolore rende più difficile avere rapporti sessuali nei momenti utili al concepimento.

Il ruolo del pavimento pelvico

​In molte donne con vulvodinia è presente un ipertono del pavimento pelvico, cioè una contrazione persistente e involontaria dei muscoli che circondano la vagina, che rende la penetrazione dolorosa ed estremamente difficile.

Anche in questo caso, non si tratta di una causa di infertilità, ma di una condizione che può contribuire indirettamente alla difficoltà di concepimento. Per questo motivo la riabilitazione del pavimento pelvico rappresenta oggi uno dei percorsi terapeutici più efficaci nella gestione della vulvodinia.

Cosa dicono gli studi più recenti

Uno studio svedese del 2024, basato su registri nazionali, ha osservato che donne con endometriosi, vestibolodinia provocata o entrambe avevano maggiori probabilità di diagnosi di infertilità e di ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita rispetto ai controlli.

Questo dato è importante, ma va letto con attenzione: lo studio mostra un’associazione, non dimostra che la vulvodinia causi infertilità. Piu probabilmente, in alcune pazienti vulvodinia, endometriosi, dolore pelvico, difficoltà sessuali e infertilità possono appartenere a una stessa storia clinica complessa.

Esistono malattie che possono causare sia vulvodinia sia infertilità?

Sì.

In alcuni casi la vulvodinia può coesistere con malattie ginecologiche che possono influenzare anche la fertilità.

Non significa che una condizione provochi necessariamente l’altra, ma che condividano alcuni meccanismi o possano essere presenti nella stessa paziente.

La patologia ponte più importante: l’endometriosi

Tra le condizioni che possono collegare dolore vulvare, dolore nei rapporti e infertilità, l’endometriosi è probabilmente la più rilevante.

L’endometriosi può causare:

  • dolore pelvico cronico;
  • dolore profondo durante i rapporti;
  • dolore mestruale intenso;
  • infiammazione;
  • aderenze;
  • alterazioni tubariche;
  • endometriomi ovarici;
  • riduzione della qualità dell’ambiente pelvico.

Per questo è una delle patologie ginecologiche più frequentemente associate a infertilità. Negli ultimi anni diversi studi hanno dimostrato che molte donne con endometriosi presentano anche vulvodinia.

Perché succede? Una delle spiegazioni riguarda la cosiddetta sensibilizzazione del sistema nervoso.

Quando il dolore persiste per mesi o anni, il sistema nervoso può diventare progressivamente più sensibile agli stimoli dolorosi. Questo fenomeno, definito sensibilizzazione centrale, può favorire la comparsa di dolore anche in aree diverse da quella inizialmente coinvolta.

Inoltre, il dolore cronico dell’endometriosi può determinare una contrazione persistente del pavimento pelvico, contribuendo allo sviluppo della vulvodinia.

Il risultato può essere un quadro in cui dolore profondo, dolore superficiale, bruciore vulvare e difficoltà nei rapporti si alimentano reciprocamente.

In questo caso, quindi, non è la vulvodinia a causare infertilità, ma entrambe le condizioni possono essere la manifestazione di una stessa patologia sottostante.

Pavimento pelvico, dolore e sessualità

Nelle donne con vulvodinia, soprattutto nella vestibolodinia provocata, si osservano spesso ipertono, disfunzione o alterazioni muscolari del pavimento pelvico.

Un pavimento pelvico contratto può rendere la penetrazione dolorosa, aumentare il bruciore, favorire la paura del rapporto e creare un circolo vizioso: dolore, anticipazione del dolore, contrazione muscolare, ulteriore dolore.

Anche in questo caso non si parla di infertilità biologica diretta, ma di un ostacolo funzionale e relazionale alla possibilità di avere rapporti completi e sereni.

Le altre sindromi dolorose croniche

Le linee guida internazionali sottolineano che la vulvodinia raramente è una malattia “isolata”.

Può infatti coesistere con altre condizioni caratterizzate da dolore cronico, come:

  • sindrome della vescica dolorosa (cistite interstiziale);
  • sindrome dell’intestino irritabile;
  • fibromialgia;
  • cefalea cronica;
  • dolore pelvico cronico.

Queste condizioni condividono alcuni meccanismi biologici legati alla regolazione del dolore da parte del sistema nervoso. Non sono tutte cause dirette di infertilità, ma possono peggiorare la qualità di vita, la sessualità, l’aderenza ai percorsi diagnostici e terapeutici e il vissuto emotivo della ricerca di gravidanza.

Le infezioni ricorrenti possono essere responsabili?

Molte pazienti raccontano di aver avuto numerosi episodi di candidosi prima della diagnosi di vulvodinia.

Oggi sappiamo che, in alcune donne predisposte, episodi infiammatori ripetuti possono contribuire alla sensibilizzazione delle terminazioni nervose della vulva e rappresentare uno dei fattori coinvolti nello sviluppo della malattia.

È però importante ricordare che non tutto il bruciore vulvare è dovuto a una candidosi.

Quando i tamponi vaginali risultano ripetutamente negativi oppure i sintomi persistono nonostante le terapie antimicotiche, è opportuno rivalutare la diagnosi.

Continuare a trattare una vulvodinia come se fosse un’infezione può ritardare la diagnosi corretta e prolungare inutilmente la sofferenza della paziente.

Il peso psicologico e relazionale

Il dolore vulvare cronico non riguarda solo il corpo. Può interferire con l’immagine di sé, il desiderio sessuale, la relazione di coppia, la fiducia nel proprio corpo e il progetto di maternità.

Quando il dolore porta a evitare i rapporti o a viverli con paura, la ricerca di gravidanza può diventare emotivamente più faticosa. Per questo è importante che la paziente non venga ridotta al singolo sintomo, ma venga ascoltata nella sua storia complessiva: dolore, sessualità, relazione, desiderio di gravidanza e tempi riproduttivi.

La vulvodinia può interferire con la procreazione medicalmente assistita?

In alcuni casi sì.

Le ecografie transvaginali, le visite ginecologiche e alcune procedure necessarie durante i percorsi di procreazione medicalmente assistita possono risultare particolarmente dolorose.

Per questo motivo è importante informare sempre il ginecologo o il centro di fertilità della presenza della vulvodinia.

Con alcuni accorgimenti e una gestione multidisciplinare è possibile rendere il percorso molto più tollerabile.

La vulvodinia, di per sé, non rappresenta una controindicazione ai trattamenti di fertilità.

Un approccio multidisciplinare migliora il percorso verso la gravidanza

La gestione della vulvodinia richiede spesso la collaborazione di diversi specialisti.

A seconda della situazione clinica possono essere coinvolti:

  • il ginecologo esperto in patologia vulvare;
  • il fisioterapista del pavimento pelvico;
  • il terapista del dolore;
  • il sessuologo;
  • lo psicologo, quando il dolore cronico ha un impatto importante sulla qualità della vita e sulla relazione di coppia.

L’obiettivo non è soltanto ridurre il dolore, ma permettere alla donna di tornare a vivere serenamente la propria sessualità e, quando lo desidera, affrontare con maggiore tranquillità la ricerca di una gravidanza.

Cosa è importante ricordare 

La vulvodinia non causa infertilità, ma può rendere più difficile il concepimento naturale perché il dolore limita o impedisce i rapporti sessuali. In alcuni casi, inoltre, può essere associata a patologie come l’endometriosi, che invece rappresentano una causa riconosciuta di riduzione della fertilità.

Per questo motivo il dolore vulvare persistente non dovrebbe mai essere considerato “normale” o qualcosa con cui imparare a convivere.

Una diagnosi precoce e un trattamento personalizzato consentono non solo di migliorare la qualità della vita, ma anche di affrontare con maggiore serenità il desiderio di una gravidanza.

Un pensiero per te

​Se senti che il dolore sta frenando il tuo progetto di maternità, non cercare risposte da sola. ​Anche se il percorso può sembrare più tortuoso, non sei meno capace di diventare madre. Molte donne, dopo aver affrontato un percorso di cura consapevole, riescono a ritrovare il piacere e a vivere con gioia la ricerca di un figlio.

​La vulvodinia non definisce la tua capacità di procreare; è solo un aspetto della tua salute che, con il supporto giusto, può essere gestito per permetterti di realizzare il tuo progetto di vita.

 

Riferimenti scientifici

  • Bernstein J, Goldstein AT, Stockdale CK, et al. 2015 ISSVD, ISSWSH and IPPS Consensus Terminology and Classification of Persistent Vulvar Pain and Vulvodynia. Obstetrics & Gynecology. 2016.
  • Bornstein J, Preti M, Simon JA, et al. Descriptors of Vulvodynia: A Multisocietal Consensus Terminology. Journal of Lower Genital Tract Disease. 2019.
  • Muhlrad H et al. Health and socioeconomic well-being of women with endometriosis and provoked vestibulodynia: longitudinal insights from Swedish registry data. PLOS ONE. 2024;19(9):e0307412. doi: 10.1371/journal.pone.0307412.
  • American College of Obstetricians and Gynecologists (ACOG). Committee Opinion No. 673: Persistent Vulvar Pain. Reaffirmed 2024.
  • International Society for the Study of Vulvovaginal Disease (ISSVD). 2013 Vulvodynia Guideline Update.
  • European Society of Human Reproduction and Embryology (ESHRE). Guideline on Endometriosis. 2022.
  • International Pelvic Pain Society (IPPS). Clinical guidance on chronic pelvic pain.
  • Reed BD, Harlow SD, Sen A, Edwards RM, Chen D, Haefner HK. Relationship between vulvodynia and chronic comorbid pain conditions. Obstetrics & Gynecology. 2012;120(1):145-151. doi: 10.1097/AOG.0b013e31825957cf.
  • Merlino L et al. Vulvodynia: Pain Management Strategies. Journal of Clinical Medicine. 2022;11(23):7063. doi: 10.3390/jcm11237063.

L’impatto dell’ambiente in cui viviamo sulla capacità riproduttiva di uomini e donne è un tema a cui la comunità scientifica dedica sempre più attenzione. L’aria che respiriamo, gli oggetti che tocchiamo e i cibi che portiamo in tavola contengono sostanze invisibili capaci di dialogare – alterandone i messaggi – con il nostro sistema ormonale.

Queste sostanze le incontriamo ogni giorno, spesso senza saperlo: nel fumo di sigaretta, negli alimenti, negli oggetti di plastica che usiamo in casa. Si chiamano interferenti endocrini, e secondo l’Istituto Superiore di Sanità sono in grado di alterare la struttura e la funzione dell’apparato riproduttivo, sia maschile che femminile, incidendo su fertilità, endometriosi e altre patologie (ISSalute).

Le prove sono solide: ad esempio, i dati raccolti dalla Società Europea di Riproduzione Umana ed Embriologia (ESHRE) indicano che l’esposizione prolungata agli inquinanti urbani riduce la probabilità di concepimento naturale e riduce la qualità dei gameti.

Ne abbiamo parlato con il Dottor Bruno Barba, responsabile centro PMA Casa di Cura Salus Brindisi, per capire quali sono le sostanze più diffuse, come agiscono sul nostro corpo e cosa possiamo fare, nel concreto, per proteggere la nostra fertilità.

Cosa sono gli interferenti endocrini e perché se ne parla sempre di più quando si affronta il tema della fertilità?

L’esposizione quotidiana a numerosi fattori ambientali è ormai da tempo considerata un fattore di rischio per la salute di uomini e donne e ha un impatto negativo sulla fertilità degli stessi.

Queste sostanze a cui quotidianamente siamo esposti vengono definiti INTERFERENTI ENDOCRINI poiché sono in grado di interferire con il nostro sistema endocrino alterando la produzione di ormoni che regolano la funzione degli organi, tra cui anche l’apparato riproduttivo.

L’esposizione costante e prolungata incide per circa il 20% sullo sviluppo di patologie dell’apparato riproduttivo come endometriosi, infertilità, ridotta qualità degli spermatozoi, malformazioni congenite e tumori.

È stata riscontrata una grande quantità di interferenti endocrini presenti nell’ambiente, nelle sostanze e oggetti di uso quotidiano che possiamo così sintetizzare:

  • FUMO DI SIGARETTA
  • ALIMENTAZIONE E CONTAMINANTI ALIMENTARI
  • PESTICIDI E ANTIPARASSITARI
  • ADDITIVI E PRESERVANTI DI PRODOTTI INDUSTRIALI

In che modo il fumo di sigaretta danneggia la capacità riproduttiva, in particolare in ottica di PMA?

Il fumo di tabacco contiene centinaia di sostanze nocive che peggiorano la fertilità, maschile e femminile. Nella donna il fumo di sigaretta riduce la fertilità e aumenta il tempo necessario per ottenere la gravidanza; determina una riduzione della qualità ovocitaria con minori tassi di gravidanza nelle pazienti che si sottopongono a tecniche di fecondazione assistita e un danneggiamento della funzione tubarica con maggiore tasso di gravidanza extrauterina.

Sull’uomo il fumo determina una riduzione del numero e della motilità degli spermatozoi e una maggiore frammentazione del loro DNA.

Che ruolo ha l’alimentazione?

Le diossine generate dai processi industriali e di combustione e i metalli pesanti entrano nella catena alimentare, accumulandosi in alimenti come pesci di grossa taglia, riso, cereali e ortaggi e determinando alterazioni della qualità delle cellule riproduttive maschili e femminili.

Una dieta ricca di antiossidanti, vitamine, acidi grassi omega 3 e minerali può contribuire a contrastare lo stress ossidativo e a proteggere gli ovociti e gli spermatozoi dai danni indotti dagli agenti inquinanti, mentre, un consumo elevato di zuccheri raffinati e grassi saturi è associato a ridotta qualità di ovociti e spermatozoi.

Per altre sostanze, come l’alcool e la caffeina, i dati a disposizione (seppur non totalmente esaustivi) dimostrano comunque, in caso di eccessivo uso, un aumento del tempo necessario per ottenere la gravidanza.

E pesticidi e antiparassitari? Sono sostanze con cui entriamo in contatto più spesso di quanto pensiamo?

Nell’uomo adulto, l’esposizione è correlata ad alterazioni del numero e della motilità degli spermatozoi mentre nella donna è responsabile di alterazioni del ciclo mestruale, dell’ovulazione, della fertilità e della menopausa.

Ci sono poi gli additivi e i preservanti presenti in moltissimi prodotti industriali: quali sono i principali, e dove li troviamo nella vita di tutti i giorni?

I principali sono:

  • PERFLUORATI (PFOS e PFOA): usati per la produzione di prodotti di consumo come isolanti, tappezzerie, tappeti, detersivi, presidi odontotecnici, tessuti tecnici, rivestimenti impermeabili ad olio e grassi per carta ad uso alimentare, antiaderenti delle padelle, schiume antincendio, vernici per pavimenti ed insetticidi.
  • FTALATI (DEHP): sostanze utilizzate per rendere flessibili le plastiche a base di PVC utilizzate nella produzione dei materiali di imballaggio, nei giocattoli per l’infanzia e nei dispositivi medici quali i tubi e le sacche per trasfusione.
  • BISFENOLO A: un composto utilizzato nella produzione di plastiche e dei suoi derivati, di prodotti per bambini, bottiglie, attrezzature sportive, dispositivi medici, lenti per gli occhiali, elettrodomestici, caschi di protezione. Le resine che contengono Bisfenolo A sono invece utilizzate come rivestimento interno nella maggior parte delle lattine per alimenti e bevande.

Tutte queste sostanze hanno un impatto negativo sulla salute riproduttiva, sulla la qualità dello sperma, ma anche sullo sviluppo embrionale e sui risultati riproduttivi complessivi.

Cosa si può fare concretamente per ridurre questi rischi, iniziando già in giovane età?

Ormai da anni l’Unione Europea ha emanato una serie di provvedimenti atti a monitorare e gestire la presenza di interferenti endocrini nell’ambiente per garantire la salute pubblica.

Ogni individuo dovrebbe adottare uno stile di vita corretto con una dieta sana, svolgendo attività fisica ed evitando il fumo di sigaretta e il consumo di alcol.