Ricevere una diagnosi di vulvodinia può far nascere molte domande, soprattutto se stai cercando una gravidanza. È naturale sentirsi smarrite e chiedersi: “La vulvodinia può compromettere il mio sogno di diventare mamma? Può causare infertilità?”
La preoccupazione è comprensibile, ne abbiamo parlato con la Dottoressa Federica Esposito, ginecologa presso la UOSD Procreazione Medicalmente Assistita dell’AOU Azienda Ospedale Università di Padova.
Quando il dolore tocca la sfera più intima, è normale temere che possa interferire con la possibilità di concepire.
La risposta breve, e speriamo rassicurante, è che non esiste una correlazione diretta di causa-effetto tra vulvodinia e infertilità. Ad oggi, non ci sono prove che questa condizione alteri l’ovulazione, la qualità degli ovociti, la riserva ovarica o la funzionalità delle tube.
Tuttavia, riconosciamo che il percorso verso una gravidanza può essere reso più complesso da questa condizione, specialmente quando si associa a dolore nei rapporti, endometriosi o tensioni del pavimento pelvico.
Cos’è la vulvodinia?
La vulvodinia è una condizione caratterizzata da dolore vulvare persistente, che dura da almeno tre mesi, senza che sia identificabile una causa specifica come infezioni, malattie dermatologiche o lesioni neurologiche.
Si manifesta spesso come bruciore, dolore al contatto, fitte o sensazione di punture, irritazione, dolore ai rapporti, fastidio persistente quando si è sedute o si indossano abiti aderenti.
Nella maggior parte delle donne il dolore interessa il vestibolo (vestibolodinia provocata), ovvero dolore localizzato nell’area attorno all’ingresso della vagina.
Le più recenti linee guida la descrivono come una patologia multifattoriale: alterazione delle terminazioni nervose (ipersensibilità), infiammazione locale, ipertono del pavimento pelvico, fattori ormonali e una diversa elaborazione del dolore da parte del sistema nervoso.
La vulvodinia riduce la fertilità?
La risposta è no.
Molte donne con vulvodinia concepiscono naturalmente e vivono gravidanze fisiologiche.
La vulvodinia, di per sé, non altera l’ovulazione, non causa la chiusura delle tube, non ostacola biologicamente l’impianto dell’embrione. Per questo non viene inserita tra le cause di infertilità, come endometriosi, occlusione tubarica, ovaio policistico, età avanzata…
La difficoltà, quando presente, non è quasi mai un blocco biologico, ma un ostacolo funzionale: il dolore, o la paura di provarlo (dispareunia), può rendere i rapporti sessuali meno frequenti o fonte di ansia anticipatoria, riducendo di fatto le opportunità di concepimento nei giorni fertili.
Perché alcune donne fanno più fatica ad ottenere una gravidanza?
È importante distinguere tra l’incapacità biologica di concepire e le barriere che il dolore crea nella vita quotidiana.
Quando un rapporto è doloroso, è naturale ridurne la frequenza, evitandolo anche nei giorni fertili. In alcuni casi è talmente intenso da impedire la penetrazione, sviluppando ansia anticipatoria.
La vulvodinia non è infertilità, ma è un ostacolo che rende difficile avere rapporti nei momenti utili al concepimento.
Il ruolo centrale del pavimento pelvico
In molte donne con vulvodinia è presente un ipertono del pavimento pelvico che rende la penetrazione dolorosa ed estremamente difficile.
Anche qui, non si tratta di una causa di infertilità, ma può contribuire indirettamente alla difficoltà di concepimento.
Per questo motivo la riabilitazione del pavimento pelvico rappresenta oggi uno dei percorsi terapeutici più efficaci nella gestione della vulvodinia.
Esistono malattie che possono causare sia vulvodinia sia infertilità?
Sì.
In alcuni casi la vulvodinia può coesistere con malattie ginecologiche che possono influenzare anche la fertilità.
Non significa che una condizione provochi necessariamente l’altra, ma che condividano alcuni meccanismi o possano essere presenti nella stessa paziente
La patologia ponte più importante: l’endometriosi
Tra le condizioni che possono collegare dolore vulvare, dolore nei rapporti e infertilità, l’endometriosi è probabilmente la più rilevante.
L’endometriosi può causare:
dolore pelvico cronico;
dolore profondo durante i rapporti;
dolore mestruale intenso;
infiammazione;
aderenze;
alterazioni tubariche;
endometriomi ovarici;
riduzione della qualità dell’ambiente pelvico.
Per questo è una delle patologie ginecologiche più frequentemente associate a infertilità. Negli ultimi anni diversi studi hanno dimostrato che molte donne con endometriosi presentano anche vulvodinia.
Perché succede?
Una delle spiegazioni riguarda la cosiddetta sensibilizzazione del sistema nervoso.
Quando il dolore persiste per mesi o anni, il sistema nervoso può diventare progressivamente più sensibile agli stimoli dolorosi. Questo fenomeno, definito sensibilizzazione centrale, può favorire la comparsa di dolore anche in aree diverse da quella inizialmente coinvolta.
Inoltre, il dolore cronico dell’endometriosi può determinare una contrazione persistente del pavimento pelvico, contribuendo allo sviluppo della vulvodinia.
Il risultato può essere un quadro in cui dolore profondo, dolore superficiale, bruciore vulvare e difficoltà nei rapporti si alimentano reciprocamente.
In questo caso, quindi, non è la vulvodinia a causare infertilità, ma entrambe le condizioni possono essere la manifestazione di una stessa patologia sottostante.
Pavimento pelvico, dolore e sessualità
Nelle donne con vulvodinia, soprattutto nella vestibolodinia provocata, si osservano spesso ipertono, disfunzione o alterazioni muscolari del pavimento pelvico.
Un pavimento pelvico contratto può rendere la penetrazione dolorosa, aumentare il bruciore, favorire la paura del rapporto e creare un circolo vizioso: dolore, anticipazione del dolore, contrazione muscolare, ulteriore dolore.
Anche in questo caso non si parla di infertilità biologica diretta, ma di un ostacolo funzionale e relazionale alla possibilità di avere rapporti completi e sereni.
Le altre sindromi dolorose croniche
Le linee guida internazionali sottolineano che la vulvodinia raramente è una malattia “isolata”.
Può infatti coesistere con altre condizioni caratterizzate da dolore cronico, come:
sindrome della vescica dolorosa (cistite interstiziale);
sindrome dell’intestino irritabile;
fibromialgia;
cefalea cronica;
dolore pelvico cronico.
Queste condizioni condividono alcuni meccanismi biologici legati alla regolazione del dolore da parte del sistema nervoso. Non sono tutte cause dirette di infertilità, ma possono peggiorare la qualità di vita, la sessualità, l’aderenza ai percorsi diagnostici e terapeutici e il vissuto emotivo della ricerca di gravidanza.
Le infezioni ricorrenti possono essere responsabili?
Molte pazienti raccontano di aver avuto numerosi episodi di candidosi prima della diagnosi di vulvodinia.
Oggi sappiamo che, in alcune donne predisposte, episodi infiammatori ripetuti possono contribuire alla sensibilizzazione delle terminazioni nervose della vulva e rappresentare uno dei fattori coinvolti nello sviluppo della malattia.
È però importante ricordare che non tutto il bruciore vulvare è dovuto a una candidosi.
Quando i tamponi vaginali risultano ripetutamente negativi oppure i sintomi persistono nonostante le terapie antimicotiche, è opportuno rivalutare la diagnosi.
Continuare a trattare una vulvodinia come se fosse un’infezione può ritardare la diagnosi corretta e prolungare inutilmente la sofferenza della paziente.
Il peso psicologico e relazionale
Il dolore vulvare cronico non riguarda solo il corpo. Può interferire con l’immagine di sé, il desiderio sessuale, la relazione di coppia, la fiducia nel proprio corpo e il progetto di maternità.
Quando il dolore porta a evitare i rapporti o a viverli con paura, la ricerca di gravidanza può diventare emotivamente più faticosa. Per questo è importante che la paziente non venga ridotta al singolo sintomo, ma venga ascoltata nella sua storia complessiva: dolore, sessualità, relazione, desiderio di gravidanza e tempi riproduttivi.
La vulvodinia può interferire con la procreazione medicalmente assistita?
In alcuni casi sì.
Le ecografie transvaginali, le visite ginecologiche e alcune procedure necessarie durante i percorsi di procreazione medicalmente assistita possono risultare particolarmente dolorose.
Per questo motivo è importante informare sempre il ginecologo o il centro di fertilità della presenza della vulvodinia.
Con alcuni accorgimenti e una gestione multidisciplinare è possibile rendere il percorso molto più tollerabile.
La vulvodinia, di per sé, non rappresenta una controindicazione ai trattamenti di fertilità.
Cosa è importante ricordare
L’importanza di un approccio multidisciplinare
Se senti che il dolore sta frenando il tuo progetto di maternità, non cercare risposte da sola. La vulvodinia non va vissuta come una condanna, ma come una condizione che richiede una squadra dedicata, multidisciplinare:
Ginecologo esperto in vulvodinia: per una diagnosi accurata e attenta.
Fisioterapista, ostetrica specializzati nella riabilitazione del pavimento pelvico.
Sessuologo e psicologo: perché il dolore non è solo nel corpo, ma coinvolge anche le tue emozioni, la tua immagine di te e la serenità della coppia.
Un pensiero per te
Il dolore cronico non è mai “normale” e non dovresti mai imparare a conviverci con rassegnazione.
Anche se il percorso può sembrare più tortuoso, non sei meno capace di diventare madre. Molte donne, dopo aver affrontato un percorso di cura consapevole, riescono a ritrovare il piacere e a vivere con gioia la ricerca di un figlio.
La vulvodinia non definisce la tua capacità di procreare; è solo un aspetto della tua salute che, con il supporto giusto, può essere gestito per permetterti di realizzare il tuo progetto di vita.
L’impatto dell’ambiente in cui viviamo sulla capacità riproduttiva di uomini e donne è un tema a cui la comunità scientifica dedica sempre più attenzione. L’aria che respiriamo, gli oggetti che tocchiamo e i cibi che portiamo in tavola contengono sostanze invisibili capaci di dialogare – alterandone i messaggi – con il nostro sistema ormonale.
Queste sostanze le incontriamo ogni giorno, spesso senza saperlo: nel fumo di sigaretta, negli alimenti, negli oggetti di plastica che usiamo in casa. Si chiamano interferenti endocrini, e secondo l’Istituto Superiore di Sanità sono in grado di alterare la struttura e la funzione dell’apparato riproduttivo, sia maschile che femminile, incidendo su fertilità, endometriosi e altre patologie (ISSalute).
Ne abbiamo parlato con il Dottor Bruno Barba, responsabile centro PMA Casa di Cura Salus Brindisi, per capire quali sono le sostanze più diffuse, come agiscono sul nostro corpo e cosa possiamo fare, nel concreto, per proteggere la nostra fertilità.
Cosa sono gli interferenti endocrini e perché se ne parla sempre di più quando si affronta il tema della fertilità?
L’esposizione quotidiana a numerosi fattori ambientali è ormai da tempo considerata un fattore di rischio per la salute di uomini e donne e ha un impatto negativo sulla fertilità degli stessi.
Queste sostanze a cui quotidianamente siamo esposti vengono definiti INTERFERENTI ENDOCRINI poiché sono in grado di interferire con il nostro sistema endocrino alterando la produzione di ormoni che regolano la funzione degli organi, tra cui anche l’apparato riproduttivo.
L’esposizione costante e prolungata incide per circa il 20% sullo sviluppo di patologie dell’apparato riproduttivo come endometriosi, infertilità, ridotta qualità degli spermatozoi, malformazioni congenite e tumori.
È stata riscontrata una grande quantità di interferenti endocrini presenti nell’ambiente, nelle sostanze e oggetti di uso quotidiano che possiamo così sintetizzare:
FUMO DI SIGARETTA
ALIMENTAZIONE E CONTAMINANTI ALIMENTARI
PESTICIDI E ANTIPARASSITARI
ADDITIVI E PRESERVANTI DI PRODOTTI INDUSTRIALI
In che modo il fumo di sigaretta danneggia la capacità riproduttiva, in particolare in ottica di PMA?
Il fumo di tabacco contiene centinaia di sostanze nocive che peggiorano la fertilità, maschile e femminile. Nella donna il fumo di sigaretta riduce la fertilità e aumenta il tempo necessario per ottenere la gravidanza; determina una riduzione della qualità ovocitaria con minori tassi di gravidanza nelle pazienti che si sottopongono a tecniche di fecondazione assistita e un danneggiamento della funzione tubarica con maggiore tasso di gravidanza extrauterina.
Sull’uomo il fumo determina una riduzione del numero e della motilità degli spermatozoi e una maggiore frammentazione del loro DNA.
Che ruolo ha l’alimentazione?
Le diossine generate dai processi industriali e di combustione e i metalli pesanti entrano nella catena alimentare, accumulandosi in alimenti come pesci di grossa taglia, riso, cereali e ortaggi e determinando alterazioni della qualità delle cellule riproduttive maschili e femminili.
Una dieta ricca di antiossidanti, vitamine, acidi grassi omega 3 e minerali può contribuire a contrastare lo stress ossidativo e a proteggere gli ovociti e gli spermatozoi dai danni indotti dagli agenti inquinanti, mentre, un consumo elevato di zuccheri raffinati e grassi saturi è associato a ridotta qualità di ovociti e spermatozoi.
Per altre sostanze, come l’alcool e la caffeina, i dati a disposizione (seppur non totalmente esaustivi) dimostrano comunque, in caso di eccessivo uso, un aumento del tempo necessario per ottenere la gravidanza.
E pesticidi e antiparassitari? Sono sostanze con cui entriamo in contatto più spesso di quanto pensiamo?
Nell’uomo adulto, l’esposizione è correlata ad alterazioni del numero e della motilità degli spermatozoi mentre nella donna è responsabile di alterazioni del ciclo mestruale, dell’ovulazione, della fertilità e della menopausa.
Ci sono poi gli additivi e i preservanti presenti in moltissimi prodotti industriali: quali sono i principali, e dove li troviamo nella vita di tutti i giorni?
I principali sono:
PERFLUORATI (PFOS e PFOA): usati per la produzione di prodotti di consumo come isolanti, tappezzerie, tappeti, detersivi, presidi odontotecnici, tessuti tecnici, rivestimenti impermeabili ad olio e grassi per carta ad uso alimentare, antiaderenti delle padelle, schiume antincendio, vernici per pavimenti ed insetticidi.
FTALATI (DEHP): sostanze utilizzate per rendere flessibili le plastiche a base di PVC utilizzate nella produzione dei materiali di imballaggio, nei giocattoli per l’infanzia e nei dispositivi medici quali i tubi e le sacche per trasfusione.
BISFENOLO A: un composto utilizzato nella produzione di plastiche e dei suoi derivati, di prodotti per bambini, bottiglie, attrezzature sportive, dispositivi medici, lenti per gli occhiali, elettrodomestici, caschi di protezione. Le resine che contengono Bisfenolo A sono invece utilizzate come rivestimento interno nella maggior parte delle lattine per alimenti e bevande.
Tutte queste sostanze hanno un impatto negativo sulla salute riproduttiva, sulla la qualità dello sperma, ma anche sullo sviluppo embrionale e sui risultati riproduttivi complessivi.
Cosa si può fare concretamente per ridurre questi rischi, iniziando già in giovane età?
Ormai da anni l’Unione Europea ha emanato una serie di provvedimenti atti a monitorare e gestire la presenza di interferenti endocrini nell’ambiente per garantire la salute pubblica.
Ogni individuo dovrebbe adottare uno stile di vita corretto con una dieta sana, svolgendo attività fisica ed evitando il fumo di sigaretta e il consumo di alcol.
L’approccio multidisciplinare ottimizza i risultati delle tecniche di procreazione medicalmente assistita
La procreazione medicalmente assistita (PMA) rappresenta un supporto prezioso per le coppie che affrontano difficoltà nel concepimento. Per massimizzare le probabilità di successo di queste procedure, è essenziale seguire un approccio diagnostico completo, che includa la valutazione di entrambi i partner.
In questo contesto, la diagnostica andrologica riveste un ruolo cruciale per l’identificazione di eventuali fattori maschili che possono incidere negativamente sulla fertilità della coppia.
Ce ne parla il Dottor Paolo Turchi, specialista in andrologia e sessuologia clinica, titolare della specialistica andrologica della Azienda USL Toscana Centro, a Prato, dove si occupa della prevenzione e della cura delle patologie maschili in età pediatrica, adulta e in terza età.
Il ruolo del maschio
È un dato condiviso ormai da tutti gli esperti del settore che di un fattore maschile di infertilità sia presente in almeno il 50% delle coppie infertili. Nonostante l’elevata incidenza di tali condizioni, spesso l’attenzione diagnostica si concentra maggiormente sulla partner femminile, trascurando una valutazione approfondita delle condizioni del partner maschile.
Questa minore attenzione si può trasformare in una mancata individuazione di patologie, talvolta anche importanti, non solo possibile causa dell’infertilità ma talvolta anche compromissorie dello stato di salute generale del soggetto. Il partner di una coppia infertile dovrebbe essere sottoposto a una valutazione specialistica andrologica di base anche in presenza di uno spermiogramma di buona qualità (European Association of Urology Guidelines 2024).
La diagnostica andrologica: elementi fondamentali
La diagnostica che viene richiesta per lo studio del maschio si basa, in genere, su uno o, meglio, due spermiogrammi, eseguiti in centri affidabili, che si basino sulle metodologie e sui parametri stabiliti dall’organizzazione Mondiale della Sanità (ultima edizione, 2021, del relativo manuale).
Spesso, se lo spermiogramma risulta di buona qualità, la procedura diagnostica si ferma. Il concetto che lo spermiogramma esprima esattamente la capacità riproduttiva del maschio però è un malinteso difficile da superare. Una valutazione di base, di I Livello, in questi casi di apparente normalità, deve comprendere anche una anamnesi accurata e una visita dei genitali esterni. Se l’una e l’altra procedura risultano nella norma, secondo quanto raccomandato dalle linee guida di settore, la diagnostica si conclude.
Se viceversa il quadro seminale è alterato, oltre alla raccolta anamnestica e alla visita, si richiede una diagnostica di II livello, che comprende valutazioni di laboratorio e strumentali guidate dalle caratteristiche dello spermiogramma e da quanto emerso da storia clinica e visita.
Ecografia scrotale: esame mirato allo studio lei testicoli, degli epididimi e del funicolo spermatico, ma anche delle ghiandole accessorie, prostata e vescichette seminali, nonché delle vie seminali distali, alla ricerca di eventuali segni di sofferenza testicolare o di presenza di masse tumorali (statisticamente maggiormente prevalenti nella popolazione dei maschi infertili), di condizioni infiammatore o ostruttive, o di un eventuale varicocele.
Analisi ormonale: il dosaggio degli ormoni coinvolti nel processo spermatogenetico, testosterone, ormone follicolostimolante (FSH) e luteotropo (LH) consentono di diagnosticare situazioni patologiche, quando sono presenti alterazioni dei livelli ormonali, ma anche di avere un’informazione prognostica che spesso guida i passi successivi, verso una terapia farmacologica o verso la procedura di PMA.
Diagnostica seminologica di II livello: comprende test funzionali come il test di capacitazione e il test di frammentazione del DNA spermatozoario. Entrambi possono far emergere anomalie qualitative e funzionali degli spermatozoi, non evidenziate dal semplice spermiogramma di base.
Diagnostica citogenetica: nei casi di oligozoospermia severa (presenza di pochi spermatozoi nell’eiaculato) o di azoospermia (assenza di spermatozoi nell’eiaculato) è necessario fare alcuni esami del sangue indispensabili per escludere problemi genetici e per accedere a procedure di PMA. La mappa cromosomica, cioè il cariotipo, l’analisi delle microdelezioni del cromosoma Y e la valutazione di eventuali mutazioni del gene CFTR, della fibrosi cistica, sono quelli raccomandati.
Esami ulteriori, che si richiedono solo in circostanze particolari, sono la risonanza magnetica dello scavo pelvico e la biopsia testicolare.
Vantaggi di un approccio integrato
Integrare la diagnostica andrologica nel percorso della PMA offre numerosi benefici:
Individuazione precoce di eventuali patologie di carattere generale, non diagnosticate precedentemente
Individuazione di patologie specifiche ostative alla fertilità e loro trattamento ove indicato.
Personalizzazione del trattamento: facilita la selezione della tecnica PMA più appropriata, come la inseminazione intrauterina (IUI), la fecondazione in vitro (IVF) o l’iniezione intracitoplasmatica di spermatozoi (ICSI).
Miglioramento della qualità del materiale genetico: Contribuisce ad aumentare le possibilità di concepimento sano e successo clinico (Practice Committee of the American Society for Reproductive Medicine, 2020).
Importanza della sensibilizzazione
Nonostante l’importanza della diagnostica andrologica, molti uomini mostrano riluttanza nel sottoporsi a controlli specialistici, spesso a causa di barriere culturali o di una insufficiente informazione. Risulta quindi fondamentale promuovere una maggiore consapevolezza sull’importanza di un approccio diagnostico di coppia, evidenziando come la valutazione del partner maschile sia parte integrante del percorso PMA.
Collaborazione tra professionisti sanitari
Ginecologi, andrologi e altri specialisti hanno un ruolo chiave nel sensibilizzare le coppie e nel garantire una gestione multidisciplinare del percorso diagnostico e terapeutico. La collaborazione tra questi professionisti consente di adottare un approccio integrato che valorizza la salute e il benessere di entrambi i partner.
Conclusione
La diagnostica andrologica rappresenta una componente imprescindibile per il successo delle tecniche di procreazione medicalmente assistita. L’inclusione di un’indagine accurata sul partner maschile garantisce un percorso più equilibrato e personalizzato verso la genitorialità. Promuovere un approccio bilaterale alla fertilità non solo aumenta le probabilità di successo, ma contribuisce anche a una comprensione più approfondita delle dinamiche legate alla fertilità di coppia.
Riferimenti bibliografici
Barratt CLR, Bjorndakl L, De Longe CJ, Lamb <>DJ, Martini FO, McLachlan R, Oates RD, van dr Poel S, St John B, Sigman M,Sokol R, Tournaye H. The diagnosis of male infertility: an analysis of the evidence to support the development of global WHO guidance-challenges and future research opportunities (2017) Male infertility: Overview and challenges. Human Reproduction Update, 23(6), 577-589.
Practice Committee of the American Society for Reproductive Medicine. (2020). Diagnostic evaluation of the infertile male: A committee opinion. Fertility and Sterility, 114(3), 481-487.
World Health Organization. (2021). WHO laboratory manual for the examination and processing of human semen. 6th ed.
EAU Guidelines on sexual and reproductive health. European Association of Urology 2024.
Secondo i dati del Ministero della Salute, in Italia il 10-15% delle donne in età riproduttiva è affetto da endometriosi, una patologia che interessa circa il 30-50% delle donne infertili o che hanno difficoltà di concepimento. Le donne con diagnosi conclamata sono almeno tre milioni.
Che cos’è l’endometriosi e che impatto ha sulla fertilità? Ne abbiamo parlato con la Dottoressa Sara Scandroglio, Specialista in Ginecologia e Ostetricia, Responsabile SS Procreazione Medicalmente Assistita, Ospedale Filippo Del Ponte, ASST Settelaghi Varese.
Cos’è l’endometriosi?
L’endometriosi è una patologia caratterizzata dalla presenza di tessuto endometriale, cioè che mestrua, al di fuori dall’utero. Può avere delle localizzazioni ovariche, sotto forma di cisti endometriosiche, ma anche extra ovariche, può interessare i legamenti uterosacrali, il cavo di Douglas o tutta la pelvi, con dei foci cosiddetti endometriosi diffusi.
Dai sintomi alla diagnosi
Purtroppo, il tempo di latenza tra la comparsa dei sintomi e la diagnosi di malattia oscilla tra i 5 e i 10 anni. Questo accade perché la paziente con endometriosi a volte riferisce dei sintomi vaghi, può avere dolore mestruale (dismenorrea), dolore durante i rapporti (dispareunia), dolore durante la defecazione (dischezia). A volte questi sintomi, in assenza di evidenti segni ecografici, vengono interpretati in vario modo dal ginecologo curante, proprio perché si tratta di una malattia estremamente subdola.
L’impatto sulla infertilità
L’endometriosi è una patologia che merita molta attenzione perché impatta notevolmente sulla qualità della vita portando sofferenza, disagio e difficoltà ad avere rapporti. Inoltre, c’è una stretta associazione tra l’endometriosi e l’infertilità. Infatti, circa il 20% delle pazienti con endometriosi è infertile già in giovane età e circa il 30% delle pazienti infertili è affetta da endometriosi.
L’endometriosi in sé, per la presenza di un quadro infiammatorio pelvico cronico, comporta un danno a livello dell’apparato genitale, con una riduzione della riserva ovarica e una riduzione della capacità dell’embrione – che si sia formato spontaneamente o tramite tecniche di riproduzione assistita – di attecchire all’interno dell’utero, che può essere ulteriore sede di malattia (adenomiosi).
Come trattare l’endometriosi
In molti centri è presente un servizio dedicato al trattamento dell’endometriosi, che collabora strettamente con il centro di procreazione assistita. L’obiettivo è dare il supporto migliore alle pazienti, distinguendole fondamentalmente in due categorie: le pazienti con endometriosi che dobbiamo prendere in cura e alle quali dobbiamo migliorare la qualità di vita, e le pazienti che cercano un figlio.
Nelle prime, il trattamento si basa sull’utilizzo di farmaci – pillola in continua estroprogestinica o solo progestinica – o, se necessario, tramite l’intervento chirurgico.
Nelle pazienti che desiderano diventare mamma, ovviamente la terapia medica deve essere sospesa per favorire la ricerca della gravidanza ed eventualmente ricorrere ad una tecnica di PMA.
Come dicono le linee guida pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale a maggio 2024, l’endometriosi è una patologia per la quale, già dopo 6 mesi di ricerca della gravidanza, è necessario ricorrere ad una tecnica di PMA secondo livello, FIVET o ICSI. Il motivo è che la probabilità di gravidanza in queste donne è bassa, la riserva ovarica è spesso molto ridotta e la sintomatologia della paziente non consente di prolungare a lungo i trattamenti; perciò, la tempestività di intervento è cruciale.
Il consiglio
In caso di sospetta endometriosi, il consiglio è di rivolgersi a centri specializzati, dove effettuare un’anamnesi accurata, una visita e, soprattutto, un’ecografia, anche eventualmente con l’ausilio del color-doppler o delle ricostruzioni tri e quadri dimensionali, che consentono di identificare anche noduli più piccoli.
Il secondo passo è condividere con gli specialisti i propri obiettivi, in modo che possano essere oggetto di counseling multidisciplinare che coinvolga il ginecologo specialista in endometriosi, il ginecologo esperto in procreazione assistita ed eventualmente anche lo psicologo. L’obiettivo è dare ampio supporto a queste pazienti, che spesso hanno una qualità di vita veramente difficile, notevoli difficoltà ai rapporti di coppia e hanno bisogno di essere supportate a 360gradi.
La fertilità femminile è un tema complesso e affascinante, strettamente legato a un concetto fondamentale: la riserva ovarica. Ma cosa si intende esattamente con questo termine? E perché è così importante per le donne?
Ne abbiamo parlato con la Dottoressa Sara Scandroglio, Specialista in Ginecologia e Ostetricia, Responsabile SS Procreazione Medicalmente Assistita, Ospedale Filippo Del Ponte, ASST Settelaghi Varese
Cos’è la riserva ovarica? E come cambia nel corso della vita?
La riserva ovarica è un parametro di misurazione della ricchezza follicolare ovarica ed è estremamente importante per la donna. Infatti, è strettamente legato sia alla probabilità di concepimento spontaneo sia alla riuscita delle tecniche di procreazione medicalmente assistita.
A differenza degli uomini, che producono spermatozoi nel corso dell’intera vita, le donne nascono con un numero finito di ovociti, che diminuisce progressivamente. Infatti, con l’avanzare dell’età, la riserva ovarica si riduce gradualmente, fino ad esaurirsi con l’arrivo della menopausa, che in media si presenta attorno ai 50 anni.
Come viene misurata la riserva ovarica?
La riserva ovarica viene misurata e valutata mediante tre parametri principali, che sono:
I valori ormonali – attraverso gli esami del sangue, che si eseguono entro il quinto giorno del ciclo mestruale. In particolare, si considerano i rapporti tra l’ormone follicolo stimolante, l’ormone luteinizzante e l’ormone antimulleriano
La conta dei follicoli antrali e preantrali presenti su ciascun ovaio – attraverso un’ecografia, da eseguire entro il quinto giorno del ciclo
Un’attenta raccolta anamnestica che riguarda la regolarità mestruale, la storia dei cicli mestruali, l’eventuale presenza di menopausa precoce nella famiglia della paziente stessa
La riserva ovarica cambia con l’età?
La riserva ovarica cala con l’età, e questo è un aspetto ormai noto. Il picco di fertilità si verifica solitamente tra i 27 e i 30 anni, inizia a diminuire con il decrescere della riserva ovarica – in maniera logaritmica – dai 35 anni. Attorno ai 43-45 anni la riserva ovarica è quasi esaurita, nonostante non si possa ancora parlare di menopausa; la probabilità di concepimento sia spontanea che tramite procreazione assistita diventa di pochi punti percentuali, con un’abortività e un rischio elevato di patologia cromosomica.
Perché misurare la riserva ovarica?
Le ragioni per misurare la riserva ovarica sono più di una: ad esempio, può essere utile per una giovane donna che vuole avere un’idea della propria fertilità per pianificare un’eventuale gravidanza o pensare alla crioconservazione degli ovociti.
Inoltre, la riserva ovarica ha un ruolo fondamentale per quanto riguarda il trattamento della coppia durante un percorso di procreazione medicalmente assistita. Infatti, il tipo di percorso – di primo o secondo livello – e la scelta del farmaco e del dosaggio vengono valutati attentamente anche in funzione della riserva ovarica, in modo da personalizzare il più possibile il trattamento sulla base delle caratteristiche della paziente.
Che il fumo di sigaretta fosse un nemico della fertilità femminile e un ostacolo al concepimento “naturale” è un’informazione consolidata e nota a tutti. Ma che le sigarette potessero essere un elemento nocivo anche per il successo di una gravidanza ottenibile attraverso le tecniche di fecondazione assistita non era una deduzione così scontata e immediata.
Lo studio
Uno studio pubblicato sulla rivista Journal of Gynecological Obstretics Human Reproduction mette in luce gli effetti fortemente dannosi delle sigarette sull’esito delle tecniche di fecondazione assistita se la donna è fumatrice anche quando si sottopone a queste procedure.
Lo studio ha preso in esame 28 ricerche cliniche pubblicate in lingua inglese. Complessivamente, i dati di questi studi oggetto dell’analisi si riferivano a 5.009 donne fumatrici che si erano sottoposte a tecniche di fecondazione assistita e a 10.078 donne non fumatrici ricorse anch’esse a queste procedure per ottenere una gravidanza.
I risultati
L’analisi dei dati evidenzia con chiarezza quanto il fumo di sigaretta incida negativamente sul successo delle tecniche di fecondazione assistita e sul conseguente conseguimento della gravidanza. In particolare, i dati dimostrano che nelle donne fumatrici – rispetto alle non fumatrici – sono riscontrabili esiti significativamente negativi ed esprimibili come:
riduzione significativa del tasso di nascite di neonati vivi;
riduzione significativa del tasso di gravidanze cliniche;
riduzione significativa del numero di ovociti recuperati;
riduzione significativa del tasso medio di fertilizzazione;
aumento significativo del tasso di aborti spontanei per gravidanza.
In sostanza, lo studio condotto su questa ampia casistica dimostra che nelle donne il fumo di sigaretta non solo è causa d’infertilità ma ha anche un impatto significativamente negativo sugli esiti delle tecniche di fecondazione assistita.
Tale evidenza pone quindi le basi scientifiche per raccomandare fortemente alle donne di smettere di fumare sia in generale per questioni salutistiche sia per quelle che devono sottoporsi alle tecniche di fecondazione assistita: smettendo di fumare prima di sottoporsi a queste procedure procreative, le donne potranno difatti trarre enormi benefici, con maggior successo e probabilità di rimanere incinta e di coronare il desiderio di maternità.
Sessualità e infertilità sono correlate? La WHO World Health Organization definisce la sessualità come un aspetto centrale dell’essere umano, che abbraccia il sesso, l’identità di genere, i ruoli, l’orientamento sessuale, l’erotismo, il piacere, l’intimità, la riproduzione. Inoltre, la sessualità si esprime attraverso i pensieri, le fantasie, i desideri, ma anche con le credenze, le attitudini, i valori, i comportamenti, la pratica, i ruoli e le relazioni.
D’altro lato, sappiamo che l’infertilità è definita come la difficoltà a concepire dopo oltre 12 mesi di rapporti sessuali non protetti.
Abbiamo parlato di sessualità e infertilità con la Dottoressa Giulia Bertapelle, ginecologa e sessuologa clinica, impegnata nel campo della medicina della riproduzione presso l’Instituto Bernabeu di Venezia. Le abbiamo chiesto come sono correlate e quali possono essere le implicazioni all’interno della vita sessuale di una coppia quando si riceve una diagnosi di infertilità.
Qual è il rapporto tra sessualità e infertilità?
Se dovessimo rappresentare graficamente il rapporto tra sessualità ed infertilità, potremmo disegnare una freccia che collega queste due parole in ambo i versi: esistono infatti delle disfunzioni sessuali che possono ostacolare la coppia nell’avere rapporti sessuali completi, come ad esempio condizioni o patologie che determinano un dolore alla penetrazione o alcuni casi di disfunzione erettile e/o eiaculatoria, ma esiste anche un rapporto inverso che molto spesso non viene considerato e del quale si parla davvero troppo poco.
Per alcune coppie infatti avviene già una prima modifica nella frequenza e nella qualità dei rapporti, prima ancora di arrivare ad una diagnosi di infertilità, già nel momento in cui il rapporto diventa finalizzato al concepimento.
Se per alcune coppie l’aspetto prettamente ludico del rapporto viene mantenuto anche durante il periodo di ricerca di un figlio, per altre questo viene progressivamente a scemare, fino, a volte, a perdersi completamente.
Cosa cambia con dopo una diagnosi di infertilità?
Con l’arrivo di una diagnosi di infertilità la sessualità della coppia può modificarsi ulteriormente ed in modalità diverse anche in base al tipo di causa riscontrata durante la fase diagnostica.
In alcuni casi l’impatto sulla sfera sessuale può diventare così importante da determinare delle disfunzioni vere e proprie che prima non erano presenti e che purtroppo tendono ad essere messe in secondo piano dalla coppia stessa che durante l’iter di procreazione assistita è portata a concentrare tutte le energie nel percorso, mettendo in secondo piano altri aspetti della vita, tra cui quello legato alla sfera sessuale.
Esistono dei “momenti” nell’iter della PMA che possono incidere sulla vita sessuale della coppia?
Esistono poi dei momenti nell’iter della procreazione medicalmente assistita, sia diagnostici che terapeutici, nei quali il medico di medicina della riproduzione darà delle prescrizioni alla coppia che inevitabilmente potranno avere delle implicazioni sulla vita sessuale dei pazienti.
Pensiamo ad esempio quanto può essere difficile per un uomo anche solo fare uno spermiogramma, in un ambiente asettico nel quale evidentemente ginecologo, biologo, segretarie, infermiere ed ostetriche sanno cosa sta succedendo all’interno di quella stanza, o pensiamo a quanto può essere faticoso per la coppia avere dei rapporti programmati “oggi sì, domani no”, “oggi sì”, anche se magari non c’è desiderio, “domani no” anche se magari la coppia ne ha voglia.
Queste prescrizioni sono spesso necessarie per massimizzare le possibilità di successo e quindi di nato vivo, ma possono involontariamente implementare un meccanismo secondo il quale il rapporto o la masturbazione nel caso del partner maschili diventano più delle prestazioni che degli atti naturali e fisiologici all’interno della coppia.
Quali sono i suoi suggerimenti?
È molto importante che i professionisti della medicina della riproduzione siano sensibilizzati a prendersi carico anche della salute sessuale della coppia, oltre che di quella riproduttiva, in modo da identificare precocemente alcuni segnali d’allarme e lavorare prima di tutto sulla prevenzione o, quando siano già evidenziate al colloquio delle disfunzioni sessuali vere e proprie, indirizzare la coppia a specialisti di riferimento del settore.
L’ormone antimulleriano (AMH) è un importante indicatore della riserva ovarica che, a sua volta, è indicatore di fertilità della donna. Ha un ruolo fondamentale, perché regola la crescita e lo sviluppo dei follicoli nelle ovaie e impedisce che si sviluppino follicoli non ancora maturi.
Ci spiega bene il suo ruolo la Dottoressa Alessandra Tiezzi, ginecologa, Responsabile del Centro di Fecondazione assistita della CLINICA NUOVA RICERCA di Rimini.
Cos’è l’ormone antimulleriano
L’ormone antimulleriano è un importante indicatore di riserva ovarica, prodotto dalle cellule della granulosa che rivestono i follicoli nella fase iniziale del loro sviluppo. È un ormone importante, perché regola la crescita e lo sviluppo dei follicoli nelle ovaie e impedisce che si sviluppino follicoli non ancora maturi, evitando che questi ultimi crescano in maniera intempestiva e quindi causino alterazioni dell’ovulazione.
Qual è il suo ruolo?
L’ormone antimulleriano AMH svolge un ruolo molto importante nella fertilità.
Innanzitutto, è un ormone che non è influenzato dalle fluttuazioni cicliche, come invece lo sono l’FSH l’estradiolo; quindi, è un dato più costante della riserva ovarica e può essere utilizzato anche per predire la risposta alla stimolazione ovarica.
Spesso nei centri di PMA viene utilizzato per stabilire la dose iniziale di gonadotropine per stimolare la paziente, in quanto predice la risposta a questo tipo di stimolazione.
Se il valore di AMH e più alto, di solito si ha una miglior risposta e un maggior numero di ovociti: queste sono condizioni sicuramente positive, ma bisogna prestare attenzione per gestire l’aumentato rischio di iperstimolazione ovarica. Questo ci aiuta a capire qual è la dose migliore per gestire anche eventuali complicanze.
L’ormone antimulleriano ci aiuta anche a predire certe patologie: ad esempio, risulta molto più alto nelle donne con la sindrome della policistosi ovarica, e molto più basso in donne con un’insufficienza ovarica precoce o in menopausa precoce.
AMH ed età della donna
L’AMH ha valori diversi nelle varie età della vita e i valori normali di questo ormone sono compresi tra 1 e 4 nanogrammi su millilitro. In questo caso le pazienti hanno una buona riserva ovarica e, se sottoposte trattamenti di fondazione assistita, di solito hanno un recupero di un buon numero di ovociti.
Un valore superiore a 4 nanogrammi su millilitro è considerato elevato e di solito implica una buona riserva ovarica e un maggior numero di ovociti recuperati con i trattamenti di fecondazione assistita. Valori di molto superiori, invece, parliamo di 10-15 nanogrammi su millilitro, si trovano in patologie come la policistosi ovarica.
I valori che possiamo considerare bassi sono quelli compresi tra 0,5 e 1 nanogrammo su millilitro: in questi casi possiamo dire che la riserva ovarica della paziente è ridotta. Infine, valori molto molto bassi, inferiori a 0,5 nanogrammi su millilitro si rilevano nelle donne che di solito sono in premenopausa o in menopausa, o che hanno un fallimento ovarico precoce.
Come si dosa l’AMH
L’ormone antimulleriano AMH viene dosato con un prelievo di sangue, in qualsiasi momento del ciclo mestruale. Questo perché, come detto sopra, non è influenzato dalla ciclicità dalle fluttuazioni.
Quali sono i limiti dell’AMH?
Innanzitutto, è un valore che non predice in maniera assoluta la fertilità: questo perché la fertilità è influenzata da diversi fattori. Inoltre, non sostituisce altri test, ad esempio l’ecografia transvaginale per la conta dei follicoli antrali, ma anche test che riguardano la parte maschile. Infatti, dobbiamo sempre valutare anche la qualità del liquido seminale.
Come interpretare i valori
I valori di ormone antimulleriano vanno interpretati in un contesto clinico ampio ed è necessario fare sempre riferimento a uno specialista esperto in fertilità.
È comunque un ormone che può essere utilizzato anche ai fini della pianificazione familiare, quindi va tenuto sotto controllo, ad esempio, nelle donne che desiderano posticipare la gravidanza.
Inoltre, va monitorato nelle donne che già si stanno sottoponendo ai trattamenti di fecondazione assistita perché è importante per valutare la dose iniziale di farmaco, per valutare le possibilità di successo del trattamento.
Infine, è importante nei casi di diagnosi di insufficienza ovarica precoce o di menopausa precoce.
Per concludere, possiamo dire che l’ormone antimulleriano è soltanto una parte della valutazione complessiva della fertilità va sicuramente interpretato insieme ad altri valori e ad altri fattori, come l’età della donna, lo stile di vita, le sue abitudini, i fattori ambientali, il fumo.
Per questo, è importante che la donna si affidi non soltanto al risultato di questo esame, ma che consulti sempre un esperto in fertilità.
L’infertilità è un problema che riguarda milioni di persone e ha effetti significativi non solo sulla salute fisica ma anche su quella emotiva, sociale ed economica. L’infertilità è definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come l’assenza di concepimento dopo 12-24 mesi di rapporti mirati non protetti. In Italia è un fenomeno in crescita, che coinvolge circa il 15-20% delle coppie, mentre a livello globale il 10-12%.
L’indagine
I dati emersi dall’indagine ‘Il fenomeno dell’infertilità: percezioni e vissuti degli italiani’ condotta dall’Istituto Piepoli, e presentati durante il Congresso Nazionale 2024 della Società Italiana della Riproduzione (Sidr), sono un campanello d’allarme.
La ricerca ha rivelato che la maggior parte degli italiani riconosce l’infertilità come una difficoltà reale e trasversale, che non riguarda solo le donne ma coinvolge anche gli uomini in misura significativa. Sebbene ci sia una crescente consapevolezza del fenomeno, persiste una scarsissima conoscenza delle soluzioni disponibili e, soprattutto, dei costi e delle barriere che le persone devono affrontare per poter accedere alle cure.
Con il 74% degli italiani che considera la fecondazione assistita come uno strumento utile a contrastare il calo demografico, la domanda di un’azione concreta e di un maggior supporto da parte delle istituzioni è sempre più forte. Non si tratta semplicemente di una questione medica, ma di una vera e propria emergenza sociale.
In Italia, la natalità è in continuo calo, e le previsioni per il 2024 parlano di ben 200mila bambini in meno, un dato che segna un futuro sempre più incerto per il Paese. Questo fenomeno, che colpisce in modo crescente le nuove generazioni, è legato a una molteplicità di fattori: dall’età avanzata alla scarsa informazione, passando per gli stili di vita dannosi e l’inquinamento ambientale.
Si stima che solo il 25% della popolazione italiana abbia consapevolezza delle opzioni terapeutiche esistenti e, ancor di più, di come queste possano realmente supportare chi è colpito da infertilità. Le terapie, per quanto efficaci, rimangono un miraggio per tanti, spesso frenato da barriere economiche o culturali: le disuguaglianze nell’accesso ai trattamenti, che sono ancora condizionati da costi elevati e da una disparità regionale significativa, peggiorano ulteriormente la situazione.
Le cause percepite dell’infertilità
L’indagine condotta dall’Istituto Piepoli ha anche evidenziato come la maggior parte degli italiani (69%) percepisca l’infertilità come un problema diffuso e in continua espansione, che coinvolge entrambi i sessi. Questo dato, già significativo, assume contorni ancora più preoccupanti quando si analizzano le cause identificate dalla popolazione.
Se la causa principale è rappresentata dall’età avanzata, con il 39% degli italiani che la considera un fattore determinante, altre motivazioni non sono meno rilevanti. Gli squilibri ormonali (34%) e le malattie pregresse (29%) sono altre cause ritenute cruciali. A queste si aggiungono i fattori legati allo stile di vita, come il fumo (26%) e l’abuso di alcol (23%), ma anche fattori psicologici ed emotivi (24%), inquinamento e stress (23%).
Questo quadro suggerisce una crescente consapevolezza dei legami tra le abitudini quotidiane e la fertilità, ma al contempo evidenzia una grande difficoltà nel prevenire il problema. Si parla di infertilità come di un “problema moderno”, legato all’incapacità di modificare comportamenti dannosi, spesso legati alla frenesia della vita urbana o al peggioramento delle condizioni ambientali.
Ciò che emerge con chiarezza dall’indagine è l’urgenza di una maggiore informazione e sensibilizzazione, in modo da ridurre il divario tra consapevolezza e azione. La consapevolezza sulle cause dell’infertilità, infatti, non basta: è fondamentale che i cittadini ricevano un supporto concreto, non solo in termini di accesso a trattamenti ma anche in termini di educazione alla salute riproduttiva.
Il futuro della fertilità in Italia
In un contesto così complesso e frammentato, le aspettative degli italiani sono chiare e forti. Secondo l’indagine, la maggior parte della popolazione ritiene che la risposta al calo demografico e alle difficoltà legate all’infertilità debba passare anche da un’azione concreta sul fronte dell’accessibilità e della sensibilizzazione.
Ben il 36% degli intervistati ha indicato la necessità di facilitare l’accesso ai trattamenti attraverso il Sistema Sanitario Nazionale, mentre il 34% sottolinea l’importanza di formare i medici per affrontare al meglio la patologia. Altri suggeriscono di incrementare il numero di centri specializzati e di destinare più risorse alla ricerca medica (29%), elementi tutti imprescindibili per garantire un reale miglioramento.
L’infertilità non può essere più vista come una questione privata o una difficoltà da affrontare in solitudine. Occorre un’educazione alla fertilità che parta dalle scuole e che prosegua nelle campagne di sensibilizzazione. Il tema deve essere affrontato in modo aperto e informato, per ridurre lo stigma e la vergogna che spesso circondano chi non riesce ad avere figli.